Marianne

Marianne viveva sola col nonno in una piccola casa di legno ai confini di un paesino in cui le capre superavano in numero i pochi e malandati abitanti. Le piaceva pensare che forse un tempo era stata una fattoria in piena campagna, forse un mulino (anche se non si vedevano pale). Dal piccolo giardino posto sul retro si poteva, aprendo un cancelletto ossidato che gracchiava allegro come una giovane cornacchia, uscire direttamente nei campi e mischiarsi al volo degli uccelli.

A Marianne piacevano gli uccelli. Ma anche gli elastici fucsia, l’odore di marmellata appena sveglia, il lamento del cancelletto, la torta di ricotta, le nuvole dispari e le scarpe senza tacchi. Odiava invece gli aggettivi che finivano in “issimo” (per esempio “fichissimo”), le mosche e sopratutto i pettini, gli ombrelli e le scarpe coi tacchi.

Il nonno di Marianne coltivava le fragole. Erano davvero uno spettacolo  e dai villaggi vicini arrivavano i contadini per vederle, annusarne l’odore e assaggiarne la polpa rubino. Il nonno però era sempre al lavoro nei campi e Marianne allora ricorreva all’unico amico che aveva: il Signor Bernabeu. Insieme uscivano spesso per i campi e delle volte si spingevano fino alle rive del ruscello malato, proprio ai piedi di quegli enormi faggi laggiù, oppure arrivavano fino alla piccola stazioncina dei treni e, seduti su un paracarro, ammiravano i treni passare e le volute del fumo che, uscendo dalla pipa del treno, si perdeva arricciandosi in cielo.

Il Signor Bernabeu era contento, anche se non voleva confessarlo. Era un “tipo” strano. L’aveva incontrato (o per meglio dire l’aveva trovato) sotto un’enorme quercia, dentro un sacchetto di plastica: di quelli che si usano per la spazzatura, con una buccia di banana annerita sopra il cappello a paglietta. Chissà cosa ci faceva lì dentro! Lui continuava a sostenere che era la sua casa.

Il Signor Bernabeu era alto. In verità era esageratamente altissimo per essere un pupazzo di pezza. La cosa positiva però era che lo si poteva ripiegare a piacimento, tanto che Marianne era solita riporlo nella sua tasca e portarselo appresso quando era troppo pigro (o troppo fifone!) per camminarle affianco. Aveva due occhi grigi, un naso a bombetta e dei baffetti che non lasciavano presagire niente di buono. Aveva poi una giacchina elegante ma sotto era addirittura in mutande! Nonostante questo Marianne gli voleva bene… del resto era l’unica persona con cui poteva parlare, anche se molte volte la sua vocina calma e ordinata le riusciva noiosa e a tratti persino un poco antipatica.

Al Signor Bernabeu piacevano infatti solo cose “noiose” tipo l’ordine e qualche volte il silenzio, ma soprattutto la maglia di lana. Era un suo chiodo fisso la maglia di lana. Stando a sentire lui non c’era guaio che non potesse aggiustarsi, problema che non potesse risolversi, malanno che non potesse curarsi altro che indossando una maglia di lana.

In ciò si capiva chiaramente perché era stato abbandonato insieme ad una buccia di banana. Anche se lui continuava a sostenere che era andato dentro al sacchetto di plastica di sua volontà “alla ricerca di nuove avventure”.

A causa del passato puzzolente del Signor Bernabeu, Marianne lo sottoponeva ogni mese ad un lavaggio completo ma lo faceva solo perché convinta di fargli un enorme piacere! Dopo averlo insaponato ben bene nella tinozza riempita di acqua calda e avergli spazzolato con cura i vestiti e riavviati i pochi capelli di lana, non aveva però cuore di appenderlo insieme alla sua biancheria, quella che ad ogni lavaggio assicurava con enormi mollettoni di legno al filo per stendere sulla finestra del giardino e così lo asciugava con il piccolo phon che faceva lo stesso rumore degli aeroplani, come diceva il nonno.

Spesso, specie le lunghe sere d’estate, restavano uno vicino all’altra a parlare anche se raramente erano d’accordo. “Del resto, meglio così, se no sai che noia” si diceva Marianne. Lo stesso sentimento sembrava essere condiviso anche dal signor Bernabeu che certe volte pareva mettercela tutta a inventare problemi e a pensarla diversamente dalla bambina. La sua regola preferita era infatti “meglio non farlo” oppure “potrebbe essere pericoloso”.

Delle volte, a sostenere la sua cupa visione del mondo, le raccontava storie raccapriccianti. Storie infinite che non approdavano mai a niente, piene di ombre e sopratutto di mosche, di esseri indefiniti (e proprio per questo più paurosi). Arrivato però ad un certo punto, lui stesso sembrava spaventarsi a queste storielle e tentava di sorridere, sotto quei baffetti di lana, come per dire: “Del resto non bisogna credere a queste cose, potrei essermi sbagliato”.

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Informazioni su Carlo Congia

Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

One thought on “Marianne

  1. mukele ha detto:

    Reblogged this on AIRONI DI CARTA.

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