La metafisica semiotica

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Riporto un brano trovato per caso nel quaderno che mio padre diceva di aver ricevuto a sua volta da mio nonno, il celebre logico iknozio Gianbattista Beckembauer.

Viste le scarse notizie concernenti la sua gigantesca opera filosofica, di cui, che io sappia non sono rimasti che i brandelli, spero di fare cosa gradita agli studiosi Backembaueriani, rendendoli partecipi di questo scritto sicuramente autentico. Sullo stesso quaderno ci sono infatti molte altre cose, anche se non strettamente attinenti alla logica: tabelline del 9, schemi per il totocalcio e una serie di disegnini osceni, di sicura mano autografa.

Il brano, mi diceva mio padre, fu scritto prima del definitivo ricovero in ospedale psichiatrico del nonno, in occasione di un presunto convegno sulla struttura metafisa della logica non euclidea cui diceva di essere stato invitato come relatore.

“Molti tra i nostri migliori scienziati  e specialisti sono oggi qui riuniti con un lodevole e saggio intento: quello di dipanare la matassa sull’annosa questione della logica non euclidea. Colpisce infatti a prima vista la struttura complessiva della situazione odierna, anche se a me sembra un capolavoro di chiarezza.

Vado a spiegarmi più estesamente: se le unità sintattiche ultime fossero esclusivamente di tipo “Pseudo superiore”, ci sarebbe ben poco da obiettare a colui che ipoteticamente sostenesse che il linguaggio, e con esso la logica, sono di per sé indefinibili. Avremmo pagato cioè a caro prezzo la reversibilità di linguaggio, logica e pensiero.

Eppure, per quale ragione avviene invece che le unità “eidetiche” elementari (frasi come “Scusi, ha da accendere?”, “Smettila di frugarti il naso” oppure le più note interiezioni quali per esempio: “Capperi!”) formino spesso degli aggregati di unità di grado inferiore (tipo “Ma che cazzo…”),ognuna delle quali rappresenta una propria unità-eidos, cosiché il progredire del filo logico si renda quanto mai problematico? Non è dunque possibile, miei cari colleghi,  spezzare questo arbitrio logico veramente frustrante e inconcludente dal punto di vista filologico? Perché mai nella logica non compaiono termini aleatori quali “uff”, “etciù”, “edddaiiiiii”?

Non dovrebbe la logica seguire la vita e il parlare comune? Ecco dunque la necessità di nuovi aggregati logici. Basta con i vetusti “quindi”, “Perciò”, “se”, “poiché”, “e allora”. Sono termini lontani dal parlare comune ma ancor più dalla rivoluzione aperta dalla logica non euclidea. I nuovi meta- aggregatori saranno dunque “Dopoquantochè”, “Forsechè”, “Fintantodove”, “Alquantamente”, “eviadicendone”, etc, etc.

Questo sarà dunque il perno archimedico tanto agognato e sognato da noi logici, queste saranno le nostre nuove armi, i nostri nuovi e lucenti ferri del mestiere. Sono essi insomma quelle auspicate unità-eidos mancanti e che certo non sono reversibili, a meno che non si voglia intendere per reversibile un bucato fatto con 2 detersivi al posto di uno

(a questa battuta fare una pausa per consentire le risate)

Non è tuttavia ancora accertato se tali termini possano venire utilizzati al di là dei limiti imposti loro dal loro stesso significato. Obiezione quest’ultima facilmente controbbattibile. Infatti chi e quando ha dato loro un significato logico preciso? Anzi, la loro stessa creazione rifugge il termine di significato preciso (e quindi limitato) di modo che un “dondechè” o un “quandanche” può essere di volta in volta dubitativo e affermativo a seconda di fattori esterni che non sto qui ad elencare, ma che potrebbero essere per esempio:

  • se l’espressione che li contiene è pronunciata da un panettiere incazzato perché è stato licenziato:
  • se si tratta di un diverbio fra un’unità cinofila e un clandestino in fuga.
  • se viene pronunciata da testimoni oculari di fronte ad un altare qualunque

Questi ovviamente non sono che esempi banali e limitati. Presi solo a scopo di divulgazione e che in genere rifuggono dalle opere di logica pura. Voglio dire: l’importante riguardo tali affermazioni e che esse siano state create soltanto dalla possibilità di riuscire a sostenerle in quanto logiche e coerenti.

Ma, mi chiederete giunti a questo punto: “Una possibilità non è di per sé già segno di pre-formazione (almeno intendendo con questo termine quello traslato dalla molecologia degli organismi batterici)? Non rischia di rompere la ferrea conseguenza?”. Ci sarebbe dunque una reversione-attrazione in grado di impedirne gli effetti logici che consenta per esempio, dato un punto A nello spazio, in prossimità di un bivio logico guardato a vista da un sintagma semaforico alternato, di consentire ad un punto B, proveniente dallo spazio sinistro, di avere la precedenza logica ignorando le vecchie leggi  che stabiliscono che se A e B non sono simili, il più piccolo rischia seri guai?

Ovvio che un punto B (che sia nel contempo in movimento, e quindi simile a un punto nominale di fuga prospettica onde far perdere ogni sua traccia semiotica avendo prelevato da A il significato in euro del sintagma stesso) non potrà mai tendere all’infinito. Per il paradosso di Zenone infatti il pièveloce Achille non raggiungerà mai la tartaruga, per quanti carburatori aggiunga al prorio motocross.

Dunque, attraverso un pauroso circolo vizioso (potendosi con questo affermare ogni luogo logico di abbaldraccamento a fin di lucro) si arriva alla questione delle questioni:

Essere o non essere?
Io o non-io?
Inconsco o super-io?
Noumeno o fenomeno?
Essere o divenire?
Sostanza o accidente?
Ragione o sentimento?
Delitto o castigo?
Pasta o Fagioli?
Ric o Gian?

Questi i veri dilemmi a cui siamo pregati di dare una risposta all’umanità implorante. Ma soprattutto alla questione regina: “Perché esiste tutto questo e non il nulla?”

Pensarlo, giustamente, ci atterrisce., specialmente quando scordiamo di avere un conto aperto al lavasecco. Che tutto dunque, non sia altro che un sogno? e in questo caso, fatto da chi? L’uomo si pone delle domande. Vi saranno mai delle soluzioni a queste domande? Potrà egli trovarle nel prossimo numero della Settimana Enigmistica?

Ahimè, chi spera in quest’ultima possibilità può preparare in anticipo l’olio in cui dovrà friggere sé stesso. Perché questi sono gli angosciosi e perenni interrogativi che l’uomo (uno qualunque purche sano di mente) si è posto fin dalla notte dei tempi, quando ancora non c’era l’illuminazione dei tempi e la conseguente bolletta dei tempi.

Che ci sia qualcosa nell’aldila?”

Questo è il messaggio che ci hanno lasciato le generazioni passate.  E se noi fermassimo il nostro pensiero conscio nella più intima fibra dell’intimo di noi stessi (oltre la lingerie psicologica) cosa scorgeremmo?

Stracci, copertoni bucati di camions, 3 o 4 parafulmini arruginiti, un albero del pane, offerte scadute, frasi inservibili tipo “te lo dicevo io”, vecchie fotografie di scuola con noi che ci frughiamo il naso alla ricerca dei tesori perduti, e cessi occupati, cessi…. cessi a perdita d’oculista.

E’ forse questo vivere?

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Informazioni su Carlo Congia

Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

2 thoughts on “La metafisica semiotica

  1. è forse questo vivere? be’, non lo sappiamo, ma di sicuro qui alla scuola elementare attilio regolo i ragazzini si sono divertiti molto a leggere.

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