Stanza n° 312

Aperta la porta lo vidi

Chino, con occhi di spillo

cuciva una coperta di sogni

i capelli sbucavano

dal soffitto e dalle pareti

per unirglisi in capo,

le mani come piccoli ragni

tessevano una tela argentata.

Mi vide e sorrise

ma come si guarda un oggetto

da troppo abbandonato,

un dio che s’allontana

un cielo che dirupa lento

.

I cancelli

Ogni notte si aprono dei cancelli dorati. Appaiono improvvisamente dal nulla in qualche strada o viale della città. Chi ha la fortuna di capitare vicino mentre questo piccolo prodigio si compie,  non ha che da fare uno o due passi… ed è salvo!
Vi è chi, senza neppure saperlo, percorre la città da capo a capo, curvo su volanti e pedali e veloce spera sempre che alla prossima svolta, al prossimo bivio, appaiano proprio questi cancelli. Cancelli che ognuno di noi ha visto nel sogno.  Altri, e sono i più, preferiscono ancora per una notte rivederli nel sonno. Vedere sé stessi in quell’attimo, incredibilmente felice, in cui li varcano.
In verità nessuno può affermare che sia proprio così piacevole andare oltre i cancelli. Non manca infatti chi vada dicendo che sia la cosa più atroce e dolorosa, priva inoltre del tutto di un senso. Ne parlano come di semplici sbarre di ferro, arrugginite per giunta. Simili a tante altre che recingono giardini comuni, garages o scuole d’infanzia. “Passare dietro ad essi – dicono – non porta alcuna salvezza”. Nei loro occhi, più che la certezza di quanto affermano, si scorge però un potente desiderio di crederlo. Chissà poi per quale oscuro motivo.
Che i cancelli non portino in alcun luogo questo, poi, è creduto un po’ da tutti (fedeli alla tradizione o eretici). Anche se si limitano, qualora richiesti, ad inarcare le spalle come giovani scimmie e a roteare gli occhi, come gli cadesse addosso , o stesse per farlo, un enorme macigno.
Nessuna statistica, infine, c’è concessa per quanti abbiano davvero attraversato i cancelli (ammesso che una simile statistica avesse un senso o potesse aggiungerlo a tutta questa faccenda). Nessuna percentuale potrebbe infatti aggiungere qualcosa al niente che sappiamo di loro.
Ogni notte i cancelli si aprono, in qualche strada o viale e continueranno ad aprirsi, forse…  che ci sia o meno qualcuno a sognarli. Continueranno ad aprirsi con quel muto, orrendo, incredibile cigolio che ognuno si augura, un giorno, di poter udire.

MICROFIABE: Le chimere

L’incredibile dopo tutto ciò è vedere per strada gli impiegati e le commesse, gli operai e gl’industriali portare a spasso al guinzaglio lungo i marciapiedi del centro le loro chimere domestiche, che in certi casi sono enormi.
Le loro scaglie verdi luccicano al sole, il loro incantevole grifo si piega docile al passo della loro padrona o del padrone e persino le gigantesche ali stanno ripiegate a riposo sui fianchi del bell’animale.
Seduto su una panchina in un parco, le vedo sfilare dietro le persone. Ammiro lo scintillare dei loro guinzagli e la paziente ubbidienza con cui seguono i loro legittimi proprietari. Ne sono provvisti tutti, persino il barbone che dorme nella panchina di fronte alla mia. La chimera gli  è accucciata a fianco, quasi facesse la guardia e aspettasse, impaziente, il risveglio di quell’uomo che è, in fondo, l’unico motivo capace di strapparla all’inesistenza
.

MICROFIABE: La lepre

 

Non sono che una piccola lepre che salta nel grano.
Una piccola lepre in un campo per lei infinito o comunque non misurabile.
Ed il grano è più alto dei salti, in modo che mi è  preclusa la vista di quanto esiste al di là.
Così oltre quel campo il cuore conosce incredibili boschi ( o forse li inventa): giorni immensi fragranti di primavera.
Così la rabbia, il timore, la noia fa crescere l’assurdo desiderio di divorare tutto quel grano: di risolvere un problema irrisolvibile desiderando impazzire: diventare non più lepre che salta, ma grano che attende.
Anzi, che non attende un bel niente, perché non sa neanche di crescere.
Come non sa o non sembra curarsi dei miei salti di lepre o dell’autunno che cigola in cielo o di tute le parole paurose che albergano il cuore di una piccola lepre
.

Il demiurgo

Stava lì, come sulla riva di un mare buio

a vegliare, disutile custode,

nel tiepido nido del nulla

aspettando di udire

nel breve iato fra orrore ed orrore

il caldo respiro di un suono

che lo riportasse fra i vivi.

Fra le mani la corolla di un fiore

che pur maltrattato

brillava accecante nel vuoto.

Dov’era finito il Mondo?

L’inutile e dolce cantilena degli anni?

Persino lo stridore di un urlo

ora

l’avrebbe commosso fino al midollo

.

Il muro

Dove l’ampia curva del viale

immette alle pendici dei campi,

sotto quel muro dimesso

vigilato da gatti e falene,

ho seppellito quel che rimaneva

di un favoloso tesoro

concessomi dal cielo

solo perché lo dilapidassi

.