La terrazza


Degli uomini vestiti elegantemente fanno una riunione gioiosa in una terrazza. E’ primavera. Altissimi grattacieli illuminati sullo sfondo.Lentamente imbrunisce.

Carlo, solo, in quiete, appoggiato alla ringhiera del balcone, non da alcun segno. Come un lattante che non ha ancora imparato a sorridere. Abbandonato come qualcuno che non sa da che parte girarsi fra le lenzuola per prendere sonno.

Siano pure illuminate le altre persone comuni, solo lui è nell’oscurità. Siano pure chiaroveggenti le persone comuni, solo lui è miope come una talpa. Manda un fioco chiarore, nella penombra, come la luna nell’ultimo quarto. Si aggira nervoso come non ci fosse, nell’universo intero, uno spazio adatto a contenerlo.

Fu proprio in quel momento, per la terza volta, che Dio, da una finestra imprecisata di uno degli enormi edifici, guardava con il binocolo verso la terrazza illuminata da lampioncini di carta colorata, con dei lumini all’interno, appese al pergolato di rose.

E Dio constatò quanto Carlo fosse nell’oscurità, come fosse miope come una talpa e col cuoricino che cadeva a pezzi sul pavimento di lucido marmo.

Cadendo, i pezzetti di cuore facevano uno strano rumore. S’infrangevano come microscopici bicchieri di vetro. Gli occhi di Carlo guardavano a terra, divertiti da quel piacevole spettacolo. Ad ogni infinitesimo pezzo di cuore che si staccava dal petto si sarebbe atteso, ql contatto col suolo, un rumore insopportabile, come di tuono. Si rimaneva stupiti, invece, nell’udire quel delicato tinnare, come cadessero dal cielo minuscole stelle, briciole di azzurro, gocce di pianto.

 

 


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