Il silenzio delle cose

Slapp spostò di qualche millimetro la linguetta di acciaio cromato fino a farla combaciare con la minuta spirale che sporgeva fuori dal piccolo alloggiamento di ceramica. Gli costò circa mezz’ora nella quale ogni tanto doveva tergersi il sudore che gli scorreva in fronte. Poi, con gesti quasi femminili, girò con tutta la precauzione di cui era ancora capace  la piccola chiave sotto la spia di “allerta malfunzionamento” che nel frattempo gli lampeggiava, minacciosa come una risata sardonica, sugli occhi. Aspettò, col cuore in gola e col respiro trattenuto, il leggero scatto che doveva avvertirlo dell’inserimento corretto e il conseguente spegnimento della spia avrebbe indicato che l’operazione era stata correttamente eseguita. La torcia posizionata sul suo casco illuminava di una luce bianca e crudele la scatola del generatore su cui stava lavorando ormai da ore e i suoi occhi sembravano crocifissi sulla linguetta d’acciaio e sulla spirale alla quale avrebbe dovuto agganciarsi. Passarono secondi immensi, lunghi come ere. Slapp sentì di essere in essi soltanto un enorme orecchio, pronto a percepire il minimo rumore. Ma quando si avvide che dalla scatola non proveniva alcun segnale una paura disumana lo prese di nuovo alla bocca dello stomaco: aveva fallito un’ennesima volta.

Avrebbe ora dovuto ripetere tutta la serie di quei gesti minuziosi con il terrore che la linguetta gli si rompesse per un gesto troppo brusco, dettato magari dalla poca concentrazione o dalla stizza mista a terrore che si stava impadronendo di tutto il suo essere e che stava riempendogli l’anima. Avrebbe dovuto svitare ancora una volta quelle interminabili viti con il minor sforzo possibile, evitando spanature; di nuovo si sarebbe trovato in mano quell’assurdo, minuscolo groviglio di fili, spirali, impercepibili e delicatissimi sensori, i capillari in cui scorreva quel misterioso liquido colore del sangue.

La stanchezza, ora che poteva pensare di nuovo ad essa, si fece sentire di colpo.  Era come se qualcuno lo stesse picchiando con un macigno sulle spalle, sugli occhi, nello spazio tra un dito e un altro. Un leggero crampo nervoso gli paralizzò per un istante il cervello in un punto imprecisato fra le due orecchie. Sentì fisicamente come se un chiodo penetrasse lentamente la massa del cervello. S’aspettò la fine e chiuse le palpebre. Era ormai talmente disperato che quasi la desiderava. Dopo un leggero annebbiamento della vista tutto, invece, torno a schiarirsi ed ebbe di fronte agli occhi, chiara la sua situazione.Prese tra le mani ancora una volta il cacciaviti e con una pietosa lentezza prese a mollare per l’ennesima vola le viti. Una ad una. Appena estratte dalla filettatura le riponeva con cura, in una lunga fila, una accanto all’altra. Le adagiava su una sporgenza del quadro che sembrava fatta apposta per quel compito.

Scoprì che sempre più gli risultava difficile costringere il pensiero a quello che stava facendo. E questo era male. Occorreva invece non mollare la concentrazione, non lasciare che la ripetitività dei gesti liberasse la mente che invece doveva essere legata ad ogni gesto, presente e cosciente di ogni piccola mossa. Invece i movimenti delle sue mani sembravano essersi fatti automatici come quelli di una macchina di produzione seriale. Nei punti piu delicati Slapp doveva rincorrere di nuovo il pensiero e costringerlo, come un animale disobbediente, ad assistere il lavoro che le sue mani compivano quasi da sé.

Per esempio quando occorreva la precisa misurazione dello spostamento della linguetta o quando doveva disporre le sottilissime guarnizioni in un luogo in cui sarebbero state immuni da eventuali pericoli Preservarle da qualunque gesto troppo brusco che le avrebbe potuto romperle. Allora sì che sarebbe stata davvero la fine.

Nei lunghissimi intervalli di tempo tra ognuna di queste fasi critiche, quando il lavoro era puramente ripetitivo e innocuo, il ricordo si impadroniva di nuovo di lui. E allora la parte conscia, ogni volta che questa riaffiorava da chissà dove, gli faceva digrignare i denti per quella debolezza della mente. Per quella incapacità di una parte di sé di rendersi conto davvero della situazione in cui era.I ricordi sembravano però dei predatori affamati che hanno annusato la preda. Tornavano  a circuirla, chiudendo il cerchio in giri sempre più stretti e fiutando l’odore della paura nell’aria. Allora era come trascinato lontano. Indietro nel tempo e nello spazio.

Passavano nella sua mente istanti del suo passato quasi come combattenti in lotta fra di loro sopra un ring. Si mischiavano senza una logica che fosse coerente. Rivide così i suoi anni di apprendistato nella stazione spaziale, quella sua elegante e impeccabile uniforme che attirava gli sguardi di ogni ragazza. Rivide, proprio coi propri occhi una pallottola avvicinarsi al suo corpo, quasi un filmato in slow motion e risentì quella fitta indescrivibile al costato. Tornò fanciullo ai laghi che abbellivano il suo paese natale, le serate dolci trascorse in città, i nascondigli segreti della banda dei “ribelli”, le sue poche poesie racchiuse in un cassone con la vergogna negli occhi. Rivisse notti in cui osservava il cielo, allungato su uno sdraio come si guarda un’amante che prima o poi avrebbe dovuto concedersi e si è giovani, almeno quanto è concesso esserlo ad un essere umano. Sentì ancora una volta la frusta dell’attendente sulle spalle, i discorsi fra allievi affamati di donne, i pomeriggi estivi sotto la penombra degli alti edifici del corpo di guardia, gli istanti passati come si avesse di fronte uno sterminato futuro.

“Ora, osserva dove ti hanno cacciato, invece!”. Nel dirsi questo Slapp, apppena a fil di voce, sorrise piano, fra i denti stretti. Ma era un sorriso che, rivolto a chiunque altro oltre sé stesso, sarebbe apparso crudele. Se c’era un momento in cui era pericoloso abbandonarsi al sentimento quello era sicuramente l’ora, l’adesso che trascorreva. Gli sarebbe potuto costare parecchio, quello era certo. Aveva sempre paura di guardare “la fuori”. Sapeva anche fin troppo bene cosa avrebbe potuto vedere ed era meglio invece concentrarsi sul lavoro. Se non avesse riparato il sistema di areazione non poteva certo contare su molte ore di vita. Piano piano il suo erogatore avrebbe inviato ai suo polmoni una miscela gassosa con sempre minor contenuto di ossigeno. Probabilmente la cosa sarebbe stata graduale e tutto sommato forse neanche tanto dolorosa. Ma non voleva arrivare a provare se la sua supposizione fosse corretta.

Gli bastava semplicemente riuscire a far combaciare quella stramaledetta linguetta con la fottutissima spirale d’acciaio. Operazione così facilmente descritta nel manuale degli interventi possibili sulle avarie. Operazione che gli aveva mostrato prima della partenza un ragazzo che sembrava poterlo fare ad occhi chiusi. “Facile farlo con i piedi per terra e una atmosfera intera che ti circonda. Lo vorrei vedere qui, adesso. In questo inferno…”. Inutile recriminare o farsi prendere dalla rabbia, pensò.

Decise di abbandonare per pochi minuti il lavoro. Si sarebbe riposato e a mente fresca, una volta sbollita la speranza e il terrore,  avrebbe lavorato con miglior rendimento. Del resto non poteva permettersi di perdere la speranza di uscirne fuori, di risolvere quel pasticcio. Gli occorreva soltanto del tempo. Anche se era proprio il tempo che gli mancava. Gli occorreva solo calma e concentrazione, anche se erano proprio la calma e la concentrazione che sembravano abbandonarlo, quasi avessero una volontà propria. Se avesse avuto il tempo, anche poco, avrebbe potuto rilassare i nervi, avrebbe potuto guardare le cose con un occhio più obiettivo. Sapeva che ne era capace. Per cui decise di concedersi 5 minuti. Poggiò la penultima vite a fianco della gamba sinistra, sopra il ripiano di acciaio, scavato da leggere scanalature che sembrava essere progettato proprio per quella funzione (invece chissà quale funzione aveva guidato il software di progettazione). Armeggiò con il dispositivo al polso. Fissò il minuscolo display che indicava delle cifre azzurre e, appena apparve il 5, si concesse un lungo sospiro, qusi a svuotare tutta l’aria presente nei polmoni,  a ricaricarla dalla bombola alle sue spalle. Ebbe paura però di guardarsi attorno e specialmente di guardare “Là fuori”.

Si alzò. In pochi passi raggiunse il contenitore di liquidi e sali che aveva poggiato vicino al sedile e lo vuotò di colpo. Il liquido, fresco percorse la gola come un ruscello fino allora imbrigliato, cui si sollevi una chiusa. Mai come in quell’istante gli sembrò una cosa assurda l’acqua. Come assurdo era quel rumore del cuore che, nel silenzio perfetto, risentiva nelle orecchie. Assurdo e fuori luogo come un tranquillo pedone che passeggiasse la sera per prendere il fresco. Come se non avesse sotto gli occhi la situazione disperata in cui l’avevano cacciato. Mai come in quel momento risentì la mostruosa forza delle cose. La loro ostinazione ad opporsi al desiderio dell’uomo: il loro muto e impietoso silenzio di “cose”.

Un tempo, invece, aveva creduto di udirle cantare, le cose: era una nenia impercettibile e talmente lontana che traforava il silenzio solo di tanto in tanto. Sembrava una serie di bisbigli infinitamente lontani. Una melodia di cui solo alcune note e stralci di frasi, riuscivano a rompere il velo del silenzio. Gli parve allora di sentirle cantare la loro disposizione ad essere amate, adoperate, carezzate, cullate fra le mani. Non ne aveva mai parlato con nessuno. Un po’ perché lo riteneva il suo segreto. Un po’ perché si sarebbe vergognato enormemente a farne partecipe un collega o anche solo una donna.  Un po’ perché riteneva che lo averbbero certamente schernito e preso per più bambino di quanto non fosse. “Ogni uomo deve almeno possederne uno, di segreto” – si disse – “uno a cui pensare nei momenti in cui ci si sente staccati da terra e come se al mondo si fosse soltanto di passaggio, quasi scesi da un treno su un marciapiede, per pochi minuti, giusto solo per sgranchirsi le gambe per il lungo sedere”. In quel tempo, dunque, le aveva sentite cantare , le cose. Ora invece… Un tempo era il cuore a sentire quelle esili voci delle cose, ora il suo cuore sentiva solo un silenzio trafitto soltanto dal ticchettio di un meccanismo crudele, meccanismo capace di produrre tut’al più alla fine della corsa,  una enorme risata di scherno nei suoi confronti. Gli sembrava la più crudele ironia che la vita, fino a quel momento, si fosse presa la cura di procurargli. Chissà per quanto tempo l’aveva pensata, aveva macchinato come un autore che volesse vendicarsi crudelmente di un suo stesso personaggio.

Sentì che bestemmiare gli avrebbe fatto bene.  Se solo avesse avuto qualcuno contro cui bestemmiare. Perché non c’era altro attorno a lui che quell’assurdo silenzio riempito solo dall’ingenuità del suo piccolo cuore. Si lasciò cadere sul sedile che avvolse il suo corpo e tentò di chiudere gli occhi che sentiva pesanti come si fossero trasformati in biglie d’acciaio. Da quanto tempo non dormiva? Aveva ormai perso il conto delle ore, dei giorni forse. Appena chiusi gli occhi prese la danza impetuosa dei fosfemi. Rosse macchie si mischiavano creando assurde e ridicole figure. A disegnarle è certamente il mio terrore. Niente di strano.

Mi serve solo rilassarmi un poco. Mantenere la calma. “Quanto tempo ancora mi è dato? Frenò il subito desiderio di correre a controllare la cifra esatta sul display cge sapeva lampeggiante alle spalle del sedile, nel pannello elettronico alla destra. “No, meglio non saperlo, acrescerebbe solo la fretta, e con la fretta la possibilità di compiere male il prossimo tentativo”. Aprì dunque l’alloggiamento dei viveri e ne estrasse un contenitore e, prima di accostarlo alle labbra provò un enorme desiderio di di sentire un qualsiasi odore. Il liquido invece era asettico, come tutto il resto del cibo, del resto. Nessuna cosa avrebbe desiderato di più che risentire un profumo, un odore. Sentiva, irrazionalmente che un odore lo avrebbe incoraggiato più di qualsiasi cosa. Qualcosa a cui dire: “Amico, sei qui anche tu? Allora non sono solo in questo troiaio”. Temette di non avere la forza o il coraggo di alzarsi dal sedile. “E’ solo la stanchezza – si disse. Avessi la possibilità di dormire!” Ma appena pensato ebbe terrore. Scacciò lontano questo desiderio. Bevve un altro sorso di liquido e per la prima volta ebbe il coraggio di guardare “fuori”.

Una tenue ragnatela di stelle rompeva tenue il buio. Slapp e la sua navicella galleggiavano in un azzurro profondo, simile al nero. Solo allora una lacrima prese a scendergli lenta nella scanalatura tra il naso e le guance. Si fermò nel rilievo delle labbra dove la raccolse la lingua.

Aveva un sapore di infanzia.

“Guarda bene dove t’hanno cacciato!”

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Informazioni su Carlo Congia

Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

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