Nido ancor più vivo

E’ tardi
Ma il silenzio ordinario
Della notte
Implica ch’io scriva
E che scriva di te
Che dormi ancora

Perché se c’è chi ama
C’è anche insonnia
Quel faticoso  non dormire
Che brucia gli occhi
E madida la fronte
E che fa dire muoio
E che fa dire t’amo
In uno solo
e lussurioso verso

quindi parlo di te
dolce e riversa
nel tiepido di luglio che ti copre
e al soffiare
del vento di collina
ogni tuo millimetro si svela
di femmina odoroso
e dagli anfratti
e i golfi che la tua pelle trama
sulle molli coperte
sembra levarsi un canto
di carne e sangue
e di sudori ardenti

Ma è tardi
Sussurrano le felci
Ad ombra di nidi silenziosi
E al colmo del tuo ventre
Un nido ancor più vivo si nasconde

Felix Theo di Saint Laurentz

Theo di Saint Laurentz nacque il 18 luglio del 1857 a Saint Laurentz, presso Guasilas nella vasta e puzzolente regione delle Marmille Iknozie descritta con amorevole nostalgia in tutti i romanzi col nome di Baldracconia. Di ottima famiglia, frequentò le scuole al villaggio ammuffito di peones avvinazzati dove il padre, con notevole accortezza finanziaria , tentava di impiantare una fabbrica di aspirapolveri a corrente. “Che manco quel pecorume aveva idea di cosa fosse corrente, se non quella del fiume, di cui tra l’altro facevano scarno uso per dilavarsi i piedi puzzolenti, figurarsi poi la tecnologia!”. Ebbe a ricordare Theo.
Fin da ragazzo, il padre , amante della lirica wagneriana, volle indirizzarlo alla musica, ma evidentemente nella missiva omise il CAP e il figlio gli venne rispedito al mittente ignaro di qualunque pentagramma.
Fu dunque avviato agli studi classici, apprese il latino e il greco, ma come io ho appreso il dialetto ungherese. Lesse però appassionatamente e tale lettura lo portò a sognare di divenir un giorno poeta anche lui. Magari dialettale (maledetti peones del cavolo).
Si ignora quando abbia cominciato a scrivere, anche se io ho la porca convinzione che iniziò dalla culla tanto che a 13 anni compose il suo primo romanzo giallo “Il trombettaio disilluso”. In cui parla di sè, ma soprattutto della magra vita di provincia. Sono di quello stesso periodo il “quaderno di appunti di matematica” e i racconti “Uno”, “Due” e “Tre” e  la tragedia in versi “Tremila volte merdosamente”. Sempre coetanea alla produzione giovanile è la silloge “Paese che vai peones che trovi”, versi acidi per fionda e vetri di finestra di mulino.
Partecipa attivamente insieme a Ignacio Tormento e de Mongoleau al movimento fancazzista di cui le sue opere sono un’ ineguagliata incarnazione.
Ebbe una piccola particina nel Ben Hur dove impersonava l’insegna di una locanda di malaffare.
“Ultimamente lavorava pochissimo e frequentava pochi amici”, questo ebbe a dire la compagna Riodora Dacapo. “Aveva pochissimi amici e non voleva vederne altri che il poeta Ninetto Autodafè e il subacqueo Majorca. Ritirato nella sua capanna di Rognela si divertiva a sparare col fucile subacqueo contro i gatti che infestavano il giardinetto restrostante.
Ricorda ancora Riodora:
“Fummo molto felici insieme. Io lo amavo. Lui mi amava, anche se continuava a chiudersi a chiave nello studio con due modelle nude per volta. Io non capivo perché dal momento che aveva abbandonato da molto il periodo figurativo. Era di carattere assai timido e scontroso (guai a nominargli i peones). Non aveva amici al di fuori del poeta Ninetto Autodafè e il pescatore di perle Majorca. Con Ninetto si trovavano una sera si e una no a parlare di letteratura (soprattutto nella sera no). Ninetto diceva “Sto leggendo Dannunzio” e Theo diceva “Merdaccia, devi leggere Proust” e Ninetto “Romanticume da bancarella; leggi allora Voltaire”. E Theo “ Volgare, dovresti leggere Dostoevskji”; e Ninetto ”Scallonis, lo vuoi mettere con Baudelaire?” e andavano avanti così finché uno rimaneva senza nomi oppure ne citava uno non valido e non reperibile nel piccolo dizionario della letteratura (per esempio Mago Zurlì).
Il perdente doveva allora fare una penitenza che era quasi sempre telefonare a casa del grande vate Manzones e chieder con voce contraffatta “C’è Ciccio?”, oppure andare a comprare Topolino che ambedue adoravano ma si vergognavano a chiederlo all’edicola escogitando ogni volta delle scuse puerili o comprando a camuffo giornali di letteratura impegnata.
Majorca per tutto il tempo invece restava muto tentando di battere il record di apnea all’aperto. Gonfiava i polmoni e rimaneva così, con la bocca a palloncino per diversi quarti d’ora. In genere arrivato alle soglie del record Ninetto sparava qualche cazzata clamorosa e un profluvio di saliva erompeva dal palloncino Majorca.
Bei tempi quelli.”

FAUST (Tragedia in 1 atto, un prologo, 2 scene, doppiservizi, ampia vista sul mare)

E’ notte. Nell’ampia stanza gotica, Faust cammina avanti e indietro agitando a sostegno del suo monologo un antiquato scacciamosche. Nel centro un enorme tavolo in cui sono accatastate pergamene, faldoni, denunce dei redditi e giornaletti pornografici. Sulla sinistra un maxischermo LCD impolverato e guasto. Sul davanzale della finestra alle spalle di Faust, languisce un geranio su un vasetto di plastica. Al suo fianco una bolla di cristallo, dentro il quale, in un’acqua verde al pari di limonata, nuota incurante un pesce rosso.

Faust: –

So la pena dell’erba che spunta leggera

il ricoprirsi di gemme fra i rami

conosco le spire lucenti del Tempo

l’alveo ove scorrono i giorni.

So la curva che prendono i fiori

le galoppate delle vecchie chimere

il nome dei sogni, i visi, i ricordi.

Conosco le mani che mi cullarono.

(non senza pietà! non senza pietà!)

Leggo i respiri nello spazio stellato;

parlo con gioia alle rane nei fossi

alle nubi, al cemento, alla sera

(non senza pietà, non senza pietà)

Nello studiolo, fra pergamene incrostate

da un meccanismo sottile di polveri

da ragnatele a misurare le volte

annerite dal fumo d’esperimenti

quando nel mondo tace ogni affanno

prendo in mano il vecchio papiro

dove s’aprono i mostruosi disegni

dell’ extracorporeo; li sillabo piano

e una congerie di scintille s’espande nel buio,

si muovono larve in simiglianza di lucciole

e prendono a fare una danza tediosa

a parlare con le loro voci mostruose

cantano: “Matagazz Matagazz”

e volano, volano finchè n’hanno piene

le palle e crollano a terra.

Quello è il momento per rivolger loro la voce

e domandarne i segreti del mondo

perché sono prostrati dalla fatica

cui li obbliga la formola magica

Possono mentire ma non ricusarsi

di darci risposta (sia quella che sia).

Questo seppi da loro e dissero

che il mondo non s’affavella

che il cuor non manovella

che il fato invano s’arrovella

a riportar sapore

alla ciambella di una volta:

quella di nonna in carrozzella.

Maratona

Per chi (come me) è in disperata corsa

verso regni senza regnante

vergini di giunte d’amministrazione

si stendono silenzi…

a volte deserti rinserrati

da incomprensibili mura

(a proteggere cosa, mi chiedo).

Gli oggetti, gravidi di annunci

messaggeri ansanti

brocche sul punto del trabocco

sembrano smembrarsi

tanto che la mano

come provvista di una fame antica

corre su loro

e non vi sono strumenti

atti a rilevare il frammento

d’istante che le vede sfiorare i battenti

la serratura d’oro

s’è richiusa ancora in tempo

con un dolce rumore

quasi un canto imperdonabile

Poi riaffiora una sorta

di vecchia stanchezza.

La stagione dei grilli e dei naufragi

La stagione dei grilli e dei naufragi rodeva i giorni. Uno stormo di corvi saccheggiava gli ultimi resti dei granai. Gli spauracchi cascavano a brandelli negli orli dei campi. Nessun sole. Nessuna rugiada. Nessun firmamento. Attraversavano invece il paese strane figure d’ossidiana nel cielo brunito. Chini, le spalle immobili e sguardi dentro sé stessi. Le parole producevano teneri e deboli germogli che l’aria piegava di soffici muffe, S’afflosciavano al suolo sopra una zolla o seguendo gli aspri contorni di un masso, di un fosso, di un rametto secco accarezzato da piogge lontane.
Tu mi lanciavi grida con gli occhi… avevo bisogno di mani, di miriadi di respiri caldi. Così la mia terra andava seccando. Così la stagione dei grilli e dei naufragi ci bruciava le carni. Il costato era divenuto appena una leggera cassa di risonanza del cuore.
L’estate si aspettava promesse, messaggeri veloci attraversare le strade erbose per una supplica disperata ad un signore feudale in miseria, dimenticato, che la fortuna aveva rivolto nel fango. Inutili e dolci speranze.
Simili messaggeri – inutile dirlo – non vennero mai, né sentimmo pianto di popolazioni affamate, nessun lutto per l’intero paese il cui unico frutto sembrava essere un enorme silenzio.
Le spiagge ricoperte dai vomiti invernali del mare, le piccole alture di sassi, i licheni abbracciati ai tronchi dei sugheri. Ebbi tutto questo in disamore. Sillabavo un nome fra i denti: il tuo. E non conoscendolo presi a maledire tutto in me stesso e me stesso nel tutto.
Una bottiglia che piano si vuota: questa fu la stagione dei grilli e dei naufragi.