Un musicista

(Foto Paola Congia)

Toccò un tasto. Una leggera nota bassa riempì il silenzio. Lasciò che il silenzio la divorasse poco a poco fino a farla diventare un semplice ricordo, poi tocco tre tasti neri. L’accordo gli ricordo improvvisamente il sorriso crudele di un bimbo che aveva intravisto per caso in strada, il giorno prima.

Frustava con una leggerissima fettuccia di seta rosata una carrozzella in cui  riposava un neonato: molto probabilmente il suo “nuovo” fratellino. La carrozzella pareva abbandonata sul marciapiede alla sorveglianza del bambino più grande, mentre la madre, magari, era forse intenta a fare compere nel negozio vicino. A vederli da lontano i gesti del bambino sembravano nient’altro che i gesti di un gioco aggraziato, il leggero vento di primavera ingentiliva semmai il nastrino rosa torcendolo in delicate volute e disegni.

Ma lui aveva visto, insieme ai gesti anche “quegli” occhi, gli occhi del bambino. E aveva capito tutto. E il bambino aveva capito d’essere stato capito, tanto che, subito, trasformò i suoi gesti in un sventolare festoso per il neonato, cui, anzi, volle premurarsi di abbassare la cortina di pizzo, come aveva visto fare alla madre, perché non lo toccassero i raggi del sole, che ormai tramontava.

Il pianoforte era diventato ancora una volta muto. Distolte per un attimo le mani dalla tastiera, il giovane le posò piano sopra le magre gambe.

“La mia musica è simile a quel gioco crudele” si disse e avrebbe voluto avere la capacità di dirlo con le uniche parole di cui era disposto: le note.

Sollevò le mani e, chiuse a pugno fino a che le unghie corte entrarono quasi nel palmo, le abbattè sulla tastiera. Il piano al colpo ebbe un leggero scricchiolio prima che un lamento disarmonico uscisse fuori dalla cassa di mogano.

Poi le dita presero a percorrere a loro piacere la scala dei tasti. Quasi frugassero in cerca di chissà quale cibo. In quegli attimi il giovane, curvo, sembrava infatti un animale che scavasse feroce la terra in cerca di prede.

C’era in tutto questo una commozione che pochi avrebbero potuto capire. Un lungo discorso di dannazione.

Icaro


Il giovanetto sedeva nella piccola spiaggia incastrata fra le rocce di granito lisciate dal lento lavorìo delle onde e del vento. Aveva occhi che guardavano lontano ma senza nessun rimpianto o compassione di sé. Guardava semmai il mare come un giovane cacciatore che ha raggiunto la preda.

Disobbedendo ancora per una volta alle preghiere del padre, era scappato dai calcoli, dal pietrame da costruzione posato per terra e segnato con precisi numeri di combinazione, per rifugiarsi lì, a pochi passi dalle onde che carezzavan la rena in un luminoso giorno di marzo.

Suo padre era ormai un uomo anziano, per quanto riverito e stimato. Come avrebbe potuto capirlo?

Si lamentava un po’ di tutto ormai: dei denti che andavano facendosi ogni giorno più molli, della vista che ormai non reggeva più, dei giorni di pioggia che non consentivano il proseguo dei lavori del labirinto.

Era la sua ultima fatica. L’ultima impresa richiesta al suo genio straordinario. Un lavoro che sarebbe rimasto nei secoli. Eppure il suo sogno era stato quello di vedere il figlio succedergli nella conduzione del grande cantiere. Ma Icaro, ahimè, era uscito in tutto diverso da suo padre.

Era venuto su, gracile di spalle e tanto incerto nei desideri da sembrare come sospeso in un brullichìo di sogni senza forma e senza nome. Un danza attraente di spettri. Dedalo ormai pensava che da tanta stranezza non poteva che nascere, nel migliore dei casi, un costruttore di nuvole, ma sapeva il cielo quanto poco si avesse bisogno allora di nuvole.

Non aveva mia udito uscire un solo verso dalle labbra del giovinetto, mai l’aveva sorpreso accucciato ai piedi del vecchio aedo di paese, con gli occhi perduti nel vuoto e colmi di quella luce che vaga negli occhi dei poeti.

Pareva dunque che Icaro amasse solo scappare dalla bottega per rintanarsi chissà dove e per quanto tempo, preda dei propri inconoscibili sogni. Lo rivedeva con un misto di pena e sconforto rincasare la sera, coi ginocchi pieni di graffi, con nei capelli ancora il profumo dei mirti e del maestrale che sfiora le onde.

Non l’aveva mai visto sottobraccio di un amico ridente girare altero per le bettole di strada in strada, né mai nel folto dell’agorà, in cerca di animi affini, di maestri con cui abbeverare la mente.

Delle volte era preso dallo sconforto che divenisse un buono a nulla. Farcito solo di sogni, convinto che la vita fosse davvero infinita come la si vede da giovani. E sì che non gli mancava certo il bene dell’intelletto. Aveva persino stupito suo padre, quando un giorno lavorava a quelle misteriose macchine viventi, suggerendogli, ancora fanciullo, un accorgimento alla ricerca del quale lui, Dedalo,  sei era consunto invano per giorni interi. Quel giorno aveva sentito l’orgoglio di essere padre di un figlio che avrebbe potuto stupire il mondo. Aveva avuto come la certezza che il nome del figlio avrebbe superato persino il suo , già lucente di bocca in bocca fra i Greci.

Irmerio – (Iknozia, cap. 3)

 

Erano le 19,30 di quel tremendo martedì 10 giugno 2008 quando Marcello varcò la soglia del “budello maledetto”. Era così chiamato l’Istituto di filologia antica. E non è che la denominazione fosse peregrina e del tutto divergente dalla realtà.

Il Dipartimento di filologia era stato distaccato, in attesa che tutta la facoltà si trasferisse nei nuovi palazzi della cittadella universitaria, in una sede “provvisoria” . Il trasferimento però aspettava da anni e ormai rasentava la leggenda o comunque si attestava fra la speranza e la presa per il culo.

Il Dipartimento occupava un intero palazzotto nelle contorte interiora delle viuzze del centro storico. Palazzo che, per alterne vicende edilizie, si presentava quasi un labirinto, un dedalo di spazi. In esso si mescolavano in modo stocastico ampie sale dai soffitti altissimi con ambienti che tutt’al più potevano essere catalogati catastalmente come sottoscala o ripostigli.

Tutto questo si amplificava poi nel piano seminterrato (destinato appunto all’Istituto di Filologia). Qui l’umidità e la penombra, i ragni e le sanguisughe erano i padroni assoluti. E qui, custode dantesco del regno istitutico, Irmerio stava, fisso come Caronte, dietro un gabbiotto di legno posticcio dotato di uno spioncino di vetro antisfondamento, recuperato da chissà quale demolizione di vecchio ufficio postale.

Lo spioncino era quasi invisibile, messo com’era, fra due enormi bacheche: la prima, vetrata, in cui comparivano elenchi, fotocopie di orari e di programmi dei vari corsi e la seconda, ad uso degli studenti, in cui ciascuno applicava le proprie richieste e promuoveva le proprie offerte.

C’era di tutto: ricerca disperata di fotocopie di appunti, domande di matrimonio, appelli per cessione gratuita di cucciolame, pubblicità di rivenditori di bombole del gas, frammenti di poesia fallica, offerte di studio in comune, ricerca di camere, di letti, di sacchiapelo (sic), di fornelletti da campeggio, e di qualsivoglia mezzo di locomozione mai ideato da mente umana, dal monopattino fino all’apecar comenuova, telefonare orepasti.

Ad affacciarti nello spioncino te tu t’avresti potuto vedere un omino, vestito di grigio e quasi camaleonticamente mimetizzato all’ambiente. Se non si muoveva infatti, vederlo era come risolvere un rompicapo tipo “trova le differenze” di un periodico enigmistico.

Lo spioncino era l’unica comunicazione fra lui e le anime dell’Istituto. Tale  similitudine diventava però fotografia, specie nella sera, quando anche la poca luce naturale scompariva dal seminterrato; allora gli studenti che si aggiravano fra i corridoi sembravano veramente anime di un Ade omerico, prive di qualunque cognizione di sé stesse, del mondo esterno e del senso della vita.

Irmerio, del senso della vita se ne occupava poco (lui amava dire “Me ne fotto”) e prendeva il reale per quello che gli avevano insegnato al paesello natio: un lungo, estenuante, necessario, obbligatorio, insulso ma affascinante rompimento di sedere.

Sceso dal paesino con la sua valigia di cartone, la sua licenza media fresca fresca e la sua regolamentare raccomandazione politica, aveva trovato posto in quell’Istituto e partendo da lì aveva fondato il suo impero che ormai consisteva in un piccolo appartamentino riadattato nella rocca del centro storico, una Volkswagen gialla (non si sa se per la vernice o per la sabbia polverosa che ogni tanto pioveva dal cielo e che ormai – visti i digiuni di autolavaggio – si era incrostata a mo’ di strato protettivo), qualche amico poco raccomandabile disperso nei vari bar che i suoi compaesani, più furbi di lui, erano riusciti ad aprire in città,  ma soprattutto, l’indiscusso monopolio del potere all’interno dell’Istituto di cui era custode delle chiavi d’accesso e faro nelle procelle.

Per lui esso rappresentava un po’ la summa teologica dell’essere, il bignami del mondo e guardava al suo regno come un antico senatore romano avrebbe guardato la res pubblica minacciata dalla cafonaggine dei nuovi parvenus delle provincie (persone in grado, queste ultime, nemmeno di capire la bellezza di un dativo arcaico o dell’esametro giambico).

Se qualcuno però avesse visto Irmerio al di fuori del suo habitat naturale, l’avrebbe tutt’al più classificato nella specie dell’ “homus statalis”.

E fede ne faceva la sua  tenuta in completo grigio archivio che con le sue necessarie e armoniose  splittetature da carenza di adeguata stiratura, denunciavano coerenze stilistiche raffinatissime.

Il suo completino costituiva qualcosa di unico grazie ai materiali utilizzati e alle fodere impiegate per l’interno tanto da renderlo un oggetto unico e irripetibile. Tra i tanti i colori già disponibili (nella scala cromatica degli 8 bit) spiccavano le tonalità fumo di Pirri, grigettino d’Orleans, polvere d’oblio, etc.

Abiti che evocano l’Opera House di Sidney ma anche le chiesette romaniche precarolingie della bassa Sassonia o delle plaghe infuocate della Marmilla; colori freddi e distaccati che ricordano l’autunno Newyorkese di Central Park, lo stagno di Molentargius e le propaggini dell’immondezzaio di Goni. Abiti tridimensionali, simmetrie e volumetrie complesse che bucano lo spazio, irrompono sulla passerella, invadono e avvolgono il corpo, rendendolo protagonista dello stile.

Ma la firma inimitabile dell’autore dei suoi abiti rimaneva nelle tecniche sovrapposte di pizzo, ricami e pietre dorate che decoravano i tessuti nobili. Cristalli a forme tubolari, crepe, mussola, pizzo e organza, si susseguivano con effetti scintillanti e luminosi. Particolare era l’utilizzo del tessuto “paillette” che rifletteva interamente lo stile proposto e risultava minaccioso ma autoritario sotto le luci al neon dell’Istituto

Grigio antico, blu acqua sporca di detersivo ammuffito, winter sky, verde bruciato d’erba secca, bejolino chinchilla, nuances calde e ghiaccio da frigorifero, gris strapiombo vertiginoso erano fra l’iride prescelta dall’artista; maniche e pantaloni vaporosi regnavano come veri protagonisti del guardaroba Irmerico.

Tocco finale: l’abito delle feste, “il sogno catastale” superba composizione di stoffe e ricami che sanciva definitivamente Ziu Ninu Flores (il suo sarto di fiducia)  come il garante dello stile e dell’eleganza cagliaritana.

Ne derivava un uomo autonomo e contemporaneo capace di sfidare tutte le regole della bellezza tradizionale ma con un occhio attento alla comodità e alla praticità negli ambienti stretti e nei cunicoli ventosi dell’Istituto

Il silenzio delle cose

Slapp spostò di qualche millimetro la linguetta di acciaio cromato fino a farla combaciare con la minuta spirale che sporgeva fuori dal piccolo alloggiamento di ceramica. Gli costò circa mezz’ora nella quale ogni tanto doveva tergersi il sudore che gli scorreva in fronte. Poi, con gesti quasi femminili, girò con tutta la precauzione di cui era ancora capace  la piccola chiave sotto la spia di “allerta malfunzionamento” che nel frattempo gli lampeggiava, minacciosa come una risata sardonica, sugli occhi. Aspettò, col cuore in gola e col respiro trattenuto, il leggero scatto che doveva avvertirlo dell’inserimento corretto e il conseguente spegnimento della spia avrebbe indicato che l’operazione era stata correttamente eseguita. La torcia posizionata sul suo casco illuminava di una luce bianca e crudele la scatola del generatore su cui stava lavorando ormai da ore e i suoi occhi sembravano crocifissi sulla linguetta d’acciaio e sulla spirale alla quale avrebbe dovuto agganciarsi. Passarono secondi immensi, lunghi come ere. Slapp sentì di essere in essi soltanto un enorme orecchio, pronto a percepire il minimo rumore. Ma quando si avvide che dalla scatola non proveniva alcun segnale una paura disumana lo prese di nuovo alla bocca dello stomaco: aveva fallito un’ennesima volta.

Avrebbe ora dovuto ripetere tutta la serie di quei gesti minuziosi con il terrore che la linguetta gli si rompesse per un gesto troppo brusco, dettato magari dalla poca concentrazione o dalla stizza mista a terrore che si stava impadronendo di tutto il suo essere e che stava riempendogli l’anima. Avrebbe dovuto svitare ancora una volta quelle interminabili viti con il minor sforzo possibile, evitando spanature; di nuovo si sarebbe trovato in mano quell’assurdo, minuscolo groviglio di fili, spirali, impercepibili e delicatissimi sensori, i capillari in cui scorreva quel misterioso liquido colore del sangue.

La stanchezza, ora che poteva pensare di nuovo ad essa, si fece sentire di colpo.  Era come se qualcuno lo stesse picchiando con un macigno sulle spalle, sugli occhi, nello spazio tra un dito e un altro. Un leggero crampo nervoso gli paralizzò per un istante il cervello in un punto imprecisato fra le due orecchie. Sentì fisicamente come se un chiodo penetrasse lentamente la massa del cervello. S’aspettò la fine e chiuse le palpebre. Era ormai talmente disperato che quasi la desiderava. Dopo un leggero annebbiamento della vista tutto, invece, torno a schiarirsi ed ebbe di fronte agli occhi, chiara la sua situazione.Prese tra le mani ancora una volta il cacciaviti e con una pietosa lentezza prese a mollare per l’ennesima vola le viti. Una ad una. Appena estratte dalla filettatura le riponeva con cura, in una lunga fila, una accanto all’altra. Le adagiava su una sporgenza del quadro che sembrava fatta apposta per quel compito.

Scoprì che sempre più gli risultava difficile costringere il pensiero a quello che stava facendo. E questo era male. Occorreva invece non mollare la concentrazione, non lasciare che la ripetitività dei gesti liberasse la mente che invece doveva essere legata ad ogni gesto, presente e cosciente di ogni piccola mossa. Invece i movimenti delle sue mani sembravano essersi fatti automatici come quelli di una macchina di produzione seriale. Nei punti piu delicati Slapp doveva rincorrere di nuovo il pensiero e costringerlo, come un animale disobbediente, ad assistere il lavoro che le sue mani compivano quasi da sé.

Per esempio quando occorreva la precisa misurazione dello spostamento della linguetta o quando doveva disporre le sottilissime guarnizioni in un luogo in cui sarebbero state immuni da eventuali pericoli Preservarle da qualunque gesto troppo brusco che le avrebbe potuto romperle. Allora sì che sarebbe stata davvero la fine.

Nei lunghissimi intervalli di tempo tra ognuna di queste fasi critiche, quando il lavoro era puramente ripetitivo e innocuo, il ricordo si impadroniva di nuovo di lui. E allora la parte conscia, ogni volta che questa riaffiorava da chissà dove, gli faceva digrignare i denti per quella debolezza della mente. Per quella incapacità di una parte di sé di rendersi conto davvero della situazione in cui era.I ricordi sembravano però dei predatori affamati che hanno annusato la preda. Tornavano  a circuirla, chiudendo il cerchio in giri sempre più stretti e fiutando l’odore della paura nell’aria. Allora era come trascinato lontano. Indietro nel tempo e nello spazio.

Passavano nella sua mente istanti del suo passato quasi come combattenti in lotta fra di loro sopra un ring. Si mischiavano senza una logica che fosse coerente. Rivide così i suoi anni di apprendistato nella stazione spaziale, quella sua elegante e impeccabile uniforme che attirava gli sguardi di ogni ragazza. Rivide, proprio coi propri occhi una pallottola avvicinarsi al suo corpo, quasi un filmato in slow motion e risentì quella fitta indescrivibile al costato. Tornò fanciullo ai laghi che abbellivano il suo paese natale, le serate dolci trascorse in città, i nascondigli segreti della banda dei “ribelli”, le sue poche poesie racchiuse in un cassone con la vergogna negli occhi. Rivisse notti in cui osservava il cielo, allungato su uno sdraio come si guarda un’amante che prima o poi avrebbe dovuto concedersi e si è giovani, almeno quanto è concesso esserlo ad un essere umano. Sentì ancora una volta la frusta dell’attendente sulle spalle, i discorsi fra allievi affamati di donne, i pomeriggi estivi sotto la penombra degli alti edifici del corpo di guardia, gli istanti passati come si avesse di fronte uno sterminato futuro.

“Ora, osserva dove ti hanno cacciato, invece!”. Nel dirsi questo Slapp, apppena a fil di voce, sorrise piano, fra i denti stretti. Ma era un sorriso che, rivolto a chiunque altro oltre sé stesso, sarebbe apparso crudele. Se c’era un momento in cui era pericoloso abbandonarsi al sentimento quello era sicuramente l’ora, l’adesso che trascorreva. Gli sarebbe potuto costare parecchio, quello era certo. Aveva sempre paura di guardare “la fuori”. Sapeva anche fin troppo bene cosa avrebbe potuto vedere ed era meglio invece concentrarsi sul lavoro. Se non avesse riparato il sistema di areazione non poteva certo contare su molte ore di vita. Piano piano il suo erogatore avrebbe inviato ai suo polmoni una miscela gassosa con sempre minor contenuto di ossigeno. Probabilmente la cosa sarebbe stata graduale e tutto sommato forse neanche tanto dolorosa. Ma non voleva arrivare a provare se la sua supposizione fosse corretta.

Gli bastava semplicemente riuscire a far combaciare quella stramaledetta linguetta con la fottutissima spirale d’acciaio. Operazione così facilmente descritta nel manuale degli interventi possibili sulle avarie. Operazione che gli aveva mostrato prima della partenza un ragazzo che sembrava poterlo fare ad occhi chiusi. “Facile farlo con i piedi per terra e una atmosfera intera che ti circonda. Lo vorrei vedere qui, adesso. In questo inferno…”. Inutile recriminare o farsi prendere dalla rabbia, pensò.

Decise di abbandonare per pochi minuti il lavoro. Si sarebbe riposato e a mente fresca, una volta sbollita la speranza e il terrore,  avrebbe lavorato con miglior rendimento. Del resto non poteva permettersi di perdere la speranza di uscirne fuori, di risolvere quel pasticcio. Gli occorreva soltanto del tempo. Anche se era proprio il tempo che gli mancava. Gli occorreva solo calma e concentrazione, anche se erano proprio la calma e la concentrazione che sembravano abbandonarlo, quasi avessero una volontà propria. Se avesse avuto il tempo, anche poco, avrebbe potuto rilassare i nervi, avrebbe potuto guardare le cose con un occhio più obiettivo. Sapeva che ne era capace. Per cui decise di concedersi 5 minuti. Poggiò la penultima vite a fianco della gamba sinistra, sopra il ripiano di acciaio, scavato da leggere scanalature che sembrava essere progettato proprio per quella funzione (invece chissà quale funzione aveva guidato il software di progettazione). Armeggiò con il dispositivo al polso. Fissò il minuscolo display che indicava delle cifre azzurre e, appena apparve il 5, si concesse un lungo sospiro, qusi a svuotare tutta l’aria presente nei polmoni,  a ricaricarla dalla bombola alle sue spalle. Ebbe paura però di guardarsi attorno e specialmente di guardare “Là fuori”.

Si alzò. In pochi passi raggiunse il contenitore di liquidi e sali che aveva poggiato vicino al sedile e lo vuotò di colpo. Il liquido, fresco percorse la gola come un ruscello fino allora imbrigliato, cui si sollevi una chiusa. Mai come in quell’istante gli sembrò una cosa assurda l’acqua. Come assurdo era quel rumore del cuore che, nel silenzio perfetto, risentiva nelle orecchie. Assurdo e fuori luogo come un tranquillo pedone che passeggiasse la sera per prendere il fresco. Come se non avesse sotto gli occhi la situazione disperata in cui l’avevano cacciato. Mai come in quel momento risentì la mostruosa forza delle cose. La loro ostinazione ad opporsi al desiderio dell’uomo: il loro muto e impietoso silenzio di “cose”.

Un tempo, invece, aveva creduto di udirle cantare, le cose: era una nenia impercettibile e talmente lontana che traforava il silenzio solo di tanto in tanto. Sembrava una serie di bisbigli infinitamente lontani. Una melodia di cui solo alcune note e stralci di frasi, riuscivano a rompere il velo del silenzio. Gli parve allora di sentirle cantare la loro disposizione ad essere amate, adoperate, carezzate, cullate fra le mani. Non ne aveva mai parlato con nessuno. Un po’ perché lo riteneva il suo segreto. Un po’ perché si sarebbe vergognato enormemente a farne partecipe un collega o anche solo una donna.  Un po’ perché riteneva che lo averbbero certamente schernito e preso per più bambino di quanto non fosse. “Ogni uomo deve almeno possederne uno, di segreto” – si disse – “uno a cui pensare nei momenti in cui ci si sente staccati da terra e come se al mondo si fosse soltanto di passaggio, quasi scesi da un treno su un marciapiede, per pochi minuti, giusto solo per sgranchirsi le gambe per il lungo sedere”. In quel tempo, dunque, le aveva sentite cantare , le cose. Ora invece… Un tempo era il cuore a sentire quelle esili voci delle cose, ora il suo cuore sentiva solo un silenzio trafitto soltanto dal ticchettio di un meccanismo crudele, meccanismo capace di produrre tut’al più alla fine della corsa,  una enorme risata di scherno nei suoi confronti. Gli sembrava la più crudele ironia che la vita, fino a quel momento, si fosse presa la cura di procurargli. Chissà per quanto tempo l’aveva pensata, aveva macchinato come un autore che volesse vendicarsi crudelmente di un suo stesso personaggio.

Sentì che bestemmiare gli avrebbe fatto bene.  Se solo avesse avuto qualcuno contro cui bestemmiare. Perché non c’era altro attorno a lui che quell’assurdo silenzio riempito solo dall’ingenuità del suo piccolo cuore. Si lasciò cadere sul sedile che avvolse il suo corpo e tentò di chiudere gli occhi che sentiva pesanti come si fossero trasformati in biglie d’acciaio. Da quanto tempo non dormiva? Aveva ormai perso il conto delle ore, dei giorni forse. Appena chiusi gli occhi prese la danza impetuosa dei fosfemi. Rosse macchie si mischiavano creando assurde e ridicole figure. A disegnarle è certamente il mio terrore. Niente di strano.

Mi serve solo rilassarmi un poco. Mantenere la calma. “Quanto tempo ancora mi è dato? Frenò il subito desiderio di correre a controllare la cifra esatta sul display cge sapeva lampeggiante alle spalle del sedile, nel pannello elettronico alla destra. “No, meglio non saperlo, acrescerebbe solo la fretta, e con la fretta la possibilità di compiere male il prossimo tentativo”. Aprì dunque l’alloggiamento dei viveri e ne estrasse un contenitore e, prima di accostarlo alle labbra provò un enorme desiderio di di sentire un qualsiasi odore. Il liquido invece era asettico, come tutto il resto del cibo, del resto. Nessuna cosa avrebbe desiderato di più che risentire un profumo, un odore. Sentiva, irrazionalmente che un odore lo avrebbe incoraggiato più di qualsiasi cosa. Qualcosa a cui dire: “Amico, sei qui anche tu? Allora non sono solo in questo troiaio”. Temette di non avere la forza o il coraggo di alzarsi dal sedile. “E’ solo la stanchezza – si disse. Avessi la possibilità di dormire!” Ma appena pensato ebbe terrore. Scacciò lontano questo desiderio. Bevve un altro sorso di liquido e per la prima volta ebbe il coraggio di guardare “fuori”.

Una tenue ragnatela di stelle rompeva tenue il buio. Slapp e la sua navicella galleggiavano in un azzurro profondo, simile al nero. Solo allora una lacrima prese a scendergli lenta nella scanalatura tra il naso e le guance. Si fermò nel rilievo delle labbra dove la raccolse la lingua.

Aveva un sapore di infanzia.

“Guarda bene dove t’hanno cacciato!”

Glicerio – 1

Glicerio si accorse troppo tardi di essere una persona triste. Uno di coloro che scartano la gioia per non ferirsi o per punirsi di colpe remote, dimenticate. Ed anche questo pensiero generò in lui l’ansia, la noia di vivere, il dolore della mente e tutto quello che, da sempre, chiamiamo tristezza. Con uno sforzo tremendo tentò di sorridere, ma non ci riuscì. Per quanti sforzi facesse non riusciva a ricordare come era fatto un vero sorrido. Non uno dei soliti sorrisi, quelli che si sfoggiano verso i propri simili tutti i giorni, ma un sorriso che sorridesse davvero.

Cercò invano di ricordare quelli che aveva sempre ritenuto gli attimi più belli della sua esistenza, ma in ognuno di essi, forse perché erano stati ricordati infinite volte, trovava qualcosa di falso, di appiccicato, come una scena recitata maldestramente. Tutto questo prostrò le sue forze e, senza esitazione, decise di porre fine a quella vita appendendosi ad una trave di casa o ad un vecchio albero di ulivo, uno di quelli che ancora si potevano trovare – ne era certo – fuori città.

Si diresse quindi al più vicino centro commerciale e comperò una corda robusta, di vecchia fattura e attese la fermata del mezzo pubblico che doveva portarlo fuori, lontano da quel vetro, da quella polvere fine e maleducata che opprimeva ogni cosa, dai quei volti che sorridevano meccanicamente.

In preda ad una fortissima nausea guardò in alto le nuvole che passavano veloci, sfiorando gli alti palazzi e si stupì come potessero essere così premute dal vento mentre invece laggiù, l’aria sembrava ristagnare pesante e solo ogni tanto si faceva vivo un debole alito, leggero e caldo come il respiro di un neonato o di un moribondo. Venne il mezzo pubblico. Con un fischio sottile e prolungato si adagiò a fianco della pedana. La gente iniziò la solita ressa per  occupare le poche poltroncine. Glicerio fu preso da una rabbia feroce contro quei volti sconosciuti, anziani, paurosi. Temevano di restare di qua dello sportello. Si guardavano rabbiosi a vicenda come bestie pronte a scagliarsi l’una contro l’altra per una preda. Avevano qualcosa di animale, pur scomparso da tempo.

Finalmente la navicella ebbe un piccolo tremito e prese a muoversi. Già fluttuava silenziosa puntando verso degli enormi palazzi che occupavano quasi interamente lo sfondo. Passarono poi i quartieri conosciuti delle tombe monumentali, il centro di giustizia gli interminabili viali delle cure, gli enormi parchi dei giochi e iniziarono le file infinite dei quartieri residenziali.

Quel viaggio, nonostante la velocità elevata, gli parve un viaggio infinito, come attraversasse lo spazio fra una galassia e l’altra: una specie di cupa allusione a ciò che era stata la sua vita. Chinò il capo fissando la pedana di acciaio e, scorgendoli, si meravigliò dei suoi piedi, così lontani, laggiù, e delle sue scarpe che appena intravedeva fra i vestiti dei passeggeri stretti l’uno all’altro. Era come guardare dentro sé stessi. Improvvisamente un dubbio lo assalì. Di colpo.

Forse quella navicella non l’avrebbe mai portato fuori città, perché la città stessa non aveva fine. Sapeva che quello era uno scherzo col quale i genitori minacciavano chissà perché i figli quando facevano i capricci.

Eppure lui, Glicerio, si ricordava da bambino di essere stato un giorno, coi suoi in un posto che poi più volte aveva rivisto in sogno. Un posto che non somigliava per niente alla città Una specie di valle in cui le colline, lontano, rubavano il colore del cielo e il silenzio era solo disturbato dal vento.

Ora prese però a temere di averlo solo sognato. Di non essersi mai mosso dal proprio enorme quartiere in cui abitava, lavorava viveva e nel quale, un domani, avrebbe dovuto essere cremato e custodito.

Le fermate si susseguivano e la fame avvertì Glicerio che doveva essere trascorso molto tempo ormai dalla partenza. Trovò finalmente da sedersi e appoggiò il capo al finestrino. Ormai dormiva e solo qualche brusco movimento del mezzo lo strappava da un sonno senza sogni, quasi la caduta in un pozzo profondo. Allora si svegliava, si guardava intorno ancora privo di coscienza ma il sonno gli risaltava addosso come una belva furiosa, ghermendolo.

Gli autisti, di tanto in tanto si davano il cambio, salendo e scendendo da posti diversi e ad ogni cambio si lasciavano tutti con lo stesso saluto. Uno si dirigeva, finito il proprio turno, verso qualcuno dei casermoni sull’orlo della strada; l’altro prendeva il posto di guida e spingeva la corsa sempre più avanti.

La gente si alternava salendo e scendendo alle infinite fermate e queste si facevano ormai sempre più distanti nel tempo

Queste nuove persone parvero, dopo giorni, diverse da quelle con le quali era salito. Anche gli autisti, non ostante la loro divisa fosse la stessa non sembravano più appartenere alla sua gente. La sua convinzione lo spinse quasi a rintracciare in loro segni di una razza diversa.

Gli pareva di ricordare che i primi avessero i visi più aperti, propri di chi vive nel centro di una grande città (ma era poi sicuro che esistesse un centro?). Gli altri invece, come quel tizio che ora curvava le spalle sul posto di guida, avevano sguardi sottili, cupi e sospettosi. Come quelli che dovevano avere i “contadini” di cui parlavano i libri. Quelli che conoscevano ancora, chissà quanto tempo fa, la fatica delle braccia.

Intanto, nelle sere lungo i grandi viali le luci si accendevano sempre con una luce più tenue e aranciata. Gicerio, seduto nella sua poltroncina lì in fondo alla navicella era ormai uno dei pochi passeggeri rimasti.

[…continua]