I topi

 

Le trombe ossessive

Di una notte atonale

Spezzano i muri lacerando

Le grida dei topi.

 

Esce dal buio del mondo

Musi alla luna

Una immensa marea.

Grida verso il ghigno del sonno

Erutta intorno buio e silenzio

Il frastuono di quelle zampette

Uncinate che addentano asfalti

E sulla loro massa che cresce

Inutile s’infrange

La lenta preghiera del cielo.

 

Notte di nafta

Notte dagli occhi di fame

Hai sonno

ma non ti muovi

Aspettando che arrivi

La solita stella

Che ti suggerisca

I visi coi quali giocasti

Come fosse il più pesante lavoro

 

Appena un piccolo soffio

Ha la tua ansia

Nell’eterno rincorrere il sonno

Nell’oscurità che reputi amica

 

Musi di fame e paura

In una marcia che s’incunea

Fra ribrezzo e dolore

Ne soffri

Senza saperne il perché

 

Ridono e s’accavallano

Ed è orribile che tutto

Sembri beffarsi

Delle tue deboli ali tarpate

Di angelo decaduto

 

Le ansie come vento

Agitano gli abiti

E un valzer metafisico

Si impadronisce

Dei marciapiedi

Ingombri di rifiuti.

La danza nei cortili 

come rottami vomitati dal mare

Mozzi di stelle

Accoltellate dalle lame dei  fanali

 

Corri coi tuoi spettri e danzi

Danzi come non sai fare

Senti i topi che pregano

e sulla terra s’aprono immense mandibole

e i topi sono la tua stupidità

la tua paura e la tua fame di bimbo.

 

Escono dai sacchi

Scardinano vecchie

Rugginose inservibili grate

Sembra quasi che sappiano.

 

Negli angoli e all’ombra

Ai bordi dei muri

Avanzano cauti. Piano

Come se fosse tempo

Di salutare un amico che parte

 

E tu che ancora

Insegui il tuo sonno

Tu che ti sollevi

E ti veli di febbri

 

Ecco la stella

E sei ancora sveglio

I topi lo sanno

Ti hanno sentito

Inseguire il tuo sonno.

 

La marea dei dorsi e dei denti

Che riesci quasi a sentire

Oltre il debole velo

Della porta di casa.

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Solitari

Volendo è facile suppormi

uno che getta di proposito

carte che imbestialiscono

il suo compagno di partita.

In verità, chi guardi meglio,

scoprirà che non è in corso

nessun gioco a presupporre coppie.

E’ un solitario.

Un solitario già deciso in partenza

e di certo sicuramente perso.

Che io non l’abbia ancora terminato,

gettando il mazzo a nuovo tentativo,

è noto per via che “i solitari

li si fa per ammazzare il tempo”.

Gli sgnonfi

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Amo moltissime cose

ma fra tutte prediligo gli sgnonfi

specie quelli da compagnia.

Vedere uno sgnonfo è per me

fra le esperienze più vive

qualcosa che scalda il mio cuore

anche nell’inverno più cupo

(peccato però che di sgnonfi, in inverno

non ti capita mai di vederne nessuno

neanche se vai al banco freezer

del miglior supermercato)

Ma a primavera l’aria si riempie

dei loro festosi raspii dei loro

teneri gridi sui cornicioni ossidati

da dentro i tombini di fogna

nell’erba risecca di qualche aiuoletta

fra gli svincoli di un’autostrada

o dentro le sporche lenzuola

di qualche casa di cura per vecchi.

Gli sgnonfi alcune volte son capaci di ridere

specie quando capita loro di trovare

delle vecchie pantofole sotto un divano

il loro riso allora si espande,

riempie la casa salendo verso i soffitti

e formando scure macchie a forma di fiore

il riso poi si spegne lento come un tramonto.

Allora gli sgnonfi rientrano nel loro ambiente

si fanno sottili come degli aghi

e attraverso le narici di qualcuno presente

risalgono sino a trovare un arteria

e si rintanano, acciambellati, nel cuore

per dormire sino al prossimo giorno.

Oceano primo

Cosa fa si che in questo scorcio di marzo
-si chiese il magro ragazzo
dalle ginocchia rigate di graffi- 

il cuore si gonfi di palpiti e prema
sulle pareti della cassa toracica
quasi volesse scappare e mischiarsi
fra le cose, ad infrangere sbarre lucenti?

Essere un tutt’uno col mondo
cosa fra cose non più individuata
non più irretito dalle lucide grate
di una gabbia e cantare in unisono
col tutto la sua strana e orribile
nenia dal buio dell’eterno infinito.

Non possedere più la pena di un battito
autonomo, una voce solista
ma affondare nell’oceano cupo dell’essere.

Storia degli ISMI dimenticati: Il Ristorantesimo

IL RISTORANTESIMO

“Perchè una poesia non può essere cibo? Perchè limitarsi a leggerla precludendosi in tal modo il suo vero gusto?” questo si chiese il famoso chef-poeta Giannaverio Barbecue nel fondare, agli inizi del 1912 il movimento del ristorantesimo. Spinto dalla crisi causata dall’avvento imminente della prima guerra mondiale e dalla carenza di cibo che questa provocò con l’inevitabile apparizione del mercato nero, Giannaverio ebbe un’idea rivoluzionaria: aprire un ristorante in cui le miriadi di poeti morti di fame trovassero cibo alla loro portata.

Fu così che in una traversa del boulevard des Miserrables aprì il suo famoso “Chez le poet”, ristorante poetico che divenne ben presto il punto di ritrovo di tutte le avanguardie bohemiens (quelle aristocratiche tipo i surrealisti e i futuristi, che vantavano portafogli ben più consistenti, si tennero alla larga da quella scalcinata e raccogliticcia plebaglia artistica di pezzenti).

Il pensiero Giannaverico venne concretizzato nel manifesto del movimento, scritto nel retro del menù che veniva portato ai tavoli. Qui si spiegava che le poesie non andavano discriminate nelle vecchie categorie di Poemi, Sonetti, Odi, Canzoni o madrigali ma nelle più reali e confacenti categorie di Antipasti, Primi, Secondi, frutta e Ammazzacaffè.

Le poesie, scritte su fogli di pasta tipo pizza, dopo un leggero sofritto a base di erbe aromatiche, venivano servite in tavola accompagnate da chiare fresche e dolci acque.