La promessa

Deserto-2

La promessa, se promessa ci fu, l’ebbero i nostri padri. Forse. A noi non resta che raccogliere dai loro letti di morte quell’unica sommessa speranza.

V’è fra noi chi vocifera che non sia altro che un sogno da vecchi, che non vi sarà nessuna terra (tantomeno promessa) se non con il diritto del fuoco. E v’è chi lo sta a sentire e presto ne ha il cuore infiammato.

Percorrono allora il nostro popolo dei nervosi brividi. tra le teste canute si scorgono spade ondeggiare, alzate al cielo, e urla che vorrebbero aver davanti qualcuno per proclamarlo nemico.

Si cercano facce di nemici da sputare, braccia con cui intrecciare e provare la propria disillusa speranza, il proprio rabbioso rammarico. Fino a che, ognuno di questi scoppi di rabbia ed impotenza non si cheta lentamente, tra un rigurgito e l’altro: sempre più debole.

Il deserto, il silenzio, con cui il cielo sembra rispondere con scherno tremendo, riassorbe tutto come se una mano passasse sopra una scritta sulla sabbia, cancellandola. 

Nessuno più di noi sa quante lacrime di disperazione occorra ingoiare quando si vuole sfidare il cielo e il deserto. Per questo dunque nessuno quanto noi ama questi due dèi tremendi, le loro secche parole, i loro muti comandi.

I nostri comandanti scompaiono ogni tanto sopra la cima di monte. E allora alcuni di noi (certo i più giovani) ne approfittano per insultare la vigliaccheria in cui siamo caduti: seguire dei vecchi cadenti, senza volere, privi di coraggio, decisione. Ne seguono incidenti. E non potendo più sopportare tanta incertezza, non potendo neppure avere un passato da rimpiangere ecco che molti si gettano nelle braccia del primo dolce sogno che emerge dal cuore.

Ci si fabbrica idoli d’oro (sotto il consiglio di alcuni esaltati) ma si capisce quanto l’idolo non c’entri per niente, come esso sia solo un fantoccio di metallo prezioso. Un idolo può adorarsi con convinzione solo nella tranquilla opulenza d’una città ricca di messi; ma adorarlo in un deserto è possibile solo nella disperazione più cupa, quando si cerca di cancellare il deserto dalla propria anima, dal proprio cuore, dal respiro, dai sogni notturni.

Ma un simile sogno è stroncato sul mascere dalle secche parole del Signore delle sabbie, che richiama all’ordine per bocca dei suoi confidenti.

Così non sono certo in nostri capi a placare il tumulto che li ha spinti a scendere dalla cima in cui dicono di attendere ordini. Nessuna loro parola avrebbe il potere di spezzare la nostra nuova illusione se già questa non fosse già morta nei nostri cuori prima che essi alzino la mano ad ordinare silenzio. Non servirebbe nemmeno le loro ambasciate del dio, perché ha già toccato con la sua mano le nostre coscienze. Già ha penetrato col suo dito fino all’intimo più riposto di noi, già ci ha ammutolito la sua voce come quella di un padre che biasima un figlio per le sue capricciose richieste.

Ci si chiede allora perché si segua questi ed altri capi, perché li si elevi a guide del popolo quando il loro è solo un ruolo scenico. Ci si rimprovera di amarli in maniera smodata, non degna di un uomo.

Si vocifera anche della nostra presunta cupidigia delle ricchezze. Ma solo chi ha trascorso una intera vita in un deserto sa quanto l’oro sia la cosa più inutile: ingombra il cammino, non serve che ad adornare il corpo di qualcuna delle nostre compagne. Ma quale speranza potremo noi dare ad un metallo che non è utile neppure a scavare la sabbia alla ricerca dell’acqua o dell’ombra?

Con quali popoli ci sarebbe possibile scambiarlo per averne profumi o vesti preziose? Forse che lo scambieremo con gli arbusti, gli spino affinché ci diano frutti succosi, da placare la fame e la sete? Potremo forse offrirlo al deserto perché si trasformi in terra di latte e di miele?

Sono le parole dure delle nostre guide ogni volta che scendono quei monti riportando parole di un dio.

“Il dio è molto scontento della vostra impazienza. Non credete più nella promessa che fece ai vostri vecchi. Lo adirate con la vostra stupidaggine da bambini che vogliono anzitempo staccarsi dalle braccia del padre per comandare a sé stessi. Ma un bambino  – dice il signore – cadrà al primo burrato, perderà la propria vita prima di poterla assaggiare”.

A queste parole si chinano le nostre teste. Il cuore pulsa veloce e il silenzio cuce la labbra ancora umide di grida di rabbia. Il gregge torna a restringersi e ciascuno cerca l’appoggio del proprio vicino; i fianchi si accostano come un corpo si accuccia e raggomitola in se stesso aspettando la frusta, la trafittura del giavellotto, la lama della spada.

In questi istanti gli occhi devono apparire smarriti da far tremare lo stesso eterno. Infatti nessun  masso si stacca dal cielo a schiacciarci. Nessuna fessura s’apre fra le sabbie infinite che inghiotta per sempre la nostra arroganza.

Se un giorno ci sarà dato di vedere quella terra che i vecchi ci trasmisero nei sogni, potremo mai dimenticare questi istanti?

Potremmo correre spensierati, un giorno, senza sentir più la presenza del macigno sospeso sulle nostre teste, sui nostri sorrisi, sulle nostre notti d’amore?.

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Informazioni su Carlo Congia

Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

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