Il gioco delle perle di vetro

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“Il go è un gioco da tavolo strategico per due giocatori. È noto come wéiqí in cinese, igo o go in giapponese, e baduk in coreano. Il go ebbe origine in Cina, dove è giocato da almeno 2500 anni; è molto popolare in Asia orientale, ma si è diffuso nel resto del mondo negli anni recenti. È un gioco molto complesso strategicamente malgrado le sue regole semplici; un proverbio del go dice che nessuna partita è mai stata giocata due volte, il che è anche verosimile considerato che ci sono circa 4,63 · 10170 diverse posizioni possibili su un goban 19×19.
Il go è giocato da due giocatori che collocano alternativamente pedine (dette pietre) nere e bianche sulle intersezioni vuote di una “scacchiera” (detta goban) dotata di una griglia 19 × 19. ( Fin qui la voce di Wikipedia.)
Come di tutte le cose l’animo estetico dei giapponesi è riuscito a fare del go un’arte tanto che nel periodo Tokugawa era inconcepibile che un letterato o un samurai ignorassero il go.
La cosa più affascinante in questo “gioco” è che siano rimaste annotate le partite giocate più di 500 anni fa. Possiamo cioè seguire le partite dei maestri di go esattamente come se fossimo seduti lì, nel 1500, ad assistere allo scontro. Molti ancora studiano quelle partite e le commentano o prendono spunto da esse per il proprio gioco. Come se fossero degli scritti filosofici, degli insegnamenti pratici.
Siccome l’intento del gioco non è semplicemente, come negli scacchi, quella di “ecraser le enemi” (da cui l’enorme fortuna riscossa da questi nelle litigiose corti feudali) bensì di “conquistare la maggior fetta di “territorio” presente nella scacchiera, questo ne fa un gioco di scaltrezza, di politica, di tattica. Occorre conoscere il proprio avversario, le sue intenzioni e i suoi punti deboli.
Giocando a Go mi accorgo che è molto facile conoscere le persone. Se siano cioè davvero tolleranti, se arroganti o astuti. E’ insomma una piccola tessera aggiunta alla conoscenza degli altri.
Come tutte le arti anche il go ha i suoi proverbi, alcuni delle quali raggiungono la dignità di metafore poetiche. Mi limito a riportarne solo alcuni:
  • – «Il mondo è una partita di Go, le cui regole sono state inutilmente complicate» (proverbio cinese).
  • – «Le regole del Go sono così eleganti, organiche e rigorosamente logiche che se esiste in qualche parte dell’universo una forma di vita intelligente, essa deve certamente saperci giocare» (Emanuel Lasker, campione di scacchi).
  • – «Prima di dire di aver messo la pietra in un punto sbagliato, verificate che un 9 dan non l’abbia mai giocata.»
  • – «Il Go è un gioco di scambi: si fanno territori e si fanno scambi.»
  • – «Una giocata non è mai buona o cattiva – è il modo in cui ci si serve di quella pietra che è buono o cattivo.»
  • – «Una pietra non porta mai rancore – ma piange, quando si sabota il suo lavoro.» (Sakata Eio)
  • – «Il punto vitale del nemico è il mio punto vitale.»
Benché abbia conosciuto il Go da giovane, lo feci sicuramente dopo la lettura del capolavoro di Hesse citata nel titolo del post. Ma dopo averlo riletto mi accorgo che quella metafora, e molte delle allusioni e delle “trovate” del romanzo siano state ispirate ad Hesse dal go. Mi sono sempre detto: “Come è possibile che un amante dell’oriente quale Hesse abbia potuto ignorare il go?”. Difficile. Ho ripreso in mano l’introduzione del libro e diverse recensioni dello stesso trovate in internet, ma non vi ho trovato il minimo accenno al go. Ok che qui in occidente è del tutto ignoto e quindi lontano dalle menti critiche dei nostri intellettuali, eppure non esiste un solo critico che abbia tentato tale semplice parallelo.
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Lo lascio dunque quale scoop ai benigni lettori di questo blog.
Se qualcuno volesse sviluppare il soggetto non ha che da contattarmi
Nel frattempo vogliate gradire alcune stampe giapponesi riguardanti il go
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Informazioni su Carlo Congia

Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

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