Valerio

Lui si chiamava Valerio, ma è solo un nome a dirlo.

Lei era una città.

Le sue strade rumorose, i suoi palazzi di mattoni, di cemento, di cristallo, i suoi parchi minuscoli, piccoli giardini costretti dalle catene dell’asfalto, le gemme, i mattini…

Era una città triste, una bambola a cui hanno strappato gli occhi ed i capelli. Spesso piangeva avendo… pena di sé.

Valerio camminava accarezzando leggero con le dita i suoi muri. Lei lo sentì e corse ad incontrarlo.

Quando Valerio vide i suoi immensi occhi si sforzò di non crederci: per lui la tristezza, come ogni altra cosa, era un gioco come un altro: era appena un bambino.

Camminarono tra i viali. Ogni tanto veniva loro incontro qualcuno che sorrideva; i più però erano ciechi di fretta, con cartelle, pacchi, domande, sulla punta delle ciglia.

Era un comune giorno di gennaio e sembrava che il sole, giocando, avesse abbandonato il mondo, marinando i compiti.

Valerio non parlava, sorrideva soltanto e gli occhi non si stancavano di bere i colori dei cartelli, la lucentezza dei motori, le loro grida sguaiate.

La macchine bucavano la sera come pugnali e dentro si vedeva il viso della gente.

“Quanto vorrei- disse Valerio –correre anche io come loro… più veloce ancora, con dei razzi per esempio. Andare a prendere la luna per poi tenermela in tasca, ed averla solo io”.

Lei non rispose. Il suo Valerio era anche lui di terra, di sensibile terra, come le carni che si sente addosso e che qualcosa lacera, ogni tanto. Gli sorrise: sulla pelle sentiva le carezze, le preghiere di quegli occhi di bimbo.

La tenerezza le dilacerò le viscere esplodendo come un deposito di bombe, un vomito caldo di singhiozzi risaliva la gola. Gli occhi si chiusero per un attimo a sopportare quella tremenda inusitata dolcezza.

Valerio fischiettava, scendendo le scale a piedi uniti, come una giovane rana.Com’era bello! E l’assalì la paura. La paura del tempo. Il tempo… quanto male avrebbe fatto al suo Valerio?

Lo seguì fino all’angolo del caseggiato e con sospiri comparve, come madre accarezzando i suoi capelli, le giovani ginocchia. Con premura accese ad illuminargli i passi, le sue mille luci, i suoi fanali rosati. Sussurrarono per lui le sue parole al neon.

Valerio pensava, sognando, alle rondini e correva. Lei lo lasciò, sul ciglio delle scale.

Valerio premette un tasto sul muro e una voce metallica chiese informazioni. Poi s’udì uno scatto.

Sparì che già la notte pioveva per strada, grandinava il buio nel cuore.

Lei rimase a guardarlo, dall’unica finestra della stanzetta, svestirsi, solo, con gesti compunti. Eppure fischiettava ancora. Lo vide intrappolarsi nelle lenzuola, al buio. E piano accarezzò i suoi sogni.

Senza saperlo cullava la propria solitudine.

Senza saperlo sognava i sogni di Valerio.

Sempre più in fondo,lontano… ricordando.

Quel giorno la circolazione veicolare nella città era stata catalogata negli archivi della sovrintendente polizia come “giorno di stasi relativa, dovuta all’assenza di particolari ferie o motivi di straordinaria affluenza urbana.”

Diario

Con un immancabile libro fra le mani sto di fronte al laghetto dove i cigni nuotano fra galleggianti bottiglie e variopinti pezzi di plastica.
Un odioso bambino strappa di mano ad una bambina un piccolo fiore giallo, da lei appena rubato in una di quelle aiuole comunali poste ad inutile argine del traffico. Le strappa il fiore di mano e lo getta oltre la recinzione di legno, nell’acqua. I cigni prestano poca attenzione al fatto.
Lei piange a dirotto mentre si allontana.
Penso: “Ecco un dolore, ecco una cattiveria” e sorrido appena, stranamente.
La bambina corre all’aiuola e coglie un”altra corolla e ritornando verso di me la tiene nascosta fra le mani unite dietro la schiena.
Mi guarda per un attimo. Ai suoi occhi devo essere un possibile ladro anche io.
Ai suoi occhi adesso il mondo intero è un ladro.

I quattro angoli del Mondo

Piranesi, Rovine

  • (da Trilogia dell’Assunzione)

     

     

    Il primo angolo del mondo

    è uno stanzino buio

    ricolmo di bottiglie da travasare.

    Nera la notte

    vi cuce scintille di vino

    e sull’Alleluia dei preti

    induce al pensiero dei fari

    e della gente che pesta

    asfalti e asfalti di noia.

     

    Il secondo angolo è una sorta

    d’incrocio fra muri in rovina;

    a vederlo lo si direbbe

    un comune angolo fradicio

    di una qualunque periferia.

    Ci si ferma di rado

    qualche stupido cane rognoso,

    giovani,  affrettate domestiche

    passano come se fosse niente.

     

    Il terzo angolo porta scritte

    le Leggi del Mondo

    ma sono illeggibili

    scolorate dal vento.

    Dicono abbia il colore del cielo

    ma non manca chi afferma

    che è solo un pezzo di muro

    privo di intonaco, con le facce

    cascanti

    come le labbra di un vecchio.

     

    Il quarto angolo del mondo

    è – in quanto tale – inesistente

    (visto che il mondo non è quadrato)

    ma è su di esso

    che nascono le più belle leggende:

    roba passata e talvolta

    persino stucchevole come i giochi

    che i bambini intessono

    nelle serate d’estate

    .

De Gama

.

Dal ponte della mia nave
si gode una squallida vista
di impietosi palazzotti
sopra una strana collina
che dirupa con scale di pietra
su irte strade di asfalto.

E pur viaggiando da anni
l’orizzonte non muta
se non nei colori
anche se questo è il più modesto
fra i disagi di un viaggiatore
(Chi si mette sul mare
non lo fa certo per lieti orizzonti
che accompagnino il viaggio).

Però rimane qualcosa che stona
qualcosa che vedrei meglio
dissolto, più adatto
alla mia disadatta e inutile rotta.

Ridicolo ammiraglio
Circunavigo il mondo
dentro un bicchiere di vetro

.