Il nostro dolore

(stralcio da: una biografia infinita)

Il nostro dolore, tutto privato, tutto nostro, che non si può spartire con nessuno, che tutti dicono di volere ma che inevitabilmente scansano perché non sei bello da vedere e da vivere quando soffri.
Mi ricordo che per un lungo periodo andammo ogni giorno. Ci pareva impossibile non andare: ci pareva un tradimento, peggio, una vigliaccheria. Saperti solo, nel freddo e nel buio, quando fino a pochi mesi prima avresti voluto essere sempre alla luce, infitto nel sole… avresti voluto essere il sole tu stesso.
Per noi lo eri, faro nella bufera, segnalatore di scogli, mano ferma nella tormenta: mano calda, tiepida e consolatrice. E così ci pareva davvero una vigliaccata, di più, una meschineria farti trascorrere luglio, il tuo luglio d’oleandri e margherite rosse, tutto da solo là in fondo, nella terra che t’eri scelto.
Una volta mi ci avevi portato a vedere quella terra. Si trovava sotto il punto in cui il sole comincia a calare e punta sulla costa. In quel momento è il sole più caldo, quello che ha appena superato il mezzo giorno. Dicevi che così saremmo stati tutti meglio, sotto quel sole abbagliante, anche in inverno. Poi guardavi in alto, accarezzavi gli alberi di noce alti e scuri e respiravi forte. In fin dei conti quella era la terra dei tuoi padri, dei tuo avi: la tua terra nera.
Così partivamo da casa con il caldo delle tre e compivamo quei due chilometri che ci separavano da te senza parlare. Si sarebbero dette sempre le stesse cose che sapevamo a menadito che ancora, pensa tu quando una persona lascia un segno e non si dimentica facilmente, ancora ci diciamo. Tu sei rimasto lì, immobile sulla porta della cucina, vestito di nero, con la camicia bianca e i pantaloni un po’ sventolanti. Sei rimasto lì appoggiato allo stipite che ci guardi soddisfatto di vedere la tua famiglia. Però, mentre in spirito sei lì, stupidamente il tuo corpo è là, al buio e al silenzio, che poi in fondo ti piaceva. Ti piaceva il silenzio delle campagne all’alba; ti piaceva l’appena accennato rumore turchese che fanno le onde sulla riva la mattina presto. E così i più delusi e addolorati siamo noi, che avremmo voluto averti ancora accanto. Dopo che tu ci hai lasciato, si è sfasciato tutto. E’ stato come quando dalle foto si stacca quella leggera pellicola gialliccia che le teneva attaccate ad un album: si prova in tutti i modi a riappiccicarle, confidando che quella, pur secca, è sempre colla. Però quella colla è debole, morticina, non attacca più. E’ solo una cosa gialliccia spalmata un tempo con tutte le più buone intenzioni e che purtroppo, fatalmente, ora non resiste più: non è più.

Il nostro dolore, tutto privato, tutto nostro, lo esorcizziamo con i fiori più colorati de mondo. La tua tomba diventa allora una sorta di festa messicana tutta variopinta. La statua di Gesù cristo è trasformata in un simulacro di muchacho al quale manca solo il sombrero.
Il nostro dolore, tutto nostro, ci rende un po’ patetici e tu stesso ne rideresti. La cosa strana e insieme affascinante è che tutti i parenti di quelli che sono sepolti lì credono che il loro dolore sia più grande di tutti i dolori altrui. Gi altri non possono sapere quello che abbiamo sofferto, quanto abbiamo pianto. Questo fa si che si diventi sempre più estranei, sempre più soli. Quando al mondo sia le gioie che i dolori diventano fatti privati, allora è la fine di un’umanità.
Noi lo sappiamo bene eppure continuiamo a buttare, spazzando, i petali secchi del geranio sulla tomba di quello più in basso, il Ragionier Cordella, che era si una gran brava persona, ma era anche un po’ così… non si sa bene come, ma era un po’ così… quindi nessuno avrà niente da ridire se si piglierà sti tre o quattro petali sulla sua mensolina di marmo.
Il Ragionier Cordella fece una bella vecchiaia… morì quando era giusto. Lui no, il nostro caro morì troppo presto e ingiustamente. In quel caso la morte non fu equa.

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Informazioni su Sandro

Mi interessa l'arte, la fotografia e la poesia. Amo i cani e ne ho due per amici e molti altri adottati per l'Italia. Mi manca solo una cosa nella vita per essere felice; ma non so qual'è

5 thoughts on “Il nostro dolore

  1. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Sei funereo in questo scritto. Più che altro sei un’anima inconsolabile, che riconosce la pateticità del dolore e che ciò nonostante non può far a meno di parlarne, ben sapendo che questo atto non servirà a rendere meno amara la pillola.
    La morte è egoismo, c’è chi muore giovane, troppo giovane e chi troppo vecchio. Poi a ben guardare, con raziocinio, capisci che è una questione di geni. Selezione naturale direbbe qualcuno. Ma quando si tirano le cuoia e il morto è un nostro caro, crediamo che il dolore provato sia una esclusiva nostra, quindi lo sublimiamo in maniera teatrale, altre ancora in maniera letale; e così si fa presto a scavare un’altra tomba accanto a quella di quel nostro caro scomparso, la nostra fossa. E rimasero morti insieme per l’eternità, cioè fino a quando le ossa anche dal cimitero verranno scavate via con le ruspe e ridotte a un diavolo di niente.

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    • Sandro ha detto:

      Devo dire che ha ragione Carlo. Si tratta del ricordo di un dolore, ma attenzione, hai un poco ragione anche tu quando dici che di una morte altrui si può anche morire. Francamente io penso che quando viene a mancare una persona che si è amata profondamente, una parte di noi, fatalmente, si perde con lui. Non sono il tipo da lasciarsi una perdita alle spalle con noncuranza, come se fosse uno scialle. Una perdita fa male, sempre e comunque!

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  2. mukele ha detto:

    Giuseppe, questa volta non è uno dei miei numerosi pseudonimi. Non mi trovo d’accordo con quanto hai scritto, sa troppo di luogo comune. Forse il dolore non è che un luogo comune, specie se visto da lontano. Parlarne può essere una vana terapia, come dici. Delle volte è puro specchio del proprio narcisismo.
    Qui mi pare che si tratti più che altro del ricordo di un dolore, cosa ben diversa.
    Ognuno ha un suo pudore, un suo modo di esorcizzare o vampirizzare il proprio vissuto. Magari quello di Sandro non coincide con il tuo, ma credo che sia tutto tranne che posa.
    Rimane sempre chiaro che qui, ogni parere è ben accetto e non motivo di rissa.
    Siamo dei peones della poesia, ci si lasci almeno uno spazietto in cui riversare inascoltati i nostri deboli sogni.
    🙂

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  3. mukele ha detto:

    “La sindrome dell’ “arto fantasma dell’amputato” (AFA) è un sintomo che subisce il soggetto riguardante l’illusione di possedere la parte fisica amputata, assente. In termini soggettivi è la sensazione di avere la mano che non c’è, oppure di voler camminare con la gamba che manca: percepire con un formicolio il dito mancante.”

    Questo copia e incolla da un forum rende bene quello che lo scritto ha suscitato in me. Credo che non abbia bisogno di aggiunte. Aggiungere altri svolazzi psicologici credo infatti sia del tutto superfluo.

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  4. Maria Raffaele ha detto:

    Nell’espressione tenera del racconto e del ricordo, è racchiusa la bellezza di questa prosa….
    L’aspetto descrittivo così fecondo, si unisce al ricordo della persona cara che non c’è più…, quel ricordo non muore mai…….!!!!!
    Allora, nella tenerezza di un racconto, si ritrova la persona cara…, non negli aspetti rituali esteriori, ma nella vitalità della mente che rievoca i momenti belli vissuti insieme e nel cuore che ama fortemente e cerca di ritrovare le emozioni perdute di quello scambio affettivo che ora gli manca……!!!!!!

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