Felix Theo di Saint Laurentz

Theo di Saint Laurentz nacque il 18 luglio del 1857 a Saint Laurentz, presso Guasilas nella vasta e puzzolente regione delle Marmille Iknozie descritta con amorevole nostalgia in tutti i romanzi col nome di Baldracconia. Di ottima famiglia, frequentò le scuole al villaggio ammuffito di peones avvinazzati dove il padre, con notevole accortezza finanziaria , tentava di impiantare una fabbrica di aspirapolveri a corrente. “Che manco quel pecorume aveva idea di cosa fosse corrente, se non quella del fiume, di cui tra l’altro facevano scarno uso per dilavarsi i piedi puzzolenti, figurarsi poi la tecnologia!”. Ebbe a ricordare Theo.
Fin da ragazzo, il padre , amante della lirica wagneriana, volle indirizzarlo alla musica, ma evidentemente nella missiva omise il CAP e il figlio gli venne rispedito al mittente ignaro di qualunque pentagramma.
Fu dunque avviato agli studi classici, apprese il latino e il greco, ma come io ho appreso il dialetto ungherese. Lesse però appassionatamente e tale lettura lo portò a sognare di divenir un giorno poeta anche lui. Magari dialettale (maledetti peones del cavolo).
Si ignora quando abbia cominciato a scrivere, anche se io ho la porca convinzione che iniziò dalla culla tanto che a 13 anni compose il suo primo romanzo giallo “Il trombettaio disilluso”. In cui parla di sè, ma soprattutto della magra vita di provincia. Sono di quello stesso periodo il “quaderno di appunti di matematica” e i racconti “Uno”, “Due” e “Tre” e  la tragedia in versi “Tremila volte merdosamente”. Sempre coetanea alla produzione giovanile è la silloge “Paese che vai peones che trovi”, versi acidi per fionda e vetri di finestra di mulino.
Partecipa attivamente insieme a Ignacio Tormento e de Mongoleau al movimento fancazzista di cui le sue opere sono un’ ineguagliata incarnazione.
Ebbe una piccola particina nel Ben Hur dove impersonava l’insegna di una locanda di malaffare.
“Ultimamente lavorava pochissimo e frequentava pochi amici”, questo ebbe a dire la compagna Riodora Dacapo. “Aveva pochissimi amici e non voleva vederne altri che il poeta Ninetto Autodafè e il subacqueo Majorca. Ritirato nella sua capanna di Rognela si divertiva a sparare col fucile subacqueo contro i gatti che infestavano il giardinetto restrostante.
Ricorda ancora Riodora:
“Fummo molto felici insieme. Io lo amavo. Lui mi amava, anche se continuava a chiudersi a chiave nello studio con due modelle nude per volta. Io non capivo perché dal momento che aveva abbandonato da molto il periodo figurativo. Era di carattere assai timido e scontroso (guai a nominargli i peones). Non aveva amici al di fuori del poeta Ninetto Autodafè e il pescatore di perle Majorca. Con Ninetto si trovavano una sera si e una no a parlare di letteratura (soprattutto nella sera no). Ninetto diceva “Sto leggendo Dannunzio” e Theo diceva “Merdaccia, devi leggere Proust” e Ninetto “Romanticume da bancarella; leggi allora Voltaire”. E Theo “ Volgare, dovresti leggere Dostoevskji”; e Ninetto ”Scallonis, lo vuoi mettere con Baudelaire?” e andavano avanti così finché uno rimaneva senza nomi oppure ne citava uno non valido e non reperibile nel piccolo dizionario della letteratura (per esempio Mago Zurlì).
Il perdente doveva allora fare una penitenza che era quasi sempre telefonare a casa del grande vate Manzones e chieder con voce contraffatta “C’è Ciccio?”, oppure andare a comprare Topolino che ambedue adoravano ma si vergognavano a chiederlo all’edicola escogitando ogni volta delle scuse puerili o comprando a camuffo giornali di letteratura impegnata.
Majorca per tutto il tempo invece restava muto tentando di battere il record di apnea all’aperto. Gonfiava i polmoni e rimaneva così, con la bocca a palloncino per diversi quarti d’ora. In genere arrivato alle soglie del record Ninetto sparava qualche cazzata clamorosa e un profluvio di saliva erompeva dal palloncino Majorca.
Bei tempi quelli.”
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Informazioni su A.F. de Mongoleau

Poeta metafisico... molto metafisico

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