La rivelazione

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«Ciao – disse una voce nel buio – sono Assurdanipal, il tuo non-dio. Mi senti?»
Ed ecco che mi alzai e cercai di accendere la mia radiosveglia. Ma ecco che la radiosveglia non c’era. Al suo posto la mia mano affondo nel folto di una pelliccia.
Ritrassi la mano da quell’oggetto (sicuramente impuro) e pensai dentro di me: “Ecco il mio Signore mi chiama e io non ho neanche una canzone dei Pooh per riceverlo degnamente”.
«Presta il tuo orecchio alle mie parole. Devo parlarti» risuonò di nuovo la voce. «E accendi qualcosa che ho già sbattuto i miei diti sui piedi del tuo letto.»
Accesi la luce e non vidi niente.
«Cosa ti aspettavi di vedere?» Mi chiese la voce «Forse Giorgio Mastrota? Sono un non-dio, mica un rivenditore di pentole.»

«Scusami Assurd, ma non mi è mai capitato di essere svegliato da un dio, figurati se so cosa è un non-dio. Ti dispiacerebbe chiarirmi il concetto mentre mi rivesto?»
«Semplice. Hai presente un accendino?»
«Quello per le sigarette, dici?»
«Un non-dio è il contrario di un dio. Un A-dio.»
«Hmm, già. Beh l’importante è che non sia un tipo pericoloso, non è che hai brutte intenzioni?»
«A dire il vero, non esistendo, non posso avere neanche intenzioni, figurati poi brutte. Comunque vai a lavarti i denti e sopratutto le orecchie che devo parlarti. Non sono solito lasciare le mie parole su orecchie unte di cerume.»

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Lete

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Vennero aurore e profumavano
dietro le ciglia assonnate dei cieli.
Cupole laminate di ansie
coprirono il campo visivo
e nuvole immense,
gonfie come giovani madri,
erano appese per aria e stipate
di quello che restava dei sogni
 
Giunsero splendide ancelle a consolarci
e ci videro tristi.
Cupe salite nel cuore.
Perché infine il sonno non giunse
e i nostri passi arrivarono
alle sponde del nostro Lete fangoso.
 
E noi stessi n’eravamo il pedaggio
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In lode a Samuel Beckett

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Per leggere certe opere occorre coraggio. E’ come uscire in piena tempesta, col pericolo di essere inceneriti da qualche fulmine. Il testo è senza ripari, simile ad una landa deserta e infinita sotto un cielo cupo e senza il minimo dio da pregare. Ci vuole un coraggio simile a quello degli animali selvatici, dei primi uomini nudi e disarmati. Ci vuole disperazione. Ci vuole temerarietà per spogliarsi di tutte quelle penose certezze che, simili agli abiti, ci ricordano l’assurdo teatro delle società.

Questo è quanto si prova entrando nei testi di Beckett.

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