Saline

 

O come quando s’andava
per giunchi e salsedini
verso i diroccati sassi
di una torre moresca
e il mondo era appena
una congerie di leggende
un firmamento di sogni!

.
Lenta allo zenith, l’orbita del falco
sopra prede infrondate
era l’unica metafora
capace di racchiuderci

.

Venne il futuro e non eravamo pronti

Da giovani

quando si partoriva speranze

come lava di eruzioni cutanee

secchi passi, quasi incapaci

di reggerci in piedi

per la dolcezza d’una qualunque idea

e nel vivere c’era una sorta

di scomparso sapore…

Lo si avvertiva

specialmente la notte

dentro alcuni di noi

impantanati in veglie di versi

Tesi, s’aspettava

qualche inabissamento

una catastrofe aurorale.

Adesso si avrebbe anche il coraggio

di affermare, mani tuffate nelle tasche,

che si rimpiange qualcosa, qualcuno

certo, ma di sicuro

non quell’orrendo sapore di niente.

Ma c’è ugualmente un rimpianto

che si sente grattare nel fondo

e scavare ossessivo

un rimpianto per un tesoro di latta

perso in partite truccate

contro sa il diavolo chi

.

Fototessere

I

Ricordo, eravamo ancora bambini e un’estate impietosa pisciava oro sulle spalle canute del mondo imbevendo la macchia di strida di grilli impazziti e dietro quelle colline di sassi sapevamo che il mare picchiava gli scogli.

Bevevamo, per incontabili notti, un vino agro sotto un tetto di canne e ad uscir fuori si spaccavano gli occhi, ancora annebbiati di sonno, sotto il dominio tremendo del sole.

Una di quelle estati delle quali viene voglia di dire “Già, le estati di un tempo…”. E benché i meccanismi scolastici ci spiassero dietro le prime pozzanghere, eravamo felici, ignoranti, con al polso i nuovi orologi.

 

II

Ed ecco, quasi avesse fame di noi, l’alta scoscesa aprirsi in uno sbadiglio enorme e , sotto, frangersi i giorni, come dagli strapiombi (ricordi?) si guardava il mare accarezzar di schiuma i massi dirupati, erosi, neri; le insenature di pochi e lucidati ciottoli; la frattura tra un macigno e l’altro, ricetto a relitti incatramati: plastiche, legni levigati dalle onde… Era come se il mare avesse rigirato fra le mani quei poveri oggetti per notti e notti e solo a malincuore avesse abbandonato quei gingilli d’una vecchia insonnia, ai nostri piedi, screpolati dal sale.

Omaggio incompreso.

 

III

Fumo e al sollevarsi pigro del filo azzurrato contro l’ombra che versa sul selciato un pomeriggio verde e dozzinale, accarezzo per distrarmi poche frasi. Dietro di me qualcuno parla, non importa di che cosa: parla. Questo è l’importante, l’esasperante, l’inevitabile, la definitiva potenza delle cose.

Sopra un ritmo fuori moda continuo a rivoltare fodere, vestiti, canottiere. Ho strappi irreparabili anche se cerco di convincermi che un buon rammendo è sempre più gradevole alla vista che portarmi in giro questi buchi enormi che mostrano ai passanti le mie magre costole, il colore della pelle.

Inutile dire che tutto questo ha solo il peso di un’illusione infranta

Meccanica

Non perché ormai dalla cima

guardi la plaga assolata,

le case di un pietoso suburbio

il fumo di vecchi opifici

che forma colonne sul cielo,

i campi abbandonati agli spini

o questo ubiquo e desolato

mondo di fast food;

 

Non certo perché rimane dunque

ben poco di me

se non rimorsi e acquiescenza

vado ancora sognando

una preghiera,

un alito appena di senso;

 

Ma come molla caricata

chissà quando e da chissà quale mano

capisco che il mio

altro non è che risposta

alla legge di una meccanica interiore

.