Una notte sul deserto

La notte del 31 Mosè probabilmente in gran discordia per la faccenda del vitello e di alcuni appezzamenti di deserto edificabile si dissociò almeno per un attimo dal movimento “Terra promessa & C.”.

Da qui la sua nota balbuzie precipitò in abissi sempre più crescenti d’incomprensibilità (Che ha detto???) Vennero così istituite commissioni su commissioni e il caso fece scalpore presso alcune popolazioni di lucertole lì appresso. Ma non meno la statura del grande ebreo ne uscì con gran disinvoltura alla testa dei suoi trenta o quarantamila pecorai.

Per questo la notte del 31 fu fondamentale per la Storia non meno della notte del 21. Per questo quella notte rimase nelle leggende (il popolo, si sa, ama più quest’ultime che il desco quotidiano). La cosa tuttavia non sortì nell’animo del condottiero, alcun aumento di superbia. Anzi, alcuni notarono persino un accrescersi della balbuzie del profeta. tanto che ormai ben pochi riuscivano a capire le sue omelie. Dall’alto di un sasso, mentre pontificava su quella folla polverosa di pecorai, uscivano suoni difficilmente immaginabili. Come se un tir di mozzarelle improvvisamente sbandasse per il fondo scivoloso di un dirupo chilometrico.

Questo però non creò grossa preoccupazione presso i bardi, ormai esacerbati dalla penuria di pubblico. Ne nacquero così, lungo il corso degli assetati anni, splendide metafore, ornati poemetti bustrofedici, inenarrabili poemi accomunati tutti da un unico afflato e contenuto: il tutto e il contrario di tutto. V’era in essi chi affermava che Dio era misericordioso ma nel contempo inconoscibile per cui dovevi ringraziarlo se ti mandava una bella sciagura familiare, ma anche chi affermava che Dio, a ben vedere, era una metafora talmente circonvoluta che non poteva essere altrimenti che la metafora di se stesse, e dunque del tutto priva di fruizioni umane. I più mistici si persero nelle sabbie dell’indeterminazione più spinta, tanto che li vedevi persi, gli occhi che fissavano con ebetitudine le rade nuvole nel cielo contandole, come si dice facciano gli insonni.
Il tutto, insomma, sembrava sotto controllo. Non fosse altro perché quella moltitudine non aveva altra meta che la speranza di averne una. Per quarant’anni avevano girato per il deserto in acrobatiche e ghirigoriche traiettorie senza trovare neanche un minimo straccio di terra promessa. Non che ci credessero, all’esistenza della stessa… ormai lo facevano più per scansare lo spleen che suole percorrere ogni massa che si rispetti (specie se formata da pecorai monoteisti).

(continua)

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Alpinismi sugli specchi – I colloqui di lavoro

– Passiamo ora alle esperienze di lavoro

– Bene

– Ne ha?

– Dipende

– Da cosa?

– Da cosa cercate. Se cercate uno con esperienza allora sono la persona che fa per voi, ma anche se cercate uno con poca o nessuna esperienza sono ugualmente io la persona giusta. Cosa cercate?

– Una via di mezzo

– Perfetto, io ho esattamente un tipo di esperienza di mezzo

– In che senso?

– Nel senso che ho delle esperienze di lavoro importanti ma benissimo trascurabili, al punto quasi di essere non esperienze lavorative (anche se però nel loro genere di notevole interesse)

– E quanto sono durate queste esperienze?

– Un periodo medio, diciamo non troppo lunghe ma sufficienti a rassicurare

– Sia più preciso, quanti anni?

– 5?

– Troppo pochi

– 10?

– Troppi

– Allora ci siamo, perchè io ho esattamente 6-7 anni di esperienze causali, continuative, trascurabili ma di dubbio interesse.

– All’estero o in Italia?

– In Italia

– Male

– Però intendevo in Italia ma all’estero, infatti ho lavorato a San Marino

– Male

– Ma in periferia di S. Marino. praticamente lo stabilimento era proprio sul confine Italiano e appena entravo in ufficio-fabbrica passavo il confine

– E a titoli di studio come siamo messi?

– Ho un diploma

– Troppo poco

– Ma ho anche una laurea

– Troppo

– Però è una laurea che non vale granchè

-Hmm

– A dirla tutta la laurea l’ho comprata

– Male

– Perchè?

– Perchè denota scarso interesse agli studi

– Ma a me piace moltissimo studiare

– Male

– O meglio, mi piacerebbe, ma in realtà sono secoli che non apro un libro

– Male, bisogna leggere

– Non apro più un libro da secoli perchè ormai sono passato agli ebook e leggo quelli

– Male, perchè a noi non piacciono i patiti di elettronica

– Ma io non so neanche che cosa è l’elettronica

– E come fa allora a leggere gli ebook?

– Me li faccio leggere da un amico bravo

– Male, vuol dire che non è indipendente nelle nuove tecnologie, Comunque sia lasciamo perdere e veniamo all’età. Quanti anni ha?

– 50…

– Troppo vecchio

– Scusi, non mi ha fatto finire, dicevo che mi mancano 50 giorni a compiere 28 anni

– Troppo giovane

– Si ma io intendevo 28 anni marziani, che corrispondono pressapoco ai 35 terrestri

– Troppo medio

– E quanti dovrei averne allora?

– Il tanto giusto, s’intende

– E cioè?

– Più o meno il range è fra i 31 e i 31 e mezzo

– Esattamente i miei

– Ma non ha detto che ne aveva 35 terrestri?

– Si ma anagrafici, perchè c’è stato un errore nella registrazione al momento della mia nascita, io in realtà ho 31 anni e mezzo NATURALI

– Troppo esatto

A me mi piacciono

A ME MI PIACCIONO

A me mi piacciono molto 
le donne con le calze scompagnate, 
quelle che escono incuranti 
coi capelli tipo vermicelli.
Perchè mi immagino gli uccelli
che si posano e possono fare il nido
in quel profumato intrico
di spaghettini scuri o biondi
E crescere i loro piccoli pulcini
al riparo del vento e della pioggia. 


A me mi piacciono le donne la mattina,
quando ti sei svegliato da un incubo
(che per esempio eri l’amico
intimo di Gigi D’alessio
che ti faceva sentire l’ultimo cd)
e le vedi lì, la sagoma che riluce
nella finestra di cucina,
con quelle vestagliette di una volta
e i calzini scompagnati,
magari con un maglione slabbrato
e troppo grande (purchè non benetton). 


A me mi piacciono le donne di tutti i giorni,
le altre – quelle di plastica –
le lascio a quelli dotati di meno fantasia,
dal cuore di nescafè liofilizzato.

(Pino Impasto, “Versi da betoniera”)

Arriverò un bel giorno

Arriverò un bel giorno

cavalcando una notte qualunque

di un anno qualunque.

Forse quando il mondo

sarà solo una favola antica

 

Quel giorno forse avrai compiuto

gli inutili gesti di sempre

avrai chinato il capo

per la millesima volta

muovendo i tuoi occhi

come li muove un agnello

condotto a strappi

lontano dalla sua greppia

 

Quel giorno avrai forse affidato

senza più alcuna speranza

le tue tenere braccia

sui guanciali del sonno

come ci s’accascia a terra

dopo una lotta illusoria

 

Ma sarà proprio quel giorno

che cavalcando una notte qualunque

arriverò presso il tuo sonno.

Due salici

Due salici piangenti, sulla riva di un quieto ruscello, conversavano fra loro.

«Perché mai piangiamo noi salici?» Chiese il salice più giovane al suo anziano compagno.

 A questo punto il primo salice narrò una storiella che ogni salice adulto conosce a memoria. Disse:

«Un tempo, prima che noi esistessimo, nessuna creatura, in tutta la terra, piangeva per le condizioni penose in cui era costretta a vivere.

Così all’Iddio venne in mente di creare un essere capace di piangere, il cui compito, insomma, fosse di piangere anche per le altre creature. Ordinò dunque ai suoi angeli che gliene facessero una. Ed ecco che gli angeli, fecero l’uomo.

Ma quando l’Iddio lo vide, non volendo umiliare i suoi angeli, li lodò e volle rimediare alla cosa mettendosi personalmente al lavoro. Creò un salice, ordinandogli che piangesse per sempre. Da quel giorno noi piangiamo. Il perché resta a noi stessi ignoto ma io credo che l’Iddio ci abbia creati per insegnare all’uomo, il modo perfetto di piangere.»

Fece appena in tempo a pronunciare questa frase che due uomini apparvero e si fecero presso i due salici.

Avevano in mano degli strani oggetti lucenti.

La conquista

Arrivammo fin qui

con speranze da affamati

negli occhi chissà quali paradisi

tanto che nella marcia

fiorivano leggende smisurate

 

del resto il grande nulla

lasciatoci alle spalle ci consentiva

questo disutile giocattolo:

persa per persa una vita è poca cosa.

 

Le notti si sognavano gli abbracci

di sirene dalla pelle color d’ambra

ed effluvi di profumi tali

che s’insinuavano dal sonno

nel pesante sudore militare

delle tende e delle ridicole armature.

 

Certo, le prime sabbie immense

un po’ ci preoccuparono

le labbra si incurvarono

in contrappunto ai dorsi

carichi di superflua attrezzatura.

 

Eccoci ora in questo assurdo

e inconcepibile

smisurato impero delle sabbie

guardarsi attorno è più vano

del respiro di un morente.

 

Chi recrimina che scelta non vi fu

cerca di consolarsi

con una remissiva e pia storiella.

 

Come nelle favole

il seguito è del tutto indifferente

ci sia la gioia

o il cadavere gettato in una fossa.

 

Soldati fummo

o meglio, ci credemmo

La realtà è che quelli che ci coprono

non sono altro che vani

pietosi brani di ciò che furono divise.

 

 

 

Sentieri

O infine su per tenui pendii

dove il mirto ha dimora

e stridule grida d’uccelli smarriti

cantano nenie ancestrali

non più care agli umani

 

dove la pellicola d’uomo

s’è staccata come muta di serpe

e ti canta l’adagio perenne

degli asfodeli e dei cardi

 

e non ti capaciti

che tutto sia vero e che in alto

il cielo possa ancora ospitare

voli di giovani allodole

a trinare il velato

con traiettorie di fame

 

vedi laggiù pochi opifici

crocifissi nel semplice azzurro

li vela come d’usato

la nebbia che sempre circonda

le inutili opere umane

 

e infine senti

che lo spazio della tua piccola vita

è ben poca cosa

in questo tremendo

misericordioso febbraio

.