Linneo sui generis

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E quando, dal bordo 
di un vecchio copertone 
o di un rugginoso oblò 
di lavatrice, 
fra uno sbiancato flacone 
di ammorbidente e una portiera 
di frigo adatta solo 
a far da piazza alle lumache, 
scorgo un misero e nascosto fiore, 
di quelli negletti dai poeti, 
ai cui piaciono orchidee 
(a somigliare il frutto del peccato 
o cose ancor più invereconde) 
le poche e malandate foglie, 
a crescer nel cafarnao 
di quel suburbio di rifiuti,
solitarie, disutili, orgogliose
tracce di vita che resiste

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Le ZioFavole

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C’era una volta mio Zio Tano…
No, non era solo una volta
C’erano alcune volte mio zio Tano che…
A dire il vero mio Zio Tano c’era tutte le volte.
Mio padre era solito dire anzi, che sarebbe stato meglio che mio Zio Tano ci fosse di meno. Ricordo che usava un’espressione che, a qui tempi essendo io una pulce alta appena alcuni palmi, mi lasciava perplesso.
“Non è il caso – diceva mio padre a mia madre – che Tano si levi una buona volta dai coglioni?”
Invece Zio Tano amava la nostra casa, amava la nostra compagnia e soprattutto amava la cucina di mia madre.
L’unica cosa che non riscuoteva l’amore di Zio Tano era l’officina di mio padre. Ci girava lontano, forse ammorbato dai suoi rumori. Propabilmente la giudicava “prosaica” e indegna di un sentimento poetico.
Perché Zio Tano era un poeta, anche se di un tipo di poesia che non capivo e che mio padre definiva con l’appellattivo di “sto cazzo”.

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Carme in loden del futuro che ci attende

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E senza fine andrò

per scavi e cantieri comunali

a dare consulenze alle maestranze

giovani inesperti cossovari.

.

E senza fine andrò

per bartabacchi e sale bingo

a guadagnar fagioli

sperando che la tombola

mi faccia Creso col 31 o il 58

.

E senza fine andrò

per bar e circoli sociali

cornetto in mano

a insegnar le regole del mondo

inascoltato, o a minacciare

apocalissi per la Patria

finchè non si decida

ad assumermi almeno

come Coriolano co.co.pro.

.

E intanto la sera trascolora

e in casa m’attende

il grande gioco dei pacchetti

Tanto lo so che il premio

sta sempre dentro il 13: BASILICATA.

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La scala

Scala

 

Una scala che non porta a nessun piano. Una scala infinita, senza pianerottoli, senza indicazioni. In cui risuonano i nostri passi. Secchi come foglie che cadono.

Una scala in cui è indifferente scendere o salire. In cui gli stessi concetti di “scendere” e “salire” sembrano concetti infantili

 

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