Democrito

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Siamo zuppe di atomi
frammiste al vuoto intersiziale.
E ad un certo punto
a questi atomi urge qualcosa
come la ferrea nostalgia di una Legge.

Ed eccoci allora a respirare una rosa

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Piangimi piano

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G. Durè – Illustrazioni fiabe

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Se mai dovessi piangermi
un giorno,
piangimi piano.
 
Piangimi piano,
se proprio devi,
e sarò il sole
che scalda le gote
ed i sogni a primavera,
quando stanca dei frenetici passi
ti fermerai tra i rami
del leccio vecchio.
 
Piangimi piano,
se proprio devi,
e sarò la risacca
che rinfresca i  piedi
ed i pensieri nelle sere d’estate,
quando richiamata da un sospiro
contemplerai il mare
gravido di luna.
 
Piangimi piano,
se proprio devi
e lascia che lentamente,
io possa adagiarmi nell’eterno.
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(M. Iodice, “Come neve da un cielo d’inverno”)

Il palazzo dei desideri incrociati

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Ex libris – Endre Vadász (1901-44)

Girato l’angolo, i passi si impigliano negli occhi di un bambino. Fermo sul marciapiede guarda una vetrina. Ho paura che si accorga del mio sguardo, del mio sorriso. Vorrei anch’io avere quegli occhi che cercano il paradiso dietro dei miseri vetri. Vivere guardando una vetrina come fa lui. E guardare con i suoi occhi il mondo che mi sfiora, sicuro, impassibile, ormai privo di fascino.
Mi accorgo invece, in questa città, di essere nient’altro che dei passi che camminano, delle scarpe che credono di sapere dove vanno senza mai arrivare in alcun posto. Perché non esiste nessun posto se non intravisto dietro una vetrina con gli occhi di quel bambino. Occorrerebbe indossare scarpe di bambino per capirlo.
Continuo a guardarmi intorno. Perché continuo a guardarmi intorno? Perché continuo a ficcarmi le mani in tasca pur sapendo di non trovarmi niente?