Hic et nunc

Van Gogh, vento

Qui non esistono porte

non esistono chiavi

lacrime appese a dei fili sottili.

E’ come bere ad una fonte

e non esser mai sazi.

Qui non sono parole o teoremi

le pareti e lo spazio

rilucono d’acque

e docili sogni corron leggeri

come fossero nubi nel cielo

ma dirle nuvole è assurdo

e la parola sogni, qui,

non vuol dire più nulla.

Qui è solo posare la penna e la vita

e stare a sentire le dita, le parole

I candidi occhi di uno spazio infinito

Dolce sul capo

la carezza di una mano infinita

.

Torno subito

Ho un ufficietto ai bordi del cielo
a volte, nello sconforto
lo chiamo scantinato,
ma è pura convenienza
chè dagli scantinati di rado
le stelle fan capolino,
io vedo invece l’intero firmamento.
 
La mia prosa commerciale si corrompe
ogni tanto delle frasi che i grilli
con bordello esacerbato
fanno in questa… sono indeciso
se dirla tundra o semplice deserto.
 
Infatti raro è il cliente
che passi di qui. Vivo d’incognite:
qualche angelo disperso
di tanto in tanto
che rimetto in carreggiata
additandogli con garbo
la direzione del paradiso.
 
In vero non so se esista per davvero
una simile chimera
ma pare brutto non ci fosse.
 
Il mio ufficietto, nelle sere d’estate
si trasforma in un lussuoso palazzo
e io gioco ad “i fantasmi”
(con grande spavento degli astanti)
oppure a perdermi tra le infinite stanze
tra impolverati specchi grido
qualche nome a caso
(così, tanto per dimostrare
ancora la mia esistenza).
 
Grido proprio sull’orlo del tramonto
.