Ritornello ma con diro dirondello

Con innocenti e candide altalene
il tempo è bello uccidere
torcendo il naso
da qualunque orrore.
 
Accendere falò che giochino
come falene nella notte sorridere magari
quando meno se ne ha voglia. 
 
Bandire inoltre
ogni accenno di lamento
Il resto avrà il suo tempo
e il tempo verrà presto. 
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L’architettura e gli scrittori

 

C’è un comune atteggiamento nell’aprocciarsi degli scrittori verso l’architettura. Nel più roseo dei casi il loro è un atteggiamento da pittori. Guardano alle opere architettoniche come stessero guardando un dipinto, fanno cioè dell’opera quasi un semplice “fronzolo” del paesaggio. A tale proposito sono patetici persino gli sforzi di Proust nel cercare un diverso aproccio (tra il filologico autodidatta e il reveur decadente) si vedano le sue descrizioni di Venezia pur avendo la scorta del libro di Ruskin.

Solo un architetto da salotto sarebbe ormai disposto a sottoscrivere una visione dell’architettura così romantica e decadente. Lo stesso dicasi di come la poesia continua ad essere considerata  anche fra i migliori critici.

Qualcosa di indefinibile, di piacevole, di sentimentale.

Un amore

 

Quando le guardo gli occhi, d’improvviso sento  le braccia cadermi e rimbalzare sul pavimento con un rumore attutito. Non che sia brutta. Tutt’altro!… Una certa bellezza deve pur possederla se continuo a volerle bene. Anzi, temo di amarla più di quanto  sarebbe dovuto o necessario o prudente. Eppure non ostante tutto questo mio amore, a guardarla negli occhi, sento le braccia cadermi.

Il più delle volte, senza pronunciare parola, se lei è lì di fronte che mi fissa, mi chino per terra a recuperarle. Magari da sotto un armadio o una credenza dove sono rimbalzate dopo il contatto col suolo. Allora assumo una espressione penosa, quasi fosse un avvenimento increscioso occorsomi, di cui io non avessi la minima colpa. Le riattacco al loro posto (operazione questa che mi costa infiniti aggiustamenti di posizione, ma di cui, con l’andar del tempo ho acquistato una certa competenza).

Riattacandole dunque, sorrido, come se il fatto fosse del tutto fortuito. Come mi fosse cascato di mano un bicchiere unto di grasso.

Mi infastidisce il modo (per altro non privo di una certa sua grazia) con cui arriccia gli occhi nel buio e, estraendo una mano dalle coperte, mi addita fantasmi o esseri crepuscolari “Proprio lassù” e mostra col dito il buio più fitto. Inutile dire che “lassù” c’è solo uno scurito soffitto.

E ugualmente non sopporto il suo modo di russare leggero, interrotto da inspirazioni così improvvise e prolungate da farmi sobbalzare impaurito. In quei momenti sembra che voglia inghiottire il mondo intero e , per condimento, le stelle. Qualcuna di esse entra persino timidamente dalla finestra di legno, ma sono rare le volte che decida di rimanere ad assistere ad una scena così poco poetica.

 

Ma saprei perdonarle tutto questo se, il più delle notti, non mi abbandonasse nel letto. Senza degnarsi di una parola, per uscire chissà dove, chissà per quanto.

Io mi raggomitolo allora fra le lenzuola, per non sentire i suoi passi che scendono veloci le scale; il portone che sbatte violentemente, tre piani più sotto, abbandonato alla sua molla meccanica; il rumore dei passi leggeri che si fanno lontani… lontani, fino a sparire del tutto.

Le ho sempre perdonato la sua voglia di vivere. Perché ho sempre pensato di esserne privo. Aspetto ogni volta che, alzandosi dalle coperte, mi tenda la mano, per esser seguita. Ma questo gesto non avviene mai, neppure quando, appena passata la soglia della porta della camera, so che mi guarda un ultima volta prima di chiudere delicatamente l’uscio con la paura che qualche rumore possa destarmi dal sonno.

So che mi guarda anche se non ho io stesso il coraggio di farlo: di vederla davvero andar via. Sono infatti impegnato nella stessa identica commediola di sempre. Quella in cui mi costringo a recitare il ruolo di amante abbandonato ed offeso. Rivolto verso   la parete opposta, sento il silenzio che precede il debole cigolio della porta che si richiude. Il silenzio più estenuante che io conosca.

Quante volte ho aspettato, dentro quel silenzio, di udire una frase, una sua parola! A volte penso che mi basterebbe anche una leggera risata (perché è chiaro che lei sappia ormai che io so) per convincermi ad alzarmi da letto e fiondarmi fra le sue braccia, vestirmi e seguirla attraverso la notte.

Ma da lei non viene neppure quel minimo cenno. Forse sa benissimo che io lo attendo, che mordo il cuscino aspettando qualcosa da lei. Forse è proprio questo il motivo per cui non me lo concede. Anche se certe volte sento che deve reprimerlo con una certa violenza. Come spiegare altrimenti le notti in cui si attarda inspiegabilmente più del solito sulla soglia?

Non vuole che io la segua. Oppure non vuole che io la segua per nessun altro motivo che non sia la mia volontà… forse. In modo che non possa rimproverarla di quelle uscite.

Supposizione. Dopo che quei passi si sono persi nel silenzio della notte. Il letto diventa allora un giaciglio di spine. Mi sento come credo si dovesse sentire Giobbe: disprezzato dal dio che aveva adorato per tutta la vita.

Striduli di gocce verranno i giorni

Striduli di gocce verranno i giorni

le partenze rimandate, gli occhi

che non riconoscerai più miei

che non conoscerò più tuoi

 

Appena mille anni da sprecare

mille inverni

bicchieri vuoti da cui bere

entusiastici annunci

di palingenesi future.

 

E la ruota secca del girasole

volta dove l’ultimo respiro di linfa

lo ha lasciato in abbandono

.

A noi che chiedemmo

 

A noi che chiedemmo fu dato
questo deserto di ceneri
cinto d’ansia e di spini roventi,
per nostra mercede
aver gli occhi cuciti di raffia:
arsi non scorgono
ciò che è stato lasciato cadere.
 
Alla nostra sete
fu data l’acqua che in pozzi sprofonda
e la notte che calma trasuda singhiozzi di nafta.
A noi che aspettammo fu dato
di fruttificare veleno.
 
Le vesti… le tue vesti da ladro
si muoveranno a loro agio nel buio
sopra il nostro secco respiro
d’insonni dormienti in vite d’affitto
.
(Evoc Anussen, Giona)