Prose corsare


 C’era qualcosa nel suo tono di voce che sembrava sottintendere “quel cretino integrale”. D’altronde il suo potere di traspirazione era davvero eccezionale.

–          Che hai lì, vecchio mio? Qualcosa di troppo sottile per me, credo bene.

Per di più insieme riuscivano a nutrire una specie di elementare patriottismo. C’era come un certo coefficiente e il pomo d’Adamo appuntito gli si muoveva su e giù per la gola. La porta era socchiusa.

Era un comune incidente di marzo. Nel reparto la ragazza si era levata sulle ginocchia (la ragazza bruna) e tutto l’incidente non era durato più di qualche minuto. Passarono dei carri, senza contare che non era possibile mangiare quando non lavorava.

Era un comune incidente di marzo. Peccato che fosse già aprile.

 “No, lavo solo questo tegame”. Le lacrime si mescolavano nascoste allo scroscio dell’acqua sul lavello. “Anch’io sono cresciuto in un periodo di vacche magre” disse. “Davvero?”. Lo guardò tristemente (forse più tristemente del necessario).Non fu stupito nell’ apprender che, nel vano sforzo di evitare l’urto, si era slogato il polso.

“La bambina dove abita?”

“Qui, in città, con la madre” rispose l’appuntato.

Prese a scendere lentamente le scale fingendo di zoppicare. Ma non c’era nessuno che potesse intenerire con una simile farsa. Nessuno per cui recitare. “Meglio così, d’altronde”.

 Decise di uscire da quell’inferno di camera, gli occhi che bruciavano, le gambe appena resistenti a reggerlo. Appena oltre il marciapiede vide un uomo dal cappotto lacero e unto schiacciare una carcassa di pollo arrosto sotto degli stivali. Lo faceva come se stesse compiendo un lavoro, con accortezza, pignolo. Nel frattempo passavano per strada ragazze dai seni immerlettati, scarpette da Cappuccetto Rosso smaccatamente ninfomane (povero lupo cattivo, pensò).Per terra bucce di fave ancora verdi, pacchetti di sigarette che finivano di marcire sotto il sole, tappi di lattine, cicche spiaccicate, piccioni in fase incipiente di corteggiamento. Nell’aria suoni di traffico e di un giugno mediocre. Puzza di termosifoni e di tubi di scappamento. Reti d’asfalto e d’alluminio cingevano gli ultimi scampoli di verde. Veloci penetravano la città autoarticolati della Plasmon. Contro il sole che già tramonta l’illogica presenza di un tutto che necessiti di un inizio ed una fine.

Di notte sognò di trovare dei soldi (poco meno di 10.000 vecchie lire) in una crepa del muro. E che qualcuno lo accompagnava in una inesistente passeggiata paesana.

Marianne

Marianne viveva sola col nonno in una piccola casa di legno ai confini di un paesino in cui le capre superavano in numero i pochi e malandati abitanti. Le piaceva pensare che forse un tempo era stata una fattoria in piena campagna, forse un mulino (anche se non si vedevano pale). Dal piccolo giardino posto sul retro si poteva, aprendo un cancelletto ossidato che gracchiava allegro come una giovane cornacchia, uscire direttamente nei campi e mischiarsi al volo degli uccelli.

A Marianne piacevano gli uccelli. Ma anche gli elastici fucsia, l’odore di marmellata appena sveglia, il lamento del cancelletto, la torta di ricotta, le nuvole dispari e le scarpe senza tacchi. Odiava invece gli aggettivi che finivano in “issimo” (per esempio “fichissimo”), le mosche e sopratutto i pettini, gli ombrelli e le scarpe coi tacchi.

Il nonno di Marianne coltivava le fragole. Erano davvero uno spettacolo  e dai villaggi vicini arrivavano i contadini per vederle, annusarne l’odore e assaggiarne la polpa rubino. Il nonno però era sempre al lavoro nei campi e Marianne allora ricorreva all’unico amico che aveva: il Signor Bernabeu. Insieme uscivano spesso per i campi e delle volte si spingevano fino alle rive del ruscello malato, proprio ai piedi di quegli enormi faggi laggiù, oppure arrivavano fino alla piccola stazioncina dei treni e, seduti su un paracarro, ammiravano i treni passare e le volute del fumo che, uscendo dalla pipa del treno, si perdeva arricciandosi in cielo.

Il Signor Bernabeu era contento, anche se non voleva confessarlo. Era un “tipo” strano. L’aveva incontrato (o per meglio dire l’aveva trovato) sotto un’enorme quercia, dentro un sacchetto di plastica: di quelli che si usano per la spazzatura, con una buccia di banana annerita sopra il cappello a paglietta. Chissà cosa ci faceva lì dentro! Lui continuava a sostenere che era la sua casa.

Il Signor Bernabeu era alto. In verità era esageratamente altissimo per essere un pupazzo di pezza. La cosa positiva però era che lo si poteva ripiegare a piacimento, tanto che Marianne era solita riporlo nella sua tasca e portarselo appresso quando era troppo pigro (o troppo fifone!) per camminarle affianco. Aveva due occhi grigi, un naso a bombetta e dei baffetti che non lasciavano presagire niente di buono. Aveva poi una giacchina elegante ma sotto era addirittura in mutande! Nonostante questo Marianne gli voleva bene… del resto era l’unica persona con cui poteva parlare, anche se molte volte la sua vocina calma e ordinata le riusciva noiosa e a tratti persino un poco antipatica.

Al Signor Bernabeu piacevano infatti solo cose “noiose” tipo l’ordine e qualche volte il silenzio, ma soprattutto la maglia di lana. Era un suo chiodo fisso la maglia di lana. Stando a sentire lui non c’era guaio che non potesse aggiustarsi, problema che non potesse risolversi, malanno che non potesse curarsi altro che indossando una maglia di lana.

In ciò si capiva chiaramente perché era stato abbandonato insieme ad una buccia di banana. Anche se lui continuava a sostenere che era andato dentro al sacchetto di plastica di sua volontà “alla ricerca di nuove avventure”.

A causa del passato puzzolente del Signor Bernabeu, Marianne lo sottoponeva ogni mese ad un lavaggio completo ma lo faceva solo perché convinta di fargli un enorme piacere! Dopo averlo insaponato ben bene nella tinozza riempita di acqua calda e avergli spazzolato con cura i vestiti e riavviati i pochi capelli di lana, non aveva però cuore di appenderlo insieme alla sua biancheria, quella che ad ogni lavaggio assicurava con enormi mollettoni di legno al filo per stendere sulla finestra del giardino e così lo asciugava con il piccolo phon che faceva lo stesso rumore degli aeroplani, come diceva il nonno.

Spesso, specie le lunghe sere d’estate, restavano uno vicino all’altra a parlare anche se raramente erano d’accordo. “Del resto, meglio così, se no sai che noia” si diceva Marianne. Lo stesso sentimento sembrava essere condiviso anche dal signor Bernabeu che certe volte pareva mettercela tutta a inventare problemi e a pensarla diversamente dalla bambina. La sua regola preferita era infatti “meglio non farlo” oppure “potrebbe essere pericoloso”.

Delle volte, a sostenere la sua cupa visione del mondo, le raccontava storie raccapriccianti. Storie infinite che non approdavano mai a niente, piene di ombre e sopratutto di mosche, di esseri indefiniti (e proprio per questo più paurosi). Arrivato però ad un certo punto, lui stesso sembrava spaventarsi a queste storielle e tentava di sorridere, sotto quei baffetti di lana, come per dire: “Del resto non bisogna credere a queste cose, potrei essermi sbagliato”.

C’è un bosco.

C’è un bosco. E in questo bosco ci siamo noi, giovani cercatori di funghi velenosi. E nel bosco ci sono anche tante altre inutili cose. Prima di tutto la sera, che già inizia a calare, poi una dose adeguata di grilli, ombre che danzano (sembrando proprio quello che non dovrebbero sembrare), voci che sussurrano, qualche busta di plastica e… alberi. Alberi di tutti i tipi, proprio come nei boschi che si rispettino.

Abbiamo una forte dose di ottimismo, come se qualcuno ci avesse appena accarezzato e parlato con gentilezza:chissà poi perché. Già i folletti iniziano a danzare insieme alle mosche notturne.

Tanto che non ci preoccupiamo neppure se sia estate o meno, né delle cose che ci hanno sempre fatto paura sentendo parlare di boschi in cui la sera inizia a calare.

Le nostre cellule sembrano a posto come dopo un lungo e pignolo rodaggio e il mondo, alle spalle e di fronte, è un enorme divano, sotto il quale chissà quante cose abbiamo perduto.

Sarebbe semplicissimo dire che ci sembra essere tornati indietro nel tempo, fino a quando eravamo bambini dalle fragili gambe e dai ginocchi sbucciati. Ma non sarebbe del tutto vero. Infatti ci sentiamo gli stessi di sempre. Pur dovendo essere un insieme di io, recitiamo questa sciocca commedia di possederne uno che ci raffiguri, lo stesso di cui vediamo ogni giorno il riflesso allo specchio. Ridicolo gioco.

Il fatto è che in un bosco, sognato o meno, non ci si può certo permettere di cercar cause al posto di funghi o magari le colpe del tutto. Si è venuti qui con un intento diverso, differenti desideri ci hanno spinto fin qui. Tipo… che so?… guardare le nuvole?… ammesso che ci siano… gli aberi… cercare funghi magari.

Uno di questi giorni, doveva essere appena entrato nel bosco,  oppure faceva qualcosa di analogo, ebbe la dolce impressione che qualcosa stava mutando. Oh, non avrebbe certo saputo dire cosa. Forse qualcosa di assoluta e importante inutilità o magari la sensazione, piuttosto bislacca a dire il vero, di aver finalmente scoperto il trucco. Non so se avete presente uno di simili istanti. Capitano di solito alla vigliacca, quando si è meno preparati all’evento, magari mentre ci si trova seduti sulla tazza di un cesso.

Non so se capiti realmente , ma tutte le volte, invariabilmente, si ha la sensazione che di colpo, in una qualche parte imprecisata dell’anima, si accenda uno schermo gigantesco con una luce da svariati milioni di megawatt.
Il seguito è un po’ meno comprensibile. Si ha come la certezza di avere capito qualcosa di sommamente importante, qualcosa in grado di rivoluzionare il mondo intero e le sue giravolte siderali. Il brutto è che, non appena si cerca di mettere a fuoco il messaggio e le immagini presenti nello schermo, ne viene fuori qualcosa non solo di assolutamente banale e incomprensibile, ma addirittura cretino. L’ultima di tali “illuminazioni”,  una volta razionalizzata in parole suonava pressappoco così:

“Probabilmente non hai ancora capito che le variazioni alla Legge (questa parola stranamente scritta con la maiuscola) non sono banali ripetizioni di errori commessi più o meno in buona fede. E’ invece tutto un insieme di cose per cui NON (anche questo in maiuscolo) puoi, proprio NON puoi dividere ciò che ha davanti con enfasi da quello che ogni giorno recupera il passo senza far in modo di soffrire il guasto del tuo tempo. Il guaio è che non ci sono più vecchi profeti e noi siamo felici per niente: meno di quanto dovremmo”

E visto che l’unica parte comprensibile era l’ultima frase ecco che ritenne opportuno credere che avesse un qualche significato. Ma in bocca quell’ultima frase puzzava di nafta e bugia. Perlomeno era chiaro che non aveva niente per cui essere felice più di quanto lo fosse. Lasciamo perdere poi i vecchi profeti.

La fabbrica della paura

C’era una volta, neanche tanto tempo fa, un pessimismo senza confini, un noiosissimo deserto privo persino di monti azzurrati, un immenso tetto di tegole che impediva di leggere il cielo e le stelle.
Una specie di drago cattivo, un misterioso elefante, coperto di dolenti ferite. Un drago ripieno di pus silenzioso e grigio di ansie.
C’erano boschi ricolmi di buio e cipressi; periferie dove le ombre danzavano di compassione; donne che non c’erano ancora e per le quali si soffriva ugualmente; c’erano giorni che andavano via, soprattutto.
Un’infinita scala meccanica di giorni meccanici, che portava comodamente a dei piani in cui non s’aveva intenzione di comprare un bel niente, perché tutto odorava di buio e roba inservibile: tipo copertoni bucati di camion, carillon arrugginiti, dolci pieni di muffa e un’ossessiva girandola di tramonti inzuppati di nuvole. In cui chissà cosa si vedeva, cosa si aspettava di sentire.