Costellazioni

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Sono gli stessi gli anni
Sotto il rauco cigolare
Delle stelle e dei pianeti
 
Sono gli stessi i giorni
E la dorata polpa
Del vecchio insonne in esplosione
Fermo con muta ostinatezza
In questa sconfinata
E polverosa steppa siderale.
 
Sono le stesse le ore
Che ci videro qui
Il viso rivolto a tutto questo
Le mani sudate, pietosamente
Piantate nelle tasche
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Retroguardie

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L’unica chance rimasta all’arte per farsi sentire nella storia dell’Occidente è stata l’avanguardia.
Il suo scopo: prendere a calci in faccia il pubblico conservava ancora un senso fin quando il pubblico aveva i suoi (per quanto retrivi) gusti e nel quale  – sulla base di questi gusti – giudicava degno o non degno un’artista. Quando ancora il pubblico aveva parti delicate da preservare e che potevano essere solleticate da un fastidioso prurito.
Ora invece, ad un artista che voglia mantenere un minimo di coscienza intellettuale, viene a mancare anche quest’ultima chance: lo applaudirebbero.
Già il solo fatto di usare la “violenza” (verbale, ottica o acustica) necessaria alla poetica di ciascuna avanguardia, con la sicurezza che questa verrà supinamente assorbita come un pugno su una massa di lana, blocca e reprime qualunque velleità d’urto ad un’arte che voglia ancora parlare e prendersi sul serio.
L’avanguardia ha, in sostanza, un suo senso quando e soltanto vi è da parte dell’uditorio un tabù da distruggere, un atteggiamento gretto da controbattere, una contro-estetica da demolire.
Senza contare inoltre che l’artista che vi si provasse avrebbe in sovrappiù da sopportare la cattiva coscienza di aggiungere qualcosa di brutto, piaga inavvertita su altre già procurate, sulla carne viva dello spirito di un pubblico e presenti in modo reale fuori del museo, della pagina scritta, o dell’auditorium.
Una violenza che perda anche la speranza di poter essere recepita in quanto tale perde anche la speranza di essere terapeutica per diventare infine il crudo simbolo di ciò che intendeva combattere: la disumanizzazione imperante.
In che modo infierire ancora su di un individuo che si è precluso ogni apertura verso l’esterno? Con quale coraggio aggiungere le proprie bastonate a quelle di un sistema che attende, calmo, dietro e dopo ogni applauso per infierire crudelmente sulla vita del pubblico ? Cosa è rimasto per rendere un muro cosciente del proprio stato di muro?
Ecco allora sorgere la falsa pietà da parte di finti artisti. Un patteggiamento inglorioso che li smaschera autodenunciandoli. “Il pubblico – dicono costoro – è fin troppo cosciente della condizione disumana della propria vita quotidiana. Non chiede altro che una carezza che lo conforti a tirare avanti. Chiede un piccolo spazio in cui poter liberamente respirare. Vuole insomma DIVERTIRSI, intelligentemente o no, conta poco”.
Così, con questa bandiera di “Sarà quel che sarà”, di finta bonarietà, la cultura odierna ratifica, oltre che la sua, la dannazione del pubblico ma anche la sua crudeltà. La crudeltà, per quanto si dica, scusabile dall’ignoranza).
Qualunque opera, per quanto insignificante possa essere pretende di riflettere , pur nella propria limitazione, il tutto.
Alla base del divertimento – dice un filosofo – c’è un sentimento di impotenza, è la fuga dall’ultima velleità di resistenza che la “realtà” può ancora aver lasciato sopravvivere negli individui”
Che un artista qualunque adotti e giustifichi persino il divertimento come scopo cosciente delle produzione artistica non vuole quindi significare altro che la sua intenzione a perpetuare il sentimento d’impotenza o – ancora peggio – scusare con buone ragioni e magnificare l’ingiustizia imperante.
Ecco dunque che l’opera d’arte diventa da opera d’urto nient’altro che il latrato dei mastini che proteggono la residenza del padrone.
La nostra cultura è così diventata il boia contento nell’adempimento del proprio “lavoro” di allietare gli ultimi istanti del giustiziando con una barzelletta (magari avente per oggetto persino le disavventure di un boia malaccorto).
 Ormai il pubblico si limita a comprare, tacere e applaudire. Pur con la cattiva coscienza di “non capire” in fondo il significato profondo dell’avanguardia e di qualunque arte che non rispecchi vecchi stilemi figurativi.
E se anche un fortuito e sopravissuto stimolo a mandare tutto al diavolo (artista e contenuto), fracassare lo schermo o sputare sul direttore d’orchestra che compuntamente (e con l’ironia dello smoking di ordinanza) interpreta un atonale, se anche un tale stimolo insorgesse in qualcuno della platea, verrebbe subito tacitato dall’ipocrisia e dall’idiozia dell’impellicciata e soddisfatta platea borghese. Persino l’individuo stesso proverebbe in sé i sensi di colpa della propria “incapacità” a capire l’arte. Invece è il solo che ha capito, che ha presentito, specchiandosi nella disarmonia dell’opera, la propria “deformità”. Il suo alzarsi è dettato dal terrore di sentirsi l’unico sopravvissuto in incognito in un mondo di zoombies.

Metafore

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Nel considerare l’amore (o quello che i più chiamano amore) esistono tre tipi di uomini e donne.
Costoro sono simili ad un gruppo di persone convinte di poter scavare un buco fino ad attraversare la terra, da parte a parte, senza trovare mai roccia.
I primi, una volta trovata questa roccia continuano testardi a scavare credendo sia ancora terra fragile e molle finchè non rompono il piccone o la pala da scavo.
I secondi credono invece che scavando una nuova buca qualche metro più in là non troveranno questa volta ostacolo alcuno. (insomma è questione di culo).
I terzi infine, trovata la roccia piangono la loro fatica sprecata ma sono andati così in fondo che non riescono più ad uscire dal fosso.
Solo pochi sono coscienti che troveranno la roccia e quando hanno imparato ad accettarla hanno desiderio di conoscere se sia oro o massiccio granito.
Sono i soli ad amare nell’unico modo concesso ad un uomo.
 
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La poesia è morta

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E’ mio grande onore mettere a disposizione dei miei lettori un libro introvabile e imperdibile. Specie per coloro che vogliano fare il punto sulla poesia del nuovo millennio. La presente raccolta, curata dal Prof. de Mongoleau, rappresenta il testo che diverrà sicuramente un classico.
Il libro è scaricabile gratuitamente schiacciano il coso che usate per i collegamenti

esattamente In questo link:

Metafore

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E’ come se, ormai canuti Tesei, ci trascinassimo sul labirinto, e come filo non s’avesse a disposizione quello di una vergine cretese  (da tempo ormai Arianna è solo polvere) ma spargessimo, sugli azzurri mosaici, pezzi di noi stessi (quà i pochi capelli rimasti, poco più avanti un dente, un ricordo, un grado di vista).
Ridicoli Pollicini. Forse quando e se ci troveremo curvi, a cospetto del Minotauro, potremmo ucciderlo solo con la pietà della nostra vista di eroi in ritardo
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Mare notturno

MareNotturno

Quando il mondo
era ancora il mondo
e i sorrisi non erano
di rilucente plastica
 
Quando avevamo
seppur precaria e misera
una vita da sprecare
in atti non funzionali
 
Quando eravamo
ancora un lucido frammento
di questo immenso
fluire eracliteo del niente
 
Ricordo che ci parlammo
e sento ancora nella gola
il miele di quelle poche frasi
e le risate che cucivano la notte
mentre, basso, un mare
quieto faceva contrappunto.
 
E il dirlo è spina nella carne.
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