E le rose continuano a rosare…

Foto di Marco Cantile

Il vecchio uscì come tutte le mattine alle otto in giardino. Che bella giornata! Le ortensie si erano tanto gonfiate da scoppiare letteralmente di colore, in mezzo alle belle foglie scure.
”Si, perché le ortensie devono stare all’ombra. Se non le metti all’ombra soffrono la calura e si ingialliscono. Vanno bagnate spesso… altro che come diceva Alfonsina… “Non bisogna bagnarle spesso, che fanno i pidocchi” e valle a spiegare che quelli sono i gerani… quando si metteva in testa una cosa non la distoglievi più”. Fino al giorno in cui è morta è stata sempre cocciuta. Metteva il concime dappertutto. Bruciava le piante a furia di concimarle. Uccise per il troppo amore.
Anche le altre piante, le margherite viola sbottavano di colore sui sostegni. Il gelsomino cominciava a sfiorire e quando passa dalla fioritura alla ricrescita delle foglie, il minutame dei petali rinsecchiti si sparge dappertutto.
“Io non la voglio questa pianta lì all’angolo, che fa un mucchio di sporco… che poi tocca sempre a me spazzare!” ma poi, quando a maggio inoltrato si aprirono i fiori bianchi e girato l’angolo ti investiva l’odore forte, che faceva quasi svenire, allora era ripagata di tutta la fatica che quella pianta le costava.
Il vecchio vide che Lampo s’era accucciato sotto le foglie roride delle ortensie. Era vecchio ma era rimasto un bambinone. Quando lo vide cominciò ad agitare la coda come se non facesse parte del suo corpaccione da quattordicenne soprappeso ma ancora in gamba.
“Lampo… sei stato bravo? Hai fatto la guardia?” il cane lo fissava in attesa che il vecchio gli mollasse la fetta di pane secco, che lui sgranocchiava con avidità. Ma il vecchio non si ricordò, quella mattina, del pezzo di pane secco. Un dolore forte, struggente, gli attraversava il petto, costringendolo a camminare piegato. Rimase a lungo a guardare Lampo che lo guardava a sua volta e pareva capire.
“Vieni, facciamo un giro del giardino. E’ così bello il giardino oggi…”

Giugno fioriva. L’erba del piccolo prato era ingemmata dalla rugiada della notte e le piccole palme che lo ornavano portavano ancora nel cuore delle foglie alcune gocce della notte.
“Lì mi ricordo che giocavamo a correrci dietro…” e il vecchio sorrideva per non sentirsi vincere dalla tristezza. La tristezza avrebbe fatto crescere quel dolore nel petto e quella ansia strana che sentiva. Allora abbandonò il pensiero del dolore per ripercorrere la strada dei ricordi.
Si, su quel prato giocavano a rincorrersi con i nipotini. E si arrabbiava quando per disgrazia un pallone, un piede, calpestava una pianta, un geranio, una rosa. Ma le rose, i gerani erano ancora là.
Erano bei tempi quelli, quando la casa era piena di voci, quando, strano a dirsi, bisognava imporre il silenzio e benché si imponesse, i ragazzini continuavano a ridacchiare e sporcavano i muri, imbrattavano in terra. Eppure i muri e la casa, eccoli, sono ancora qui.
Quindi si trovò a passare davanti alla fontana dei pesci rossi.. Quella era stata sempre la fontana dei pesci rossi nonostante molto spesso sia stata vuota. C’era sempre qualcuno che al Luna Park portava i bambini a tirare la palla nelle sfere di vetro. E allora per premio davano un pesciolino asfittico, mezzo morto, che si ringalluzziva nella fontana dei pesci rossi. In realtà non si ringalluzziva un bel niente: era il freddo che di colpo lo attraversava come uno stiletto a dargli quella falsa vitalità.
Il vecchio guardò dentro alla fontana. Sotto una patina nera si vedeva l’acqua, talmente torbida da non riflettere nemmeno il suo volto. Lampo lo guardava e lui guardava Lampo.
“Hai visto Lampo? Io sono diventato vecchio con te. Solo che tu non sembri vecchio. Fai solo un po’ di fatica quando cammini. Io faccio fatica in tutto.
Ma lui che ne sapeva di quello che provava Lampo, il cane vecchio? I cani non mostrano i loro dolori per non rattristarci. Nessuno mai avrà la sensibilità di un cane.
Tra un’ora sarebbe arrivata Arna, con l’intraprendenza tutta rumena dei suoi venti anni, con quei pantaloncini corti e i monili attorno ai piccoli polsi, monella brunetta senza vergogne. Se doveva dire qualcosa la diceva e basta. E’ così quando si è toccato il fondo. Quando si è stati miseri non si ha alcuna paura della sincerità. Siamo già stati nudi, sbeffeggiati, derisi. Non possiamo temere la franchezza.
E lei è franca, pane al pane e vino al vino e consapevole che nessuno le dirà mai niente fino a quando, terminato il suo discorso, sorriderà mostrando i piccoli denti bianchi.

Ecco, questa è la parte del giardino che più gli piace: riservata, ombreggiata, non ci arrivano nemmeno i rumori dei matti in strada, dei motociclisti, delle masnade di monelli che tornano da scuola. Crescono anche qui batuffoli di ortensia, interrotti da siepi di rose basse, rosse e gialle. E qui c’è anche il piccolo pozzetto finto, dove stanno gli innaffiatoi e i tubi dell’acqua. E’ tutto calmo, rasserenante.D’un tratto Alfonsina si affacciò da dietro l’angolo della casa. E’ un attimo. Gli parve pure di intravedere la vestaglietta celeste che metteva per andare in camera.
“Quella è matta! Esce in giardino con la vestaglia! Ma se la vedono?”
“Afonsina!” chiamò un paio di volte. Ma non sentì niente in risposta. Allora concitato si alzò dal bordo della fontana dei pesci rossi per andarle a dire due paroline. Mentre si alzava sentì una scossa nel petto più forte e insieme gli cadde il fiato in petto, come fosse un sasso. Guardò il cielo, azzurro e pieno di sferette bianche che ballavano.
Allora si tenne al pesco, e si fece avanti.
“Adesso mi sente, sta screanzata!” per un attimo, ma solo per un attimo infinitesimale, non misurabile, non considerabile, forse gli tornò in mente che non poteva essere lei. Ma no, l’aveva vista troppo bene, troppo bene…
Che ci vuole ad arrivare all’angolo… che ci vuole… è una considerazione che si fa normalmente. Tutti i giorni. Migliaia di volte è arrivato all’angolo, ora con il tubo per innaffiare, ora con i vasi da riempire di terra. L’ha fatto migliaia di volte, ma ora ogni passo gli costa, la gola gli brucia, il petto gli esplode e nelle orecchie, nelle orecchie sente un sibilo forte, costante, come quando parte un aereo.
Lì c’è l’angolo e dietro l’angolo Alfonsina. Che ci vuole ad arrivare all’angolo? Ma quello, l’angolo, invece di avvicinarsi si allontana, si fa piccolo, svanisce.
Capisce di essere in terra, quasi inerme, senza forze. Riesce solo da alzare una mano. Gli pare di poter afferrare con le dita il batuffolo bianco dell’ortensia e di sentire distinti i nipotini correre nel prato. “Devono stare attenti alle rose…” pensa il vecchio. Ma le rose dondolano leggermente alla brezza del giugno che fiorisce.

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Informazioni su Sandro

Mi interessa l'arte, la fotografia e la poesia. Amo i cani e ne ho due per amici e molti altri adottati per l'Italia. Mi manca solo una cosa nella vita per essere felice; ma non so qual'è

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