Glicerio – 1

Glicerio si accorse troppo tardi di essere una persona triste. Uno di coloro che scartano la gioia per non ferirsi o per punirsi di colpe remote, dimenticate. Ed anche questo pensiero generò in lui l’ansia, la noia di vivere, il dolore della mente e tutto quello che, da sempre, chiamiamo tristezza. Con uno sforzo tremendo tentò di sorridere, ma non ci riuscì. Per quanti sforzi facesse non riusciva a ricordare come era fatto un vero sorrido. Non uno dei soliti sorrisi, quelli che si sfoggiano verso i propri simili tutti i giorni, ma un sorriso che sorridesse davvero.

Cercò invano di ricordare quelli che aveva sempre ritenuto gli attimi più belli della sua esistenza, ma in ognuno di essi, forse perché erano stati ricordati infinite volte, trovava qualcosa di falso, di appiccicato, come una scena recitata maldestramente. Tutto questo prostrò le sue forze e, senza esitazione, decise di porre fine a quella vita appendendosi ad una trave di casa o ad un vecchio albero di ulivo, uno di quelli che ancora si potevano trovare – ne era certo – fuori città.

Si diresse quindi al più vicino centro commerciale e comperò una corda robusta, di vecchia fattura e attese la fermata del mezzo pubblico che doveva portarlo fuori, lontano da quel vetro, da quella polvere fine e maleducata che opprimeva ogni cosa, dai quei volti che sorridevano meccanicamente.

In preda ad una fortissima nausea guardò in alto le nuvole che passavano veloci, sfiorando gli alti palazzi e si stupì come potessero essere così premute dal vento mentre invece laggiù, l’aria sembrava ristagnare pesante e solo ogni tanto si faceva vivo un debole alito, leggero e caldo come il respiro di un neonato o di un moribondo. Venne il mezzo pubblico. Con un fischio sottile e prolungato si adagiò a fianco della pedana. La gente iniziò la solita ressa per  occupare le poche poltroncine. Glicerio fu preso da una rabbia feroce contro quei volti sconosciuti, anziani, paurosi. Temevano di restare di qua dello sportello. Si guardavano rabbiosi a vicenda come bestie pronte a scagliarsi l’una contro l’altra per una preda. Avevano qualcosa di animale, pur scomparso da tempo.

Finalmente la navicella ebbe un piccolo tremito e prese a muoversi. Già fluttuava silenziosa puntando verso degli enormi palazzi che occupavano quasi interamente lo sfondo. Passarono poi i quartieri conosciuti delle tombe monumentali, il centro di giustizia gli interminabili viali delle cure, gli enormi parchi dei giochi e iniziarono le file infinite dei quartieri residenziali.

Quel viaggio, nonostante la velocità elevata, gli parve un viaggio infinito, come attraversasse lo spazio fra una galassia e l’altra: una specie di cupa allusione a ciò che era stata la sua vita. Chinò il capo fissando la pedana di acciaio e, scorgendoli, si meravigliò dei suoi piedi, così lontani, laggiù, e delle sue scarpe che appena intravedeva fra i vestiti dei passeggeri stretti l’uno all’altro. Era come guardare dentro sé stessi. Improvvisamente un dubbio lo assalì. Di colpo.

Forse quella navicella non l’avrebbe mai portato fuori città, perché la città stessa non aveva fine. Sapeva che quello era uno scherzo col quale i genitori minacciavano chissà perché i figli quando facevano i capricci.

Eppure lui, Glicerio, si ricordava da bambino di essere stato un giorno, coi suoi in un posto che poi più volte aveva rivisto in sogno. Un posto che non somigliava per niente alla città Una specie di valle in cui le colline, lontano, rubavano il colore del cielo e il silenzio era solo disturbato dal vento.

Ora prese però a temere di averlo solo sognato. Di non essersi mai mosso dal proprio enorme quartiere in cui abitava, lavorava viveva e nel quale, un domani, avrebbe dovuto essere cremato e custodito.

Le fermate si susseguivano e la fame avvertì Glicerio che doveva essere trascorso molto tempo ormai dalla partenza. Trovò finalmente da sedersi e appoggiò il capo al finestrino. Ormai dormiva e solo qualche brusco movimento del mezzo lo strappava da un sonno senza sogni, quasi la caduta in un pozzo profondo. Allora si svegliava, si guardava intorno ancora privo di coscienza ma il sonno gli risaltava addosso come una belva furiosa, ghermendolo.

Gli autisti, di tanto in tanto si davano il cambio, salendo e scendendo da posti diversi e ad ogni cambio si lasciavano tutti con lo stesso saluto. Uno si dirigeva, finito il proprio turno, verso qualcuno dei casermoni sull’orlo della strada; l’altro prendeva il posto di guida e spingeva la corsa sempre più avanti.

La gente si alternava salendo e scendendo alle infinite fermate e queste si facevano ormai sempre più distanti nel tempo

Queste nuove persone parvero, dopo giorni, diverse da quelle con le quali era salito. Anche gli autisti, non ostante la loro divisa fosse la stessa non sembravano più appartenere alla sua gente. La sua convinzione lo spinse quasi a rintracciare in loro segni di una razza diversa.

Gli pareva di ricordare che i primi avessero i visi più aperti, propri di chi vive nel centro di una grande città (ma era poi sicuro che esistesse un centro?). Gli altri invece, come quel tizio che ora curvava le spalle sul posto di guida, avevano sguardi sottili, cupi e sospettosi. Come quelli che dovevano avere i “contadini” di cui parlavano i libri. Quelli che conoscevano ancora, chissà quanto tempo fa, la fatica delle braccia.

Intanto, nelle sere lungo i grandi viali le luci si accendevano sempre con una luce più tenue e aranciata. Gicerio, seduto nella sua poltroncina lì in fondo alla navicella era ormai uno dei pochi passeggeri rimasti.

[…continua]

 

 

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Informazioni su Carlo Congia

Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

3 thoughts on “Glicerio – 1

  1. alessiagenesis ha detto:

    Continua dove ?:)

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  2. Carlo Congia ha detto:

    Nella mente perversa dell’autore 🙂

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  3. alessiagenesis ha detto:

    L autore ha il Sovere 🙂 di continuare !

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