Dialogo Secondo (da le Operette Immorali)

 

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Fra Messer Colombo Er Genovaro e l’indigeno Figo d’India
sulla rotondità dell’orbe e sulla giusta strada dell’uomo.

M. Colombo – (si affaccia dalle murate della sua caravella con un megafono e parla ad un selvaggio che, fumando una cicca e incurante della scena, sta intrecciando palme per rivenderle al mercatino del sabato nel supermarket di QuetzKotalcoalpoatlimsktrimixli) – Oh tu, buon uomo indiano! Sappi che sono venuto di lontano appositamente qui per scoprire l’India.

L’indigeno Figo – E chi saresti tu?

M. Colombo – Perchè dici ciò o buon uomo indiano? Forse che non hai studiato alle scuole? Forse che la maestra non ti ha insegnato che vivi in India e che sarebbe venuto Colombo,  uno scopritore che finalmente ti avrebbe dato un nome?  Quel Colombo sono io. Infatti prima di me, cosa eri tu? Un semplice uomo. Ora invece, nella carta d’identità potrai scrivere che sei Indiano. Colombiano. E scusa se è poco

L’indigeno Figo –  Tu Colombo?

M. Colombo – Non mi hai riconosciuto?

L’indigeno Figo – (fa visiera agli occhi con una mano e guarda attentamente verso la caravella) – Hmmm, non hai l’impermeabile e non hai neanche il sigaro spento in bocca. secondo me non sei tu

M. Colombo – Macchè impermeabile e sigaro. Io sono Colombo e quindi, siccome scopro per primo posso nominare quello che scopro. Qui i nomi li do’ io, capito? Per esempio, questa terra la chiamo Colombia, questa pianta la chiamo pianta del pane e qull’affare che ti fuma fra le labbra lo chiamerò spinello. Poi io sono qui per ben altro che per dare i nomi. Sono qui per prendere possesso delle MIE terre e per farvi conoscere la verità!

Indigeno Figo – Cioè stai indagando? Non rompere le scatole facendo finta di essere scemo che devo lavorare

C. Colombo – Non indago io, Io scopro

Indigeno – Si si, vabbè

Dialogo terzo (dalle Operette Immorali)

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Dialogo fra Madonna Caverna et Madonna Majonese sulla possibilità di un dialogo.

Caverna – Che potremo mai dirci noi due, cara majonese?
Majonese – Non mi sovviene alcunchè ma, dal momento che tutt’e due esistiamo perché non dialoghiamo sull’esistenza?
Caverna – Ma, cara Majonese, codesto tuo è argomento troppo astruso
Majonese – Eppure, se proprio dobbiamo dialogare, come dice il titolo, dobbiamo pur trovare un argomento
Caverna – Che ne dici se parlassimo dell’uomo?
Majonese – Uomo? che ne sappiamo noi dell’uomo? Meno dell’esistenza che non ti piacceva
Caverna – Di che dunque parlare?
Majonese – E se lo chiedessimo al primo che passa?
Caverna – Mi pare sensata cosa

In quel mentre passava di lì per caso una combricola formata da Gianni Minà, un derubricatore a pedali, uno sfinterio, due piante di carciofi, la Natura, un Faraone qualunque, un pastore errante dell’asia (probabilmente con il navigatore satellitare guasto) e una opera postuma.
La majonese e la caverna per attirare l’attenzione uscirono in grida disumane, il che è più che comprensibile non essendo esse umane, finchè il gruppo non si fermò.

Chiesero allora alle piante di carciofo quale fosse, secondo loro un argomento su cui discutere
– Potreste parlare dei carciofi, risposero.
– Ma che sappiamo noi dei carciofi?
– In questo caso potremo spiegarvelo noi – e si apprestavano a farlo
– Ma non ci sembra granchè interessante, interruppero la Caverna e la Majonese
– Male, i carciofi a nostro avviso sono fra le cose più interessanti al mondo

Chiesero allora all’opera postuma che rispose:
– Potreste parlare delle opere postume
– Ma che sappiamo noi delle opere postume?
– Ma che palle!

E così via interrogarono gli altri, sino a Gianni Minà, che ovviamente propose loro di parlare di Gianni Minà.
Nel frattempo La caverna e la majonese si accorsero che era divenuto troppo tardi per conversare. Si salutarono l’un l’altra e ciascuna continuò per la sua strada.

Il concetto di cosa

Ben pochi, volgendo uno sguardo pur attento alla figura del Prof. Dotti, avrebbero potuto intuire di trovarsi al cospetto di una delle menti metafisiche più notevoli del secolo. I più avrebbero frainteso credendo di trovarsi di fronte ad un inetto, un essere insignificantemente idiota. Forse li avrebbe irretiti quel suo modo poco vistoso di vestire a metà strada fra il catastale standard e il reparto grandi offerte della Upim. E ancor più li avrebbe fuorviati l’espressione del viso nella quale, dietro ad uno sguardo apparentemente vitreo e atarassico, ruminava uno dei più spaventosi intelletti viventi.

Erano anni che lavorava a quella che sarebbe stata la sua opera maggiore: “La fenomenologia delle cose”. E per riposare il suo lavorio infernale, la catena di assiomi, postulati e conseguenze ferree, era solito dedicarsi ad un gioco che aveva inventato da piccolo e che, per puro spirito ludico, aveva battezzato Rimbalzello.

Il gioco, pur possedendo delle regole complesse, era apparentemente semplice. Si trattava di far rimbalzare una sorta di dado di peluche sulla parete e riafferrarlo senza consentirgli di toccare terra. Una volta afferrato il dado peloso e aperta la mano si guardava la faccia contenente il “valore” del tiro e lo si sommava, con una operazione mentale al punteggio precedente.

Per anni aveva lavorato sul concetto di “cosa” fino a che un giorno, mentre era intento ad una partita impegnativa di Rimbalzello, fu folgorato da una improvvisa illuminazione: aveva trovato la definizione perfetta di cosa.

Il libretto di istruzioni

Molti saranno pronti a sostenere che la causa efficiente aristotelica, ovvero il principio del movimento e che contiene già in atto ciò che si dovrà realizzare (ad esempio, quando scaldo la peperonata, la peperonata è calda in potenza  – benchè io la estragga dal frigo ed è dunque fredda in atto –  mentre il fuoco che è già caldo in atto – sempre che non sia sabato e abbia finito la bombola del gas – è la causa efficiente che permette il passaggio dalla potenza all’atto…. mi sono perso. Rinizio da capo.

Quando scaglio contro la parete un vinile di Pino Donaggio (ma anche Gianni Nazzaro) il vinile era in potenza già scagliabile? Aveva Dio o il destino per lui, stabilito che si sfracellasse?

E’ a tutti evidente in che modo  la moderna tecnologia abbia portato, insieme alla caduta di vecchie tradizioni paleolitiche come quelle di cucinare, procurarsi il cibo con l’uso di clave o archi, spostarsi da un punto all’altro con l’uso degli arti inferiori, imparare a memoria la tabellina del 7 e altre ridicole superstizioni, una semplificazione della vita con chiari e visibili tracce di comodità e di agio.

Mentre prima, onde potersi cibare era necessario catturare un animale e scuoiarlo, ora invece ci basta compiere un semplice gesto et voila ecco il cibo alla portata delle nostre forchette.

Semplice però non è l’aggettivo corretto. Infatti vi sfido ad aprire una semplice confezione di colluttorio.

Prima vi ci vorrà un corso accelerato di geometria descrittiva e di proiezioni ortogonali per capire gli insulsi disegnetti che compaiono nel foglietto delle istruzioni. Poi, ovviamente vi servirà almeno una blanda conoscenza di una delle lingue cardine (ovvero inglese, tedesco, svedese e sannitico ovviamente senza l’italiano che è una lingua dimenticata da dio e ormai morta) per decifrare qualcosa, visto che i disegnetti su accennati non hanno sortito effetto. Terzo e ultimo dovrete cercare un qualunque corpo contundente onde frantumare la confezione e poterne usufruire.

Il consiglio è comunque quello di compiere l’intera operazione bestemmiando abbondantemente nei confronti del produttore, del disegnatore e, perché no, anche del consumatore dello stesso prodotto.

Ricchezza

 

Ci sarà pure una ragione se Dio mi ha creato ricco. Ho riflettuto a lungo su questo. Dio mi ha scelto fra mille – mi sono detto –  e ha voluto che proprio io portassi questa croce. Voi sciocchi direste: “lìberatene, dai tutto ed eccoti povero.” Ecco come parlerebbero gli stolti. Non pensano che se Dio mi ha dato questa croce vuole che io la mantenga, per espiazione dei peccati altrui forse, o solo per vidimare la bassezza e la vanità della ricchezza. Dio vuole che io mi perda perché mille si salvino nella povertà. Perché, nel regno dei cieli, a me sia dato meno degli altri e sia l’ultimo fra gli ultimi, visto che ho vissuto come primo fra i primi.

Io non me ne cruccio e so che il signore è buono e capirà, il giorno del giudizio, la mia mortificazione, la mia ubbidienza ai suoi voleri. Allora verrà al mio cospetto e mi rialzerà da terra dicendomi: “Grazie di aver portato la croce. Grazie di aver tenuto i poveri in povertà perché si salvassero e venissero a me. Vieni, per te ho preparato un posto alla mensa del Padre”.

L’uomo delle montagne

 

Sono anni che aspetto, seduto qui in mezzo a questa pianura a fissare il terreno. Non sono tipo da pianura io. Per questo aspetto. Qualcuno potrebbe dirmi che sono uno scemo e che aspettando non ottengo niente. Che potrei fare qualche altra cosa. Ma che mai potrei fare io in una pianura come questa, piatta come una tavola? Io non sono tipo da pianura. Però ho studiato… al contrario di molti che aprono bocca e parlano. Molto tempo fa, è vero… Ma questo è un aspetto secondario. Cosa conta il tempo? Ricordo come fosse ora mentre la maestra ci spiegava come si formano le montagne. “La terra è come un lenzuolo e sotto il lenzuolo c’è come un enorme uomo che dorme e si muove nel sonno. Basta che questo cambi posizione ed ecco che il lenzuolo si alza”. Da piatto diventa ondulato. Ecco come dalla pianura sorgono i monti. E io sono un uomo di monte. Che me ne faccio della pianura io?
Così aspetto che l’uomo si muova. Devo aspettare solo il momento giusto. Vedremo chi sarà nel giusto, chi aspetta conoscendo o chi si accontenta della pianura.

AUTOVELOX

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Guardo il vuoto corroso, il vano buio della porta sulla piccola veranda ove sedemmo.

E immagino che trapassi al sole la tua veste.

Mi immagino che abbandoni i capelli ancora al canto tiepido del vento.

E un palpito di vita riscalda il cuore: vecchio semaforo spento e arrugginito

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