Per un dibattito (spero)

Impossibile scrivere ed impossibile non scrivere

Ogni scelta importante si riduce a questa mancanza di soluzione e al labirinto in cui ciascuna delle due strade conduce ugualmente. Solo una serie ben fortunata fra miriadi di combinazioni possibili consente l’uscita, le salvezza dunque.
Intanto però occorre scegliere, scegliere fra tante di queste impossibilità una dietro l’altra dietro l’altra, senza neppure potersi fidare del contributo del raziocinio o di un giudizio obiettivo.
E così ci si affida al sentimento.

A simili destini non ci si farà mai il callo; la nostra coscienza li percepirà sempre come inclementi martellate alle dita: ogni volta si grida di nuovo al dolore e questo grido a sua volta, registrato da una memoria inclemente, contribuirà a rendere più dolorosa la prossima martellata alle dita.

Posso solo dire, da parte mia, che i miei scritti non nascono da nessun dramma, da nessuna irreparabile frattura col mondo. Sono cosciente solo che è l’unico modo che mi consente di costruirmi un universo più adatto ai desideri del cuore.
A tutta prima potrebbe sembrare una inconscia ribellione o un rifiuto-vendetta per un mondo che mi concede appena un cantuccio in cui sopravivere (ed è già molto). Dubito invece che sia così: il mondo mi è sempre servito da trampolino, come spinta per un balzo nel vuoto.Che io non lo rispetti è dunque una forzatura: in realtà lo rispetto come si può rispettare un trampolino che consente almeno il desiderio del balzo.

Forse è assurdo cercare un’ unica causa al bisogno di scrivere. Ognuno ci si getta per i più disparati motivi ed è estremamente arduo segnare un limite fra rèverie e poesia “vera e propria”.
La prima, come si sa, è forma spontanea in ognuno di noi e non richiede studio o applicazione, la seconda abbraccia la prima cercando di conferirle maggior dignità(spesso deturpandola con magniloquenti discorsi).
Molto spesso la réverie è poesiaa quando non si perita di vestirsi con abiti di lusso, quando rimane fedele alla propria natura, quando cioè rispecchia il profondo di noi, senza fronzoli innecessari, senza inutili imbellettamenti.
Allora diviene il sottofondo delle fiabe e dei miti, il principale materiale per la poesia (sia essa grande o minore).
Con questo incipit vorrei invitare chi mi legge a esprimere il SUO concetto di scrittura, ma sopratutto se è abbia ancora un senso lo scrivere, quale ruolo l’arte debba rivestire oggi, etc. etc.

Ogni intervento sarà gradito e pubblicato, Grazie

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Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

44 thoughts on “Per un dibattito (spero)

  1. Antonio ha detto:

    Se lo scrivere abbia un senso è variante letteraria della domanda principe se la vita abbia un senso. Hai dedicato un post a Rilke, il poeta in quella lettera al giovane scrittore, che io ricordi, non assegna allo scrivere un senso, ma si affida al desiderio di scrivere dello scrittore. Ebbene se lo scrivere o la vita abbiano un senso è cosa per chi si accontenta di un senso già fatto da raggiungere, poi ci sono anime che invece hanno bisogno di costruire di un senso partendo sempre da nulla, con il rischio sempre presente di ritrovarsi in mano nulla. Lo scrivere, come il vivere, è il fare forma al nulla.

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  2. Antonio ha detto:

    naturalmente intendevo “dare forma al nulla.”

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  3. mukele ha detto:

    Il post non ha alcun intento filologico ma è un invito a tutti per dire la loro su un tema che è – come dici – certamente vasto e forse anche impegnativo, ma che riguarda ciascuno di noi (almeno di coloro che hanno la pretesa di tenere un blog di poesie o di coloro che le leggono).
    Quindi benvenuto e grazie. :))

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  4. mukele ha detto:

    Ctrl+C & Ctrl+V

    “La cifra peculiare della scrittura poetica di XX, il filo rosso che unisce in una trama unitaria le varie tappe del suo ancora breve ma già significativo percorso, condotto sempre con profonda discrezione e rigorosa attenzione ai presupposti e ai risvolti teorici del lavoro in fieri, è da ricercarsi nella presa d’atto dello snodo traumatico che la nostra epoca rappresenta, tanto sul piano etico che su quello culturale ed estetico, e nella piena consapevolezza, da cui la sua ricerca in gran parte si origina e si dispiega, che sia possibile trovare un punto di sintesi tra il rigore, le ragioni e la semplificazione ordinatrice tipica della scienza, e l’insondabile, ontologica, metamorfica refrattarietà che l’arte, in modo particolare la poesia, apparentemente le oppone.”
    Per pudore non cito il nome dell’autore ma queste cose sanno di muffa lontano un miglio. La critica che si arrampica negli specchi mi ricorda il fantastico personaggio di Guzzanti che ironizza sui mercanti d’arte in televisione. Credo che molta gente si allontani dalla poesia proprio per “colpa” di simili accozzaglie di frasi e di concetti presi d’accatto.
    I migliori sembrano dei temini da liceo ben riusciti. Il “nascondismo” impera.

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  5. mukele ha detto:

    Penso che sia venuto il momento di spiegare un po’ quali sono le mie intenzioni nell’aprire un blog di poesia anomalo quale il presente.
    Non sono certamente dei secondi fini commerciali o di profitto (siete pregati di smettere di ridere). So benissimo che in Italia quelli che leggono sono un’infima minoranza e di quest’ultima, quelli che leggono poesie, sono un’ulteriore infima minoranza.
    C’è da fare soldi vendendo qualsiasi altra cosa (fossero anche degli occhiali da sole per cani) tranne che poesia, quindi credo di avervi rassicurato.
    Nè tantomeno è quello di aprire l’ennesima antologia uéb di sfigati poeti che vivacchiano nel loro angolino.
    Quello che ho in mente invece e di formare un gruppo che faccia ciò che sembra così difficile fare in tutti i blog che ho visitato: DISCUTERE. Ogni blog che ho visitato è un desolante solipsismo elevato a potenza. I commenti sono rari, spesso del tutto fuori tema e non si spingono al di là di due o tre brevi frasi che non dicono niente. Lasciamo perdere poi i blog professionali sulla letterattura e sulla poesia. Ho trovato delle cose da raccapriccio.
    Vorrei invece che qui si DISCUTESSE, forse anche prima di scrivere, ci si CONFRONTASSE e si formasse un gruppo con un programma.

    La domanda che tento di pormi da diverso tempo è la seguente:
    “I mezzi informatici che oggi hanno una larga diffusione e che si prevede sostituiscano gran parte del nostro modo di comuicare, possono essere usati in modo coerente per far nascere una nuova poesia?”
    “La poesia e lo scrivere in generale, possono fare a meno di porsi quantomeno la domanda di COME utilizzarli, e quindi di cambiare?”

    Questa è la domanda che vi giro. Mi interesserebbe che iniziassimo da qui.

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  6. mukele ha detto:

    NOTA DI SERVIZIO

    Sarebbe certamente meglio un forum che la forma di un blog per le discussioni ma per ora accontentiamoci di questo. Vedremo in seguito. Ho già uno spazio web che intendo utilizzare a proposito.

    Volevo solo aggiungere, scusandomi se lo faccio qui, che chiunque volesse aprofittare del nostro “sponsor” Editori Abusi Italiani e volesse pubblicare i propri scritti sotto forma di libro elettronico sfogliabile è pregato di contattare il sottoscritto.

    Tanghiù

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  7. Sandro ha detto:

    Io… perché scrivo.
    Innanzitutto devo ancora sapere cosa voglio scrivere e, così facendo, il “materiale” si accumula e si accumula, fin quando qualcuno (quando sarò morto, che fa più effetto) non si deciderà a raccogliere tutto.
    In un primo momento si, io pensavo di scrivere perché reietto dal mondo, difettoso e scansato… quando ho capito che in effetti non rappresentavo niente di particolare… che ero un ovvio, allora ho deciso di denunciare questo senso di ovvietà di cui mi sento pervaso e circondato.
    In realtà, dilla tutta, scriviamo perché vorremmo essere non tanto famosi, quanto ricordati, in un cosmo in cui nessuno si ricorda di nessuno e dove non ci sono più personaggi o idee degni di essere ricordati. E’ una forma di vanità truccata da ispirazione la scrittura… e su cento che scrivono, novantanove fanno letteralmente vomitare (me compreso, naturalmente)…

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  8. mukele ha detto:

    Grazie Sandro di aver rotto il ghiaccio. Le tue parole sollevano un dubbio che mi rode da giorni e che volevo diventasse più preciso nella mia mente per renderne partecipi i pochi lettori del blog.
    Il dubbio è questo: nell’epoca “analogica” quando uno scrittore in punto di morte voleva nascondere le sue opere mal riuscite, bastava affidare ad un amico il rogo dei propri manoscritti. Che poi gli amici quasi mai assolvessero a queste ultime volontà non stupisce nessuno.
    Il problema nasce con l’avvento del digitale. In punto di morte dovremmo lasciar detto ai nostri fidati amici. “Mi raccomando, Formatta la pennina USB e tutti gli Hard Disk del PC”. E per le opere inavvertitamente abbandonate alle pagine HTML del uèb?

    Ci sarebbe da rivedere alcune cose dunque. In modo simile dovremo ripensare a tutte quelle idiosincrasie da scrittori che rimangono retaggio di un tempo volto a terminare.

    Morale del post? Occhio al backup dei dati, ragazzi

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  9. Sandro ha detto:

    Eh, ma io non ho Max Brod che mi salva i dati… e molte volte li ho persi, vaganti su CD che poi non ho mai più trovato. Comunque non erano cose rilevanti…
    Io direi che nell’epoca di Internet più che salvare i dati dovrebbe aumentare l’autocritica di chi scrive.
    Troppo spesso mi capita di leggere componimenti tipo
    “tu sei il vento della passione che come un destriero mi cavalca”.
    Eppure basterebbe leggere un pò…

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  10. mukele ha detto:

    beh, sarebbe pretendere troppo. Mi accontento che, insieme a molto ciarpame, sia finalmente dato modo a molta gente capace di poter far conoscere i propri scritti. Ovvio che per trovarne uno occorre tanta fatica e tanto fodero allo stomaco. Però direi che è meglio così.
    Ricordo quando ero giovane i salti mortali che doveva fare un ragazzo per pubblicare qualcosa diversamente che a mano. Il ciclostilo (aggeggio infernale nato per la stampa di piccoli volantini era un lusso che ci faceva sognare). Oggi tutti possono farsi un libro da se, scrivere senza problemi di censure redazionali.
    Vale ancora di più per la poesia. Quando mai un editore sarebbe disposto a degnarti + di 2 minuti ad una proposta di un canzoniere?
    Ben vengano dunque i “destrieri”, i “cavalieri” e gli “spingitori di cavalieri”. Purché ci siano anche dei fiori nascosti, degli autentici scrittori e non delle marionette da editoria.

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  11. Antonio ha detto:

    i tempi cambiano, gli strumenti corrono appresso, ma da sempre ognuno tenta di dire “esisto anch’io”, come diceva Danilo Dolci in una sua poesia. Qgnuno lo fa come può, l’impresa è sempre la stessa don chisciottesca lotta disperata contro la morte.

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  12. mukele ha detto:

    Adesso rischio di aprire una vecchia polemica a proposito del “esisto anch’io”.
    Ricordo che due delle più grandi opere di letteratura di tutti i tempi (parlo dell’Iliade e dell’Odissea) sono senza autore. Le cattedrali romaniche e gotiche (almeno fino a Chartes) sono senza autore.
    Prima della rivoluzione borghese (avvenuta in arte con la comparsa di Michelangelo e di Leonardo) non si aveva idea di cosa fosse l’artista, almeno nei termini concepiti da noi e che ricalcano le fesserie propinate da certo romanticismo (Wagner in primis).
    L’opera d’arte era frutto di una “bottega”: oggi diremo lavoro di team. Un pittore del quattrocento si sarebbe stupito alla critica rivolta ad un suo quadro che questo non fosse stato “completamente dipinto dalla sua mano” ma da discepoli e allievi.
    Non si aveva insomma la pretenzione, nata come dicevo in Michelangelo, che l’opera d’arte, in quanto riflesso dell’anima dell’artista, dovesse essere compiuta da lui solo.
    Ecco dunque che si mise a dipingere l’intera Cappella sistina senza aiuti. I suoi contemporanei dovettero guardarlo come si guarda un vero pazzo.
    Noi siamo ancora ancorati all’idea di una produzione artistica legata all’ndividuo. Siamo stupidamente incapaci di afferrare la verità che ci circonda. E cioè che, come nel medioevo, l’individuo non conta più nulla.
    Troppo arduo sintetizzarlo in una replica di post. Ma spero di essermi fatto capire.
    Non è giunto il tempo, insomma, che si ripensi a tutto questo liberandosi a troppi pregiudizi?

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  13. mukele ha detto:

    Solo a questi presupposti lo scrivere manterrà una ragione di esistere. Solo dopo avver riallacciato i contatti con la realtà potrà nascere un auspicato “stil nuovo”.
    Che l’arte sia morta lo dicono anche le comari al mercato. La cosa che non hanno capito tutti e che tale sentenza non si applica all’arte in generale, ma a quella che continua ad usare mezzi “morti”, atteggiamenti da “redivivo”, poetica e mezzi da zombies.

    🙂

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  14. Antonio ha detto:

    mah! intanto io non confonderei la morte dell’arte con la stitichezza creativa, in quanto alla sparizione dell’individuo o del soggetto che dir si voglia mi trovi molto perplesso…io penso che non sia ancora nato l’individuo, pensa un po’! per quanto riguarda l’esisto anch’io che citavo non mi riferivo certo ai sogni di gloria e immortalità ma a qualcosa di molto più complesso, Hegel lo chiamava riconoscimento per spostarci nell’ambito della creazione artistica concedimi un’iperbole, mentre creo qualcosa io ne sono il Dio e che altri lo credano o meno è un dettaglio che lascio al Dio psicopatico che vuole essere adorato, la durata della cosa creata è sicuramente quell’illusione di immortalità che per quanto illusoria merita attenzione ma quello che conta veramente è l’atto creativo, l’atto in sè, mentre lo si compie.

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  15. mukele ha detto:

    Ok, la mia non voleva essere una critica personale. Ripeto che lo scopo di questo blog (almeno per il sottoscritto) è quello di poter discutere con delle persone di argomenti che tengo dentro da tempo.
    Per lungo tempo sono stato fuori da discorsi sull’arte e sulla poesia. Adesso mi guardo in giro per guadagnare il tempo perduto.
    La morte dell’arte si ferma a letture Adorniane. Ricordo che a quei tempi ritenevo la cosa già bella che dimostrata.
    Ripensandoci ora mi accorgo che l’assioma Adorniano era rivolto al vecchio concetto di arte.
    Oggi si continua stancamente a ripetere vecchie e logore strade.
    Oggi so che il bisogno di arte non può essere rimosso ma che non è al passo coi tempi. Nel più roseo dei casi è formato da balbettii e ricopiature delle vecchie opere.
    Anche l’avanguardia fa pena, ferma a stilemi vecchi di secoli. Certo, si continuano a tenere le rubriche d’arte e si sfornano opere e autori.
    Con disinganno guardo a tutto ciò come una patetica rissa fra mendicanti.

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  16. mukele ha detto:

    Ora la sfida è questa: vogliamo liberarci di tutto questo vecchio ciarpame? Vogliamo scrollarci di dosso la muffa?
    Vogliamo finalmente dire addio alla vecchia e cara stilografica e prendere in mano ‘sto benedetto computer?

    La ragione per cui ho messo il video di Guzzanti, non è solo per un necessario break a pensieri “pesanti”, ma proprio per far capire la fine che fa un poeta che continua a usare i “versi”.
    La gente ride perchè capisce che quel personaggio è vero, che gente simile esiste, pur essendo fuori dal mondo. Quelle risa sorgono per come la gente vede i poeti moderni: dei perfetti anacronismi.
    E lo scroscio di risa è ancora più forte perché la gente sa di avere ragione. E’ un pezzo quasi catartico!

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  17. Sandro ha detto:

    Ti dico no! 🙂
    Non abbandono la penna stilografica e non mi voglio scrollare di dosso la muffa. Per quanto mi riguarda tutto quello che so (davvero poco) lo so grazie a quella muffa.
    Uniremo la muffa al processore. La vedo come una soluzione migliore…

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  18. Antonio ha detto:

    anche a me piace tanto il gorgonzola e magari parlandone in rete si potrebbe scoprire che piace anche a tanta altra gente.

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  19. mukele ha detto:

    Ma io intendevo esattamente unire la muffe col processore, trasformare il processore in nuova montblanc.
    In quanto al gorgonzola poi, piace anche a me.

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  20. mukele ha detto:

    Per esempio: ho sentito parlare molto di ipertesto, ma ciò che ho visto realizzato fa veramente pena (sia sotto il profilo letterario che sotto quello informatico); ho sentito parlare di poesia digitale ma poi ciò che ho visto realizzato sfiora l’infantilismo.
    Perchè?
    Semplice, o il poeta digitale capisce qualcosa di informatica e riesce a costruire qualcosa ma con i limiti imposti alla sua conoscenza. Oppure il lavoro è effettuato in connubio, senza prima un intento artistico condiviso. Insomma: fallimento.
    Prendete invece la pubblicità.
    Lì – benche lo scopo sia puramente commerciale ed ogni singolo frame sia studiato attentamente – il team è guidato e ciascuno deve dare il masimo per il suo campo. Da chi trova la musica adatta a chi studia il tono di voce o compone il testo.
    Sotto quest’aspetto, l’unica vera opera digitale degna di tale nome è la pubblicità.
    Cosa le manca per essere veramente digitale? Quella funzione che viene (a torto) chiamata interazione. Ovvero che l’utente possa intervenire attivamente.

    Pensate a cosa si potrebbe arrivare oggi adottando a pieno le nuove tecnologia:
    Un testo per esempio in cui la trama viene scelta dal lettore, in cui i lettore può scegliere la musica di sottofondo adatta (che si tratti di suoni naturali come il vento o le onde, oppure della musica). Immaginate che il lettore potesse perdersi nel testo con i rimandi ipertestuali o approdare a pagine che daranno veramente l’impressione di essere dei tesori scovati in una avventura.

    Questo io intendo per ipertesto, non le patetiche opere che mettono due o tre link e si credono già di aver fatto opera nuova.

    Avete mai visto una poesia con un link? Chiedetevi perchè.
    Oppure preferiamo continuare a parlare di “occasi” e di “spleen”.

    Sono stato prolisso, scusate la foga.

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  21. mukele ha detto:

    Invito tutti a spostarsi nel post “Le poesie coi pulsanti”. Sto perdendo completmente il filo. Troppi post aperti.
    Scusate il disagio. Grazie

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  22. Gianluks ha detto:

    Personalmente non sono uno che riflette troppo su cose come questa ma la discussione è interessante e mi ha dato di che pensare. Non scrivo poesie (non sono proprio capace) però scrivo racconti e storie… direi che la scrittura è comunque un modo per esprimersi non indifferente. Quando scrivo non è possibile (per me) scrivere senza cuore. Ci metto irrimediabilmente del mio in quello che scrivo e il mio umore, la mia personalità e carattere si fiondano all’interno anche di quelle poche e semplici righe che vengono fuori da un intero pomeriggio passato di fronte al PC. A questo punto lo scrivere ha si un senso… però soggettivo. Un senso che magari il lettore non può comprendere, nemmeno se conoscesse l’autore. Si scrive per tante cose… per rilassarsi, per sfogarsi e svuotare la mente, per divertirsi, si scrive quando si è tristi, quando si è su di giri (oddio, così uno scrive sempre).
    Come ho premesso nella prima riga di questo commento non mi capita spesso di pensarci a queste cose. Questo è il mio parere riguardo all’argomento. In ogni caso io senza scrivere non potrei vivere… ne ho bisogno 🙂

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  23. mukele ha detto:

    Penso che chiunque qui possa condividere l’ultima frase di Gianluks. Il problema però rimane irrisolto sino a che non si possa rispondere onestamente ai seguenti interrogativi:

    1) Ha senso continuare ad usare forme che ormai non comunicano più se non ad una sparuta elite di nostalgici?
    2) Non è possibile utilizzare nuovi modi di scrivere?
    3) Non è una posizione artisticamente ipocrita quella di dire “Voglio scrivere, non so cosa sia e cosa debba essere una poesia o un racconto ma siccome altri hanno sempre fatto così, io mi accodo senza mettermi problemi.”

    Quanto detto poi non si limita a scrivere “poesie”, ma si intende a tutto il processo dello scrivere.

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  24. Gianluks ha detto:

    Effettivamente hai ragione, nel senso che il problema resta si irrisolto. Sinceramente non saprei che rispondere alla seconda domanda. Per quanto riguarda la prima posso dire che se si ragionasse tenendo conto di quante persone leggono ancora e apprendono ciò che gli autori comunicano, allora sarebbe decisamente inutile continuare a consumarsi i polpastrelli sulle tastiere. Però sta allo stesso livello dell’arrendersi… cioé, se io smetto di scrivere solo perché le persone non leggono ciò che creo non potrò mai sapere se qualche mia opera futura sarebbe mai stata apprezzata (forse ho scritto una frase illeggibile). Per quanto riguarda la tua terza domanda… beh, è un altro discorso. Uno, prima di partire a scrivere pagine su pagine, deve porsi delle domande… Una di esse è senza dubbio: per chi scrivo? Se la risposta che ci si da, assomiglia a questa: scrivo perché tanto lo fanno tutti… allora è meglio lasciar perdere. Non mi sentirei di scrivere, magari qualcosa che possa un giorno avere successo, senza però averci messo delle emozioni. Un testo freddo può anche essere bello ma rischia di non trasmettere nulla… secondo me non è possibile scrivere solo perché lo fanno altri. Si, è da ipocriti… ma un minimo di amor proprio lo abbiamo tutti. Si arriva davvero a questi livelli?

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  25. mukele ha detto:

    Forse sono io a pretendere troppo da me stesso. Sarà perchè ho amato davvero l’arte e la letteratura e vederla ridotta ad una larva (e questo da parte di lettori ma anche di autori) mi spinge a chiedermi se l’impasse sia definitivo ed irrevocabile.
    Se cioè bisogna rassegnarsi al mutismo artistico con la giustificazione che “tanto…tutto è stato già detto” oppure se è nostro dovere, prima di soddisfare questo nostro desiderio-bisogno di scrivere, cercare davvero delle strade alternative, delle ragioni che ci consentano, come minimo una ragione di esistere ancora.
    Quello che voglio dire e che continuare a pensare alla scrittura utilizzando le vecchie “tecniche” è un suicidio artistico. A meno che non si persegua solo ed unicamente il successo. La nostra bella faccina sulla copertina di un libro.

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  26. mukele ha detto:

    L’alzar di spalle di molti che, continuando a definirsi “poeti” o “scrittori”, rivolgono a tali dubbi è degna solo di commiserazione.
    Si continua a coltivare il proprio orticello incuranti del fatto che non esiste più terra, non esiste più acqua, non esiste alcuna possibilità che un essere vivo come una pianta possa crescere in un ambiente sì ostico.

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  27. cristinabetti ha detto:

    Io credo che ognuno di noi debba semplicemente scoprire qual’è l’arte che ha dentro, seguirla e cercare di mettere insieme serietà e lavoro per raggiungere il vero scopo dell’arte; il benessere interiore, sia per chi la fa, sia per chi ne gode i risultati.
    Scrivere, dipingere, scolpire, fare la maglia o coltivare piante, ognuno di noi ha un’arte dentro, dobbiamo solo scoprirla e saperci andare d’accordo…

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  28. mukele ha detto:

    Ciao Cristina,
    il tuo atteggiamento sarebbe piaciuto ad un giapponese. Lui, al contrario di noi, non sarebbe stato in grado di spiegare la differenza fra una poesia e un albero in fiore, tra un dipinto e il disegno casuale delle foglie sullo specchio di un laghetto artificiale. Direbbe semplicemente che sono belli. E basta.
    Forse i malati siamo noi, a voler etichettare tutto, a voler misurare e catalogare (con ciò, forse, uccidendo quello che è bello).
    Ma tant’è. A ciascuno il proprio destino. Se tu riesci a vivere ciò che dici, allora sei più avanti certamente di noi, che ci attorcigliamo nella speranza di capire, di imprigionare una bellezza che (forse) per sua natura non è catturabile.
    Grazie della visita e dell’intervento. Se poi rimani a guidarci, meglio ancora 🙂

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  29. Starla ha detto:

    Eccomi qui. Se si parla di scrivere non posso non esserne toccata. Ho sempre scritto, da quando ho una matita in mano. Ma non sono certo un’artista, anche se vedo scribacchini tremendi riempire pagine di libri e giornali.

    Qui è riassunta la mia posizione su chi scrive e invece sarebbe meglio che si astenesse. Internet ha poi spalancato le porte agli scribacchini, regalando loro ben più di 15 minuti di celebrità:

    http://starlainvenice.wordpress.com/2010/06/24/lartista-della-domenica/

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  30. mukele ha detto:

    Benvenuta Starla. Grazie della partecipazione. Concordiamo un po’ tutti sui sedicenti artisti. Qui però è fondamentale capire se sia il caso di rimettere un po’ in discussione il tradizionale modo di scrivere e di comunicare oppure di affondare allegramente verso la totale autoemarginazione. Ci sono spazi perchè si possa riprendere in mano un linguaggio ancorato a vecchie e superate esperienze? Come dobbiamo porci di fronte alle nuove tecnologie?
    Ricordo che un intellettuale, molto più nostalgico di noi in fatto di tradizioni liriche ma profondo conoscitore del mondo in cambiamento, parlo di Pasolini, non ha esitato a utilizzare queste nuove tecnologie (film) per arrivare alla gente. Il libro era ed è appannaggio di una classe di privilegiati.
    L’umiltà di Pasolini credo sia l’esempio che dovrebbe farci riflettere. Ancor di più dopo che sono passati decenni e le nuove tecnologie prospettano scenari completamente nuovi.
    Questo per stare in tema.
    🙂

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  31. Starla ha detto:

    Secondo me lo scrivere è sempre tradizionale, per forza di cose. E per forza di cose la tecnologia è cambiata e tutti possono essere più o meno letti. Pensi che abbia senso una corporazione di scrittori?

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  32. mukele ha detto:

    Vedi, io credo che le nuove tecnologie offrano strade impossibili al metodo tradizionale di scrivere. Credo che sia stupido, dal punto di vista artistico trasferire supinamente in una pagina HTML delle strutture che appartengono solo alla carta stampata.
    Basti pensare per esempio al fatto che la pagina HTML non ha bordi, teoricamente. Adatta il proprio contenuto al sistema che la osserva. Al contrario della carta che finisc materialmente.
    Ma questo è solo il minimo dei migliaia di esempi che sono offerti dall’informatica ma di cui, molti di noi, per ignoranza e per quieto vivere, continuano a ignorare l’esistenza.
    Come può una rivoluzione della comunicazione non influenzare le arti (che sono comunicazione all’ennesima potenza)?

    Credo di averti riassunto quanto detto nei post precedenti.

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  33. Starla ha detto:

    Le arti sopravvivono a tutto.

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  34. mukele ha detto:

    Dovremo cullarci dunque in questa speranza?
    Perchè di speranza si tratta, mi spiace dirlo, e sarebbe inoltre anche da dimostrare.
    Se per arte si intende invece il “mestiere”, allora sì, in effetti, il mestiere sopravvive.
    L’arte è cosa diversa però.
    🙂

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  35. Starla ha detto:

    L’arte è cosa diversa dal mestiere? Non dovrebbe essere così, l’artista dovrebbe essere un lavoratore, usa parole come il muratore usa la calce.

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  36. mukele ha detto:

    Si vede che non hai a che fare con i muratori. Li idealizzi troppo 🙂
    Se bastasse usare le parole per fare l’artista, o se bastasse scrivere dei versi allora sarebbe artista anche il Ministro Bondi no?

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  37. Antonio ha detto:

    No, adesso basta! io ho seguito con attenzione questo dibattito ma adesso che si cominciano a dire cose sconce devo intervenire. Il ministro Bondi artista non posso proprio passartela, già è tanto che gli fanno dare il ministrello, con rispetto parlando! 😉

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  38. mukele ha detto:

    Un attimo di pausa. Per spiegarvi la potenza delle nuove tecnologie qualcuno ha creato un software: il “Bondolizer” in grado di creare poesie in stile Bondi. Alcuni (onutile precisarlo risultano molto migliori delle copie).

    http://gamberorotto.com/miscellanea/sandro-bondi-il-generatore-di-poesie/#Bondolizer

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  39. mukele ha detto:

    In questo caso l’autore del software è riuscito a creare un programma che rende il PC un poeta satirico.

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  40. alekosoul ha detto:

    Se, come dice il primo assioma della comunicazione:
    “non si può non comunicare”…

    Se l’arte comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall’esperienza, porta a forme creative di espressione estetica…

    Allora anche il layout di una pagina HTML, un filmato Flash, possono e devono avere valenza artistica. Con in più la caratteristica di essere testi sempre aperti, liquidi, che vanno integrandosi nel tempo, proprio come stiamo facendo ora con questi commenti…

    Dopotutto la cultura umana evolve per accrezione, e quindi questa strada, sebbene forse più complessa dal punto di vista etico-estetico, è sicuramente fra le più interessanti possibili.

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  41. mukele ha detto:

    Concordo.
    Del resto mi limito a proporre qualcosa di simile all’avventura dei coloni greci all’epoca delle Polis.
    La terra madre non aveva le possibilità di sfamare le nuove generazioni e queste, con la benedizione della giunta comunale, si mettevano in mare e fondavano colonie in terre vergini. Certo, magari alcune dovevano combattere coi disgraziati che trovavano sui lidi di atracco, strappar loro un lembo sufficiente ad affacciarsi al mare e poter restare in contatto con la madre patria.
    In qualche modo si tratta solo di sopravvivenza. L’aria qui diventa irrespirabile, le razioni si fanno per ciascuno ogni giorno più leggere.
    🙂

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  42. Roberta ha detto:

    La scrittura è arte quando è intuizione, trasposizione naturale dei sentimenti interiori, spontanea traduzione dei pensieri in parole. E’ la razionalizzazione di un mondo fantastico, partorito soltanto dalla mente. E’ un piccolo miracolo: i pensieri, aerei, metafisici, si trasformano in “cose”, che si possono ascoltare, leggere, toccare…le parole recitate, la lettura silenziosa, l’inchiostro nero sulla carta.
    E poi c’è “il prodotto scritto” che è ben diverso perché qui, a farla da padrona sono le logiche del marketing e gli editor mani di forbici.
    Però quando il risultato è un vero capolavoro lo si può chiamare arte? Penso di sì, allora il punto diventa un altro: chi è il vero autore che ha partorito l’opera d’arte? Lo scrittore? L’editor? L’agente? L’editore? E’ questo il nodo da sciogliere…non che la scrittura non sia una vera arte, ma chi ne è l’artefice…

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  43. […] nel blog Hotel del disinganno, un blog davvero interessante dove è stato dato avvio ad un bel dibattito sulla poesia ai tempi del computer, per parafrasare Màrquez. Dibattito che ha coinvolto un altro […]

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