La morte dell’arte e le opere d’urto

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“Perché gli artisti continuano a dipingere e a scolpire? La risposta è che lo fanno per abitudine, per ostentazione ed in genere per tutto ciò che è possibile ricavarne. Dal periodo cubista in poi ho soddisfatto il pubblico con molte idee bizzarre che mi saltavano in testa. Meno il pubblico le capiva, più le ammirava. Oggi – come sapete – io sono famoso e molto ricco, ma quando mi trovo solo con me stesso non ho il coraggio di considerarmi un artista nel grande e antico senso della parola… Sono soltanto un pubblico intrattenitore che capisce il proprio tempo”

Pablo Picasso

 Il decesso dell’arte, già preconizzato due secoli or sono da Hegel, è attestato in questa confessione, rilasciata da un artista che tuttavia è considerato un mostro sacro dell’arte contemporanea, un ultimo genio. Le sue parole hanno la secchezza di un burocratico certificato di morte.

“L’arte (quella vera, quella grande) è morta”. Forse di inedia, di suicidio, o semplicemente di vecchiaia… chissà.

Chi pensasse queste parole volute da un ultimo desiderio di stupire o disorientare non capisce granché di arte moderna. Tanto meno di arte in generale. Io so quanto deve essere costata una simile confessione ad un cosiddetto grande ma la sostanza non cambia se ad ammetterlo fosse stato anche l’artista meno conosciuto e apprezzato.

Resta il fatto che a noi deboli epigoni non rimangono che due strade.

La prima è di sopportare l’impossibilita è l’assurdità di una sua resurrezione invidiando i tempi in cui aveva ancora un senso l’illusione di produrre arte. Invidiare dunque, non tanto il risultato ottenuto dalla grande arte ma la possibilità non ipocrita di un tale risultato, di UN risultato qualunque.

La seconda: quella di continuare volutamente ad illudersi (con buona o mala fede poco importa) per “ostentazione”, per amore del lusso o per un serto d’alloro.

Due soluzioni dunque: o smetterla una buona volta con questa pagliacciata o prenderla seriamente  per ciò che è: una pagliacciata appunto. Sono possibili due soli destini: il mutismo sdegnato o il Pubblico intrattenimento?

Adottare o solo sperarne una terza (e cioè fare in modo che nessuno possa accorgersi della nudità del re) produce come frutto ciò che stiamo continuando a fare ormai da decenni: una patetica e ridicola commedia di ipocrisie svelate; un Tartufo che continuasse a svolgersi anche dopo lo smascheramento finale, nei camerini d’autore e da qui nella vita di tutti i giorni.

L’arte che continuiamo a produrre è nel più roseo dei casi un balbettio di epigoni, malati di malinconia: gente che non solo non ha nessuna intenzione di fare a meno dell’aureola di “artista”, ma che non sospetta (in molti casi) neanche la sua fattura di cartone dorato; che è anzi convinta di meritarsela per aver scritto un libro, ricevuto un premio o spalmato di colori una tela,

Pochi arrivano a sospettarlo forse. Ma è più conveniente vendersi ad una industria tanto acquiescente, tanto capace di dar posto a tutto e a tutti quanto altamente menefreghista del destino di ciascuno di questi.

Le loro opere sono meno conseguenti della propaganda commerciale visto che, almeno in quest’ultima, ciò che si vende è chiaramente esposto come prodotto in vendita (e accessibile a tutti).

E’ diventato stupido parlare (anche solo con buon senso e a ragione) in questa marea di artisti e intellettuali pronta ai più incredibili e vaneggianti attacchi. Ormai ogni idiozia può ricevere il marchio di prodotto culturale. Con la formula “Qualunque espressione è arte”, si legittima la più vera affermazione che niente in realtà sia rimasto dell’arte.

Si rimane così combattuti fra la tentazione di uno sdegno aristocratico a mischiare le proprie parole in tanta babelica, retorica auto-esegesi e la rabbia che nessuno si alzi una buona volta dalla propria poltrona col coraggio di ammettere come stanno le cose (come nella confessione di Picasso riportato all’inizio ) a costo di perdere finanziamenti e falsi  elogi.

Nessuno che dica: “Non è più possibile arte o cultura dove non esiste vita, dove tutto è trasformato in merce di scambio, in profitto o perdita; che l’arte è soffocata dal proprio feticismo; che l’ultimo ostacolo rimasto alla cultura per non azzittirsi è quello di prendere sul serio la propria vuotezza.

Un vuoto che serve solo e unicamente a reggere sé stesso e a giustificare l’ingiustizia dominante del tutto.

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Informazioni su Carlo Congia

Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

2 thoughts on “La morte dell’arte e le opere d’urto

  1. […] Riprendo qui il discorso interrotto in un vecchio post che potrete rileggere qui […]

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