Fantocci

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Vorremmo gridare

ma ci fecero privi di labbra,

privi di bocca.

Vorremmo alzarci

ma non ci fecero i piedi.

Vorremmo piangere

ma ci cucirono gli occhi con raffia.

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L’illuminazione

 

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David Ligare – Paesaggio con cavallo (1990)

“Dicesi entropia

Ma poi alla fine

Potremmo chiamarlo anche minestrone

Cupola, mannazzo, finis terre

Albedo o virginal pensiero

Di un dio analfabeta

 

In quanto il dicesi

Non muta la sostanza

(ammesso che vi sia sostanza

In questo gran balletto d’elettroni)

O non sia appena sogno shakespeariano

Ossessione notturna

Di chissà quale Zeus o Buddha”

 

Questo fu il lampo

Imprevisto nella notte

Che svegliò il Signor Tizio

La bocca riarsa come fornace

Il petto come schiacciato

E ci pesasse sopra l’Himalaya.

 

La parca cena sullo stomaco

Come un antico castigo prometeico

Per aver rubato

Un’idiotissima scintilla

Di coscienza.

Il Signor Tizio medita (ovvero Musica per androidi)

Robot-USB

In cima a vetusto scoglio

Che guarda calmo

I titoli di coda dell’Universo

Quieto come un inutile assioma

Il Signor Tizio pensa all’algebra.

 

Non che sappia

La differenza fra più e meno

O cosa s’intenda per numero

E’ la parola algebra ad aver per lui

Un fascino, come il richiamo

Di una melodia dimenticata.

 

Come ricordare due occhi

del color del mare

E dei capelli increspati dal sole

Lontani millenni di eoni

Come riavere il dono del respiro

E del battito del cuore.

.

Sta fermo il Signor Tizio

Fermo come uno zero

A nulla varrebbe, del resto

Andare in qualche posto

Perché non ci sono più posti

Ed anche andare

Sarebbe puerile quanto

Un tempo lo fu l’algebra.

 

Chiamare dunque pensiero

Ciò che s’agita nelle viscere

Del mite Signor Tizio

Sarebbe quasi un fargli torto.

Lo stesso dicasi di parole

Vecchie e superate

Come rimpianto, nostalgia

Ricordo…

 

Giona parte per Tarsis

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.

Secondo alcuni

aprire una porta

non richiederebbe coraggio.

.

Costoro preferiscono spazi aperti

e nostalgie non troppo gonfiate.

Emigrano dove sanno di trovare

poca o nessuna libertà di ricordo.

.

Ma è un emigrare per fuga:

scappano infatti dalla più piccola

briciola di compassione per sé stessi.

.

A volte hanno occhi cerulei

sottocutanei,

ma li adoperano male

credendoli orecchie del cuore.

Li si riconosce dal modo con cui

salgono le scalette

di una nave che parte.

.

Guardano in giù

con la speranza di cadere nel mare

e rimbalzarvi

come su un soffice materasso.

.

Altre volte, più scaltri,

lo immaginano

una feroce balena

.

Alea

hakob25

Strappami l’anima

Questa spina incarnata

Che incancrena l’essenza

E rendimi ciottolo

Rottame vomitato dal mare

Muro diroccato

Affioramento tufaceo

sul bordo di un campo

in cui giovani spighe maturano.

 

Toglimi il dolo

Dammi il saggio silenzio

Degli elettroni

Chini nella loro umile giostra

Materna, ineffabile

Commoventemente decisa.

 

Toglimi infine

Dalla cupa minaccia del caso

Non abbia le unghie del caos

Infitte nella mia debole

inutile vita

.

Icaro

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Dall’alto della rupe
Per l’ultima volta Icaro
Guardava il frangersi delle onde
Sotto di lui
Imperlare la sabbia rosata

Un’ala s’inframezzava
(Una delle sue ridicole ali)
Perché potesse scorgere
L’alto orizzonte del mare

Una piuma fremeva leggera
Al respiro di un quieto maestrale
Ancora un ultimo fiato
Mosse un filo d’erba
E un piccolo rivo rosso
Sotto l’occhio prese a scorrere
Macchiando il granito

Poi si rapprese
Divenendo nero serpente.