Icaro


Il giovanetto sedeva nella piccola spiaggia incastrata fra le rocce di granito lisciate dal lento lavorìo delle onde e del vento. Aveva occhi che guardavano lontano ma senza nessun rimpianto o compassione di sé. Guardava semmai il mare come un giovane cacciatore che ha raggiunto la preda.

Disobbedendo ancora per una volta alle preghiere del padre, era scappato dai calcoli, dal pietrame da costruzione posato per terra e segnato con precisi numeri di combinazione, per rifugiarsi lì, a pochi passi dalle onde che carezzavan la rena in un luminoso giorno di marzo.

Suo padre era ormai un uomo anziano, per quanto riverito e stimato. Come avrebbe potuto capirlo?

Si lamentava un po’ di tutto ormai: dei denti che andavano facendosi ogni giorno più molli, della vista che ormai non reggeva più, dei giorni di pioggia che non consentivano il proseguo dei lavori del labirinto.

Era la sua ultima fatica. L’ultima impresa richiesta al suo genio straordinario. Un lavoro che sarebbe rimasto nei secoli. Eppure il suo sogno era stato quello di vedere il figlio succedergli nella conduzione del grande cantiere. Ma Icaro, ahimè, era uscito in tutto diverso da suo padre.

Era venuto su, gracile di spalle e tanto incerto nei desideri da sembrare come sospeso in un brullichìo di sogni senza forma e senza nome. Un danza attraente di spettri. Dedalo ormai pensava che da tanta stranezza non poteva che nascere, nel migliore dei casi, un costruttore di nuvole, ma sapeva il cielo quanto poco si avesse bisogno allora di nuvole.

Non aveva mia udito uscire un solo verso dalle labbra del giovinetto, mai l’aveva sorpreso accucciato ai piedi del vecchio aedo di paese, con gli occhi perduti nel vuoto e colmi di quella luce che vaga negli occhi dei poeti.

Pareva dunque che Icaro amasse solo scappare dalla bottega per rintanarsi chissà dove e per quanto tempo, preda dei propri inconoscibili sogni. Lo rivedeva con un misto di pena e sconforto rincasare la sera, coi ginocchi pieni di graffi, con nei capelli ancora il profumo dei mirti e del maestrale che sfiora le onde.

Non l’aveva mai visto sottobraccio di un amico ridente girare altero per le bettole di strada in strada, né mai nel folto dell’agorà, in cerca di animi affini, di maestri con cui abbeverare la mente.

Delle volte era preso dallo sconforto che divenisse un buono a nulla. Farcito solo di sogni, convinto che la vita fosse davvero infinita come la si vede da giovani. E sì che non gli mancava certo il bene dell’intelletto. Aveva persino stupito suo padre, quando un giorno lavorava a quelle misteriose macchine viventi, suggerendogli, ancora fanciullo, un accorgimento alla ricerca del quale lui, Dedalo,  sei era consunto invano per giorni interi. Quel giorno aveva sentito l’orgoglio di essere padre di un figlio che avrebbe potuto stupire il mondo. Aveva avuto come la certezza che il nome del figlio avrebbe superato persino il suo , già lucente di bocca in bocca fra i Greci.

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Informazioni su Carlo Congia

Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

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