Pianti alle tombe

Pianti alle tombe. Pianti

Pianti ai cortei

Quanti erano? Tanti.

Orgoglio indignazione

doppiopetti salivanti

sporgono facce da televisione.

 

Zooma sul pianto del capo

voglio vedergli gli occhi

dio santo! Ecco, daccapo

Bene così.. niente ritocchi

ora dormano pure i caduti

hanno ormai pianto tutti

medici ed infermieri

ladri e carabinieri

piromani e pompieri

 

Da una nazione così affranta

non era credibile tanta

partecipazione, umanità

Ecco, bravo… stacca così

manda la pubblicità


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Galeoni nel cielo di maggio

Immagine

Sul cielo alta la luna

E nel mare prati di azzurro

A scintillare

Nel chiaro soffitto del mondo

Nubi bianche antichi galeoni

Avanzano fieri ondeggiando

 

Il cuore quaggiù

È un piccolo e inopportuno

Sbaglio

Una maldestra pennellata

Di un pittore della domenica

.

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Installazione

Accendere il computer su cui è in esecuzione l’edizione corrente di Windows e quindi inserire il disco di installazione nell’unità CD o DVD del computer.

 L’uomo fra i cartoni

Come un’inutile merce

dentro un pacco urgente

Destinatario: il nulla

 

Scegliere Installa dal menu Installazione di Windows.

 Fuori gelava

E L’uomo aveva coperte

Di vino scadente

 

Per evitare problemi durante l’attivazione, è consigliabile digitare il codice “”Product Key”" costituito da 25 caratteri nella pagina Digitare il codice “”Product Key”" per l’attivazione.

 Passò la donna col cagnolino

Passò tutta la storia del Mondo

E fuori gelava

 

 Nella pagina Leggere le condizioni di licenza, se si accettano le condizioni di licenza, fare clic su Accetto le condizioni di licenza.

 Nel marciapiede

Passarono i millenni

e tutto il corteo colorato dei sogni

  

Nella pagina Scegliere il tipo di installazione da eseguire fare clic su Personalizzata.

Il gelo e la fame del resto

Sono solo forme, illusioni

Non ne va fatta menzione

 

Nella pagina Specificare il percorso in cui installare Windows selezionare la partizione o il disco in cui si desidera installare il nuovo sistema operativo di Windows.

 

L’uomo chiuse gli occhi

E l’ultima cosa che vide

Furono le scarpe del corriere

A prendere il pacco.

 

Fare clic su Avanti per avviare l’installazione. È possibile che venga visualizzato un rapporto compatibilità.

 

Una piccola crepa si aprì

Inudita nel cuore del nulla

 

 

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Maggio

Ogni maggio ha i suoi fiori

Anche quando

E’ accerchiato di nubi.

 

Ogni sasso nelle sue viscere

Ha catene d’acqua nascoste.

 

E il tuo nome

È ben piccola cosa

Tesoro di svalutata moneta

.

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Il girovita

Arricchite la vostra dieta
con cibi ricchi di fibre
e di alimenti integrali,
come pasta, riso e fagioli.
 
Sul cielo alta la luna
E nel mare prati di azzurro
A scintillare
 
Nella scelta della verdura
le pesche, le albicocche,
le carote e il melone,
in specialmodo gli agrumi.
 
Nel chiaro soffitto del mondo
Nubi come antiche triremi
Avanzano a nuove battaglie
 
Aumentate il consumo di pesce:
salmone, sgombro, tonno
e tutti quelli ricchi di omega 3,
 
Il cuore quaggiù
È una piccola e inopportuna
Pennellata sfuggita al pittore
 
Diminuite il consumo di grassi saturi,
come ad esempio, quelli contenuti
negli alimenti di origine animale.
 
Tappa quel buco , per Dio
tappa, non vedi che il sangue
forma già un nero ruscello?
 
 Per i condimenti scegliere
l’olio extravergine d’oliva.
Scegliete le cotture leggere,
come al vapore, alla piastra e al cartoccio,
ed evitate le fritture.
 
L’alto dirupo degli anni
e il vortice di eventi
che mi scagliarono qui
relitto impigliato
In questi scogli pietosi
 
Praticate una regolare attività fisica,
anche leggera.
 
Una piccola dannazione
calma, squilla
Come un telefono
in una casa deserta
 
Cercate di eliminare i chili di troppo
perché il peso eccessivo favorisce
la formazione di colesterolo,
sia totale che “cattivo”.
Attenzione anche allo stress,
perché è nocivo per la circolazione.
 
Ed è piccola cosa la vita.
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Fuori scena

Non lasciatemi qui

Dove il buio cola dal cielo

E non scorgo le luci

I sorrisi le mani

 

Non lasciatemi qui

Dove è grido la notte

E il mondo è scomparso

Rintanato nel niente.

 

Non lasciatemi qui
a guardare

i miei fili ingarbugliati

di vecchia marionetta

.

http://www.youtube.com/watch?v=gIv9jDTUZmg&feature=relmfu

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Canto Ostinato

Di quanto il tempo a noi volse le spalle
non so dirti ormai
Ora che apre portali il buio
qui dove il sonno
è diventato attesa, qui
dove non germoglia grano o luce
o stento riso non fruttifica
ed ovunque è ansia
d’autunnali mosche
 
Dall’alto dei palazzi luci
livide inzuccherate degli schermi
una notte che tossisce lenta
copre le strade vomitando
lontani guaiti di sirene
 
Dove si è rintanata l’eleganza
delle tue ciglia sconosciute
quando guardavi nelle stelle
che mai ti riguardarono?
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Walking

Ecco che ridi
Febbraio dolcemente
ha voluto regalarci
lasciandoci il suo sole
 
Sul ponte le jeunes-filles
mi guardavano sotto ciglia
appena socchiudendo
labbra calme sorridevano.
 
Sul ponte l’uomo respirava calmo
dimenticando il freddo degli inverni
rattrappite mani
e tasche foderate di illusioni
.
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Una rosa

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Madrigale alternativo

Se fossi sole
Troverei di certo staccionate
Pronte per gettarmi ombra
 
Se fossi fuoco
Troverei tanta acqua
Pronta a spegnermi
 
Se fossi vento
Rami su cui impigliare
Il mio lamento
.
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Emigranti

 

Forse non ti ascoltavo
mentre parlavi di province equatoriali
e viaggi “Le banane – dicevi –
laggiù son come il nostro pane”
 
Io figlio di fornaio
non ti sentivo
Come potevo poi capirti?
 
Forse dicevi persino di giornate
luminose  e caldi climi
Mi gettavi nelle orecchie
migliaia di chilometri
come fossero
contrappunti melodiosi
 
A me che non conosco
l’utilità del viaggio
A me che appena so
della mia sete d’ombre
e di silenzi
delle mie effimere
in una terra ferma
riarsa
nave inutile incagliata
naufragata nel nulla da millenni
.
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Relazione tecnica

 
Di quanto il tempo a noi volse le spalle
non so dirti ormai
Ora che apre portali il buio
qui dove il sonno
è diventato attesa, qui
dove non germoglia grano o luce
o stento riso non fruttifica
ed ovunque è ansia
d’autunnali mosche
 
Dall’alto dei palazzi luci
livide inzuccherate degli schermi
una notte che tossisce lenta
copre le strade vomitando
lontani guaiti di sirene
 
Dove si è rintanata l’eleganza
delle tue ciglia sconosciute
quando guardavi nelle stelle
che mai ti riguardarono?
 
Averti e dormire finalmente
come se tutto
fosse nell’alta culla dei destini
molle intestino
soffice figlio che prega
.
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Nella pietà che ricoprisse i volti

Nella pietà che ricoprisse i volti
appena attesi
nella certezza ricolma degli arrivi
inutili ma cari
proprio perché inventati
 
Se alto troppo non fosse il culmine
a cui tendono i nostri occhi
e ci piagassero le carni
ai piedi per tanto andare
di sassi si riempisse l’ansia
la ribellione
l’esofago del mondo.
 
Noi (ma è un noi che è pena dire)
con tenere promesse spingono
vele verso lontani lidi
 
Ma più da presso quando il vento
ai suoi velari muti a noi rendesse
un grammo
un differenziale pezzo del trascorso
avrebbe forse maggior senso?
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Prose corsare


 C’era qualcosa nel suo tono di voce che sembrava sottintendere “quel cretino integrale”. D’altronde il suo potere di traspirazione era davvero eccezionale.

-          Che hai lì, vecchio mio? Qualcosa di troppo sottile per me, credo bene.

Per di più insieme riuscivano a nutrire una specie di elementare patriottismo. C’era come un certo coefficiente e il pomo d’Adamo appuntito gli si muoveva su e giù per la gola. La porta era socchiusa.

Era un comune incidente di marzo. Nel reparto la ragazza si era levata sulle ginocchia (la ragazza bruna) e tutto l’incidente non era durato più di qualche minuto. Passarono dei carri, senza contare che non era possibile mangiare quando non lavorava.

Era un comune incidente di marzo. Peccato che fosse già aprile.

 “No, lavo solo questo tegame”. Le lacrime si mescolavano nascoste allo scroscio dell’acqua sul lavello. “Anch’io sono cresciuto in un periodo di vacche magre” disse. “Davvero?”. Lo guardò tristemente (forse più tristemente del necessario).Non fu stupito nell’ apprender che, nel vano sforzo di evitare l’urto, si era slogato il polso.

“La bambina dove abita?”

“Qui, in città, con la madre” rispose l’appuntato.

Prese a scendere lentamente le scale fingendo di zoppicare. Ma non c’era nessuno che potesse intenerire con una simile farsa. Nessuno per cui recitare. “Meglio così, d’altronde”.

 Decise di uscire da quell’inferno di camera, gli occhi che bruciavano, le gambe appena resistenti a reggerlo. Appena oltre il marciapiede vide un uomo dal cappotto lacero e unto schiacciare una carcassa di pollo arrosto sotto degli stivali. Lo faceva come se stesse compiendo un lavoro, con accortezza, pignolo. Nel frattempo passavano per strada ragazze dai seni immerlettati, scarpette da Cappuccetto Rosso smaccatamente ninfomane (povero lupo cattivo, pensò).Per terra bucce di fave ancora verdi, pacchetti di sigarette che finivano di marcire sotto il sole, tappi di lattine, cicche spiaccicate, piccioni in fase incipiente di corteggiamento. Nell’aria suoni di traffico e di un giugno mediocre. Puzza di termosifoni e di tubi di scappamento. Reti d’asfalto e d’alluminio cingevano gli ultimi scampoli di verde. Veloci penetravano la città autoarticolati della Plasmon. Contro il sole che già tramonta l’illogica presenza di un tutto che necessiti di un inizio ed una fine.

Di notte sognò di trovare dei soldi (poco meno di 10.000 vecchie lire) in una crepa del muro. E che qualcuno lo accompagnava in una inesistente passeggiata paesana.

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Le ninnenanne degli orchi

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Marianne

Marianne viveva sola col nonno in una piccola casa di legno ai confini di un paesino in cui le capre superavano in numero i pochi e malandati abitanti. Le piaceva pensare che forse un tempo era stata una fattoria in piena campagna, forse un mulino (anche se non si vedevano pale). Dal piccolo giardino posto sul retro si poteva, aprendo un cancelletto ossidato che gracchiava allegro come una giovane cornacchia, uscire direttamente nei campi e mischiarsi al volo degli uccelli.

A Marianne piacevano gli uccelli. Ma anche gli elastici fucsia, l’odore di marmellata appena sveglia, il lamento del cancelletto, la torta di ricotta, le nuvole dispari e le scarpe senza tacchi. Odiava invece gli aggettivi che finivano in “issimo” (per esempio “fichissimo”), le mosche e sopratutto i pettini, gli ombrelli e le scarpe coi tacchi.

Il nonno di Marianne coltivava le fragole. Erano davvero uno spettacolo  e dai villaggi vicini arrivavano i contadini per vederle, annusarne l’odore e assaggiarne la polpa rubino. Il nonno però era sempre al lavoro nei campi e Marianne allora ricorreva all’unico amico che aveva: il Signor Bernabeu. Insieme uscivano spesso per i campi e delle volte si spingevano fino alle rive del ruscello malato, proprio ai piedi di quegli enormi faggi laggiù, oppure arrivavano fino alla piccola stazioncina dei treni e, seduti su un paracarro, ammiravano i treni passare e le volute del fumo che, uscendo dalla pipa del treno, si perdeva arricciandosi in cielo.

Il Signor Bernabeu era contento, anche se non voleva confessarlo. Era un “tipo” strano. L’aveva incontrato (o per meglio dire l’aveva trovato) sotto un’enorme quercia, dentro un sacchetto di plastica: di quelli che si usano per la spazzatura, con una buccia di banana annerita sopra il cappello a paglietta. Chissà cosa ci faceva lì dentro! Lui continuava a sostenere che era la sua casa.

Il Signor Bernabeu era alto. In verità era esageratamente altissimo per essere un pupazzo di pezza. La cosa positiva però era che lo si poteva ripiegare a piacimento, tanto che Marianne era solita riporlo nella sua tasca e portarselo appresso quando era troppo pigro (o troppo fifone!) per camminarle affianco. Aveva due occhi grigi, un naso a bombetta e dei baffetti che non lasciavano presagire niente di buono. Aveva poi una giacchina elegante ma sotto era addirittura in mutande! Nonostante questo Marianne gli voleva bene… del resto era l’unica persona con cui poteva parlare, anche se molte volte la sua vocina calma e ordinata le riusciva noiosa e a tratti persino un poco antipatica.

Al Signor Bernabeu piacevano infatti solo cose “noiose” tipo l’ordine e qualche volte il silenzio, ma soprattutto la maglia di lana. Era un suo chiodo fisso la maglia di lana. Stando a sentire lui non c’era guaio che non potesse aggiustarsi, problema che non potesse risolversi, malanno che non potesse curarsi altro che indossando una maglia di lana.

In ciò si capiva chiaramente perché era stato abbandonato insieme ad una buccia di banana. Anche se lui continuava a sostenere che era andato dentro al sacchetto di plastica di sua volontà “alla ricerca di nuove avventure”.

A causa del passato puzzolente del Signor Bernabeu, Marianne lo sottoponeva ogni mese ad un lavaggio completo ma lo faceva solo perché convinta di fargli un enorme piacere! Dopo averlo insaponato ben bene nella tinozza riempita di acqua calda e avergli spazzolato con cura i vestiti e riavviati i pochi capelli di lana, non aveva però cuore di appenderlo insieme alla sua biancheria, quella che ad ogni lavaggio assicurava con enormi mollettoni di legno al filo per stendere sulla finestra del giardino e così lo asciugava con il piccolo phon che faceva lo stesso rumore degli aeroplani, come diceva il nonno.

Spesso, specie le lunghe sere d’estate, restavano uno vicino all’altra a parlare anche se raramente erano d’accordo. “Del resto, meglio così, se no sai che noia” si diceva Marianne. Lo stesso sentimento sembrava essere condiviso anche dal signor Bernabeu che certe volte pareva mettercela tutta a inventare problemi e a pensarla diversamente dalla bambina. La sua regola preferita era infatti “meglio non farlo” oppure “potrebbe essere pericoloso”.

Delle volte, a sostenere la sua cupa visione del mondo, le raccontava storie raccapriccianti. Storie infinite che non approdavano mai a niente, piene di ombre e sopratutto di mosche, di esseri indefiniti (e proprio per questo più paurosi). Arrivato però ad un certo punto, lui stesso sembrava spaventarsi a queste storielle e tentava di sorridere, sotto quei baffetti di lana, come per dire: “Del resto non bisogna credere a queste cose, potrei essermi sbagliato”.

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C’è un bosco.

C’è un bosco. E in questo bosco ci siamo noi, giovani cercatori di funghi velenosi. E nel bosco ci sono anche tante altre inutili cose. Prima di tutto la sera, che già inizia a calare, poi una dose adeguata di grilli, ombre che danzano (sembrando proprio quello che non dovrebbero sembrare), voci che sussurrano, qualche busta di plastica e… alberi. Alberi di tutti i tipi, proprio come nei boschi che si rispettino.

Abbiamo una forte dose di ottimismo, come se qualcuno ci avesse appena accarezzato e parlato con gentilezza:chissà poi perché. Già i folletti iniziano a danzare insieme alle mosche notturne.

Tanto che non ci preoccupiamo neppure se sia estate o meno, né delle cose che ci hanno sempre fatto paura sentendo parlare di boschi in cui la sera inizia a calare.

Le nostre cellule sembrano a posto come dopo un lungo e pignolo rodaggio e il mondo, alle spalle e di fronte, è un enorme divano, sotto il quale chissà quante cose abbiamo perduto.

Sarebbe semplicissimo dire che ci sembra essere tornati indietro nel tempo, fino a quando eravamo bambini dalle fragili gambe e dai ginocchi sbucciati. Ma non sarebbe del tutto vero. Infatti ci sentiamo gli stessi di sempre. Pur dovendo essere un insieme di io, recitiamo questa sciocca commedia di possederne uno che ci raffiguri, lo stesso di cui vediamo ogni giorno il riflesso allo specchio. Ridicolo gioco.

Il fatto è che in un bosco, sognato o meno, non ci si può certo permettere di cercar cause al posto di funghi o magari le colpe del tutto. Si è venuti qui con un intento diverso, differenti desideri ci hanno spinto fin qui. Tipo… che so?… guardare le nuvole?… ammesso che ci siano… gli aberi… cercare funghi magari.

Uno di questi giorni, doveva essere appena entrato nel bosco,  oppure faceva qualcosa di analogo, ebbe la dolce impressione che qualcosa stava mutando. Oh, non avrebbe certo saputo dire cosa. Forse qualcosa di assoluta e importante inutilità o magari la sensazione, piuttosto bislacca a dire il vero, di aver finalmente scoperto il trucco. Non so se avete presente uno di simili istanti. Capitano di solito alla vigliacca, quando si è meno preparati all’evento, magari mentre ci si trova seduti sulla tazza di un cesso.

Non so se capiti realmente , ma tutte le volte, invariabilmente, si ha la sensazione che di colpo, in una qualche parte imprecisata dell’anima, si accenda uno schermo gigantesco con una luce da svariati milioni di megawatt.
Il seguito è un po’ meno comprensibile. Si ha come la certezza di avere capito qualcosa di sommamente importante, qualcosa in grado di rivoluzionare il mondo intero e le sue giravolte siderali. Il brutto è che, non appena si cerca di mettere a fuoco il messaggio e le immagini presenti nello schermo, ne viene fuori qualcosa non solo di assolutamente banale e incomprensibile, ma addirittura cretino. L’ultima di tali “illuminazioni”,  una volta razionalizzata in parole suonava pressappoco così:

“Probabilmente non hai ancora capito che le variazioni alla Legge (questa parola stranamente scritta con la maiuscola) non sono banali ripetizioni di errori commessi più o meno in buona fede. E’ invece tutto un insieme di cose per cui NON (anche questo in maiuscolo) puoi, proprio NON puoi dividere ciò che ha davanti con enfasi da quello che ogni giorno recupera il passo senza far in modo di soffrire il guasto del tuo tempo. Il guaio è che non ci sono più vecchi profeti e noi siamo felici per niente: meno di quanto dovremmo”

E visto che l’unica parte comprensibile era l’ultima frase ecco che ritenne opportuno credere che avesse un qualche significato. Ma in bocca quell’ultima frase puzzava di nafta e bugia. Perlomeno era chiaro che non aveva niente per cui essere felice più di quanto lo fosse. Lasciamo perdere poi i vecchi profeti.

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La fabbrica della paura

C’era una volta, neanche tanto tempo fa, un pessimismo senza confini, un noiosissimo deserto privo persino di monti azzurrati, un immenso tetto di tegole che impediva di leggere il cielo e le stelle.
Una specie di drago cattivo, un misterioso elefante, coperto di dolenti ferite. Un drago ripieno di pus silenzioso e grigio di ansie.
C’erano boschi ricolmi di buio e cipressi; periferie dove le ombre danzavano di compassione; donne che non c’erano ancora e per le quali si soffriva ugualmente; c’erano giorni che andavano via, soprattutto.
Un’infinita scala meccanica di giorni meccanici, che portava comodamente a dei piani in cui non s’aveva intenzione di comprare un bel niente, perché tutto odorava di buio e roba inservibile: tipo copertoni bucati di camion, carillon arrugginiti, dolci pieni di muffa e un’ossessiva girandola di tramonti inzuppati di nuvole. In cui chissà cosa si vedeva, cosa si aspettava di sentire.
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I pesci

Ogni libertà ha la sua rete,

ogni purezza ed innocenza

è in attesa

del lampo lucente della fiocina

.

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Stanza n° 312

Aperta la porta lo vidi

Chino, con occhi di spillo

cuciva una coperta di sogni

i capelli sbucavano

dal soffitto e dalle pareti

per unirglisi in capo,

le mani come piccoli ragni

tessevano una tela argentata.

Mi vide e sorrise

ma come si guarda un oggetto

da troppo abbandonato,

un dio che s’allontana

un cielo che dirupa lento

.

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