Elogio del vecchio porco

Costantino Kavafis

Ricordo ancora la faccia dei commessi delle librerie cagliaritane nel sentire il nome che pronunciavo: “Chiiii? …. No, non l’abbiamo”.  Era una nenia che si ripeteva di libreria in libreria fino a quando, rassicurato dall’insuccesso, decisi che tutto sommato era meglio così.

Succedeva tempo fa, è vero, ma non toglie niente all’aneddoto. Del resto lui stesso non aveva pubblicato in vita altro che 21 (vent’uno) poesie nella tiratura limitata degli inizi del secolo e l’intero “corpus poetico” a lui addebitato non supera di molto il centinaio di poesie: una vera miseria in confronto a certo sproloquio di poetini moderni. Il tutto poi pubblicato due anni dopo la morte, da fedeli amici (come sempre).

Ora, esacerbato da quanto puoi leggere nel post (Qui) sento mio obbligo parlarti di questo poeta amato in gioventù quando ancora in Italia il suo nome aleggiava nella beata ignoranza (almeno ci fosse rimasto, aggiungerei adesso.)

Almeno fino a che era vivo era incompreso sanamente: nessuno lo leggeva nè aveva intenzione di leggerlo (tanto più che in quei tempi era pericoloso fare di un omosessuale dichiarato un poeta). Cosa di meglio dunque che tappargli la bocca al più presto trasformandolo in “classico”? I classici non li legge nessuno, figurarsi poi i Greci.

“Passiamo pure sopra il fatto che le sue poesie, da bravo Bizantino, siano poesie dichiaratamente antipopolari. Che proclamasse di ‘non sciuparla (la vita) nel troppo commercio con la gente‘, ma come annacquare quel suo disprezzo aristocratico per la massa? “. Decisero quindi di farne un precursore socialista. Questo si è fatto in Grecia con Kostantinos Kavafis.

Perchè invece non lasciarlo nel suo buio mondo di fantasmi? Perchè non lasciarlo ai suoi colloqui con Cesarione, Marco Antonio, etc. ? Perchè non si è lasciato che le sue poesie circolassero (come lui stesso aveva voluto in vita) in poche copie, scritte di mano dallo stesso autore, rilegate dalle sue mani e donate solo ai suoi amici? I soli che lui reputava degni di leggerle?

Ma come permettere che il mondo perda una voce, che un autore si neghi al pubblico? Le conseguenze, ahimè, sono adesso sotto gli occhi di tutti.

Negli ultimi anni trascorsi ad Alessandria d’Egitto, sua patria di nascita e d’adozione (da bravo redivivo ellenista quale si riteneva) scrisse persino una genealogia che giustificava le sue origini bizantine. E quindi la ragione del suo distacco da “questo” mondo. Si identificava nella vecchia diaspora greca, quella che fece si che la cultura greca classica divenisse patrimonio europeo.

Continuava dunque a “sopravivere”, in un appartamento buio, illuminato da ceri visto che aveva sempre rifiutato l’illuminazione elettrica, che era meta del pellegrinaggio dei giovani poeti alessandrini dell’epoca. L’impiegato statale, visto che lavorava all’Ente Acquedotti) li riceveva con modi e gesti antichi, con un atteggiamento che Seferis dirà “tutto finezza e decadenza”.

In lui il decadentismo diventava carne. Ma era un decadentismo sui generis. Niente a che vedere con l’isteria che lo contraddistingue nei poeti occidentali (vedi Huysmann e Wilde). Era decadente solo in quanto aveva vissuto tutta la vita del suo popolo ed era presente nel 900 solo in quanto alessandrino venuto dal passato. Le sue stesse poesie sono scritte in “lingua dotta” ovvero in greco bizantino

Aveva vissuto la decadenza del suo mondo attraverso la decadenza del suo popolo. Non per niente Durrel (altro autore incompreso) lo chiama “il grande vecchio” nel suo Quartetto d’Alessandria. Forse era proprio queto il sopranome con cui era conosciuto fra i “neoteroi” di Alessandria.

Alessandria stessa, il luogo dove il destino lo aveva fatto nascere nel 1863, era il chiaro simbolo della sua vita.  Che non si sia mai allontanato da lei (come Pessoa dalla sua Lisbona e Kafka dalla sua Praga) non dovrebbe quindi stupire.

La giostra degli accostamenti fra “il grande vecchio” e la poesia si è di seguito sbizzarrita. Si occuparono di lui Eliott, Yorcenaur, Montale, Durrel, Seferis, etc. Persino Ungaretti scrisse di averlo conosciuto e lascia di lui una pagina legata alla sua giovinezza alessandrina.

Insomma, è interessante vedere quanto era capace di attrarre uno che tuttavia aveva chiuso “le finestre” verso il mondo moderno, per aprirle verso un passato, vissuto non più come storicamente accaduto, come divenire ma come di un eterno presente, un’eterna vita vissuta.

Ecco perchè grandissima parte della sua produzione è dedicata a personaggi e avvenimenti storici. Solo che la sua propensione andava a personaggi che nella commedia della storia avevano recitato una parte minuscola, quasi dietro le quinte (è il caso di Cesarione, figlio di cesare e Cleopatra di cui appena la storia ci ricorda il nome). queto gli permette di evitare incrostazioni che nascondano la vera vita, il vissuto di questi personaggi.

Quando i commessi di libreria su citati piegavano la loro faccia ad un sorriso di scuse melense,devono forse essersi accorti della mia scontentezza. “Fortunatamente non è ancora famoso”, mi dicevo.

Il giorno in cui a Kavafis fosse dedicata una intera vetrina o scaffale, sappiate che un ultimo poeta è morto.

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Informazioni su A.F. de Mongoleau

Poeta metafisico... molto metafisico

2 thoughts on “Elogio del vecchio porco

  1. ma tu pensa che invece, a me che son uomo di prosa e non di poesia, uno dei pochi poeti che m’è sempre rimasto impresso è proprio kavafis, se non ricordo male grazie – in origine – a un vecchissimo libro millelire di stampalternativa.

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