Diogenes

Bastein-Lepage_Diogenes
.
Se qui è rimasto ancora un uomo
Fatemi udire ancora la sua voce
Perché sento solo il silenzio.
 
Fatemi udire ancora
Per un’ultima volta
Come freme il suo cuore.
 
Se qui è rimasto ancora un mondo
Che ancora risenta il profumo dei fiori
Che i miei occhi lo contemplino
Al posto di questo deserto di cenere.
 
Prima che si spenga la luce
Prima che un ultimo addio
Verghi la parola FINE
Nello stupido, eterno
Almanacco del Caos


 

Detti dei poeti digitali periferici

Immagine

La setta dei poeti digitali si riuniva in un baretto di periferia, in mezzo a vecchiette perennemente intente a grattare pezzi di carta e malinconici operai in cassa integrazione. Si riunivano in genere la sera, durante le partite di Premiere League. Nando Limortazz, allora, recitava al basito pubblico il suo poema rotativo “Anvedi Ahò” proprio sul finire della partita. I poeti digitali facevano questi exploits, per ecraser l’infame, che a loro avviso si concretava nel subdolo popolino idiota.
La performance si concludeva, il più delle volte, con una enorme scazzottata poetica nella quale i poeti digitali avevano sempre la peggio: “Si, sa, diceva Pino Marx (pseudonimo del poesta Marcello Marcelli), il potere te lo mette sempre di dietro”.
E spostavano la performance nei marciapiedi di fronte alla stazione.

*

Facevano parte dell’elite letteraria dei poeti digitali periferici:
Nando Limortazz (capo riconosciuto per la sua padronanza dell’endecasillabo e del giambo apotropaico)
Pino Marx (che prediligeva la poesia civile ma con un occhio di riguardo – visto che ne aveva solo uno, avendo perso il secondo in un incidente con la moto – anche per la poesia incivile
Gennaro Maiacoschi (in anagrafe Piero Persichetti) autore indiscusso del romanzo “ma vedi d’annattene” scritto interamente su un iPad guasto col pennarello.
Mimmo de Mimmis (in arte Poetazzo) fautore della poesia batmanica nonchè del poema “Ciccio, nun scassà” dedicato a Nonna Papera.

*

I poeti digitali affermavano che non c’era poeta più grande di Bruno Vespa. Ma non in quello che diceva, bensì nelle slinguazzate che offriva ai suoi ospiti (specie a quelli di potere). Le ritenevano il massimo che lo spirito umano avesse prodotto in fatto di poesia civile.

*

Non era facile essere ammessi nel Club riservato dei Poeti digitali di periferia. Occorreva essere giudicati tramite un test (che in genere veniva svolto da Pedro Olivares de Oliva (all’anagrafe Tonio Zuddas di Belvì). L’esame constava in due distinte prove: quella pratica consisteva nel riuscire a rubare un libro da un supermercato. Fin qui non difficile direte voi. Solo che il punteggio non veniva dato dalla riuscita del furto, ma dalla qualità del libro rubato. Un libro di poeti sudamericani moderni era per esempio un buon punteggio (ma andatelo a trovare voi un libro simile in un supermarket).
La prova scritta consisteva invece nel produrre una poesia da un articolo preso a caso da un quotidiano (in genere si prediligeva gli annunci mortuari o quelli dichiaratamente rivolti a prestazioni licenziose da parte di sedicenti amanti della manicure.

*

I Poeti digitali di periferia sostenevano che era possibile coniugare la poesia di Catullo (di cui tra l’altro conoscevano solo il nome) con l’avanguardia. Anche dell’avanguardia sapevano poco, ma piaceva loro la parola e la frammezzavano ovunque. Tipo: “Guarda il culo di quella tipa, secondo te non è d’avanguardia?”

La fine del Mondo

Immagine

Era l’anno in cui finirono gli anni,

il giorno in cui cessò

la cantilena noiosa dei giorni

e gli amori dei nostri ragazzi sui prati.

La catena di montaggio

dei nostri peccati scricchiolò

lugubremente. Poi tutto cedette

definitivamente nel vuoto silenzio.

 

Il mondo si fermò

insieme al rumore del vento

Nessuno stormire di foglie

Solo nubi incagliate nel cielo.

 

Ed alle spalle la coscienza

Di qualcosa di enorme

Pieno di ali e di ansia.

La notte, intanto, marmellata di buio

Posata sugli embrici dei cascinali

Impigliata in antenne

E sui fili dell’alta tensione.

 Suonava dentro le trombe del cielo

un infernale silenzio.

.

Tu ed io, con pacate parole

passeggiavamo sul ciglio del Nulla

discorrendo di fili da stendere

e di bollette scadute.

 

 

POESIA D’AMMORE DI BOSNIA

 

Immagine

Vita no molto belo perché se tu triste

Che tipo no prende tuo cellulare

Per fare semesse al tuo ammore.

.

Vita no molto belo perche non libero

Di andare bar di amici a fumare

E bestemmiare di rigore

Che non cera manco un cazo.

.

Vita no molto belo perché tu lavoro

Nel camion che guidi co bela musica

E ciai cassetta che si incastra

Prima di strofo di claudio bagliono.

.

Vita no molto belo perhè uomo con paletta

Ferma e chiede documento

Di merluzzo ghiacciato del camion.

E allora scendi e fai vedere a lui.

E lui dice allora “occhei per questa volta

ma prossima socazzi”

 

(Zoltan Tir Sorpassovic, “Vita no molto belo”)

La miglior banda

Immagine

Se dovessi rapinare la banca più sorvegliata d’Europa e potessi scegliere liberamente i miei compagni di malefatte, sceglierei senza dubbio un gruppo di cinque poeti. Cinque poeti veri, apollinei o dionisiaci, non importa, ma veri, vale a dire con un destino da poeti e una vita da poeti. Nessuno al mondo è più coraggioso di loro. Nessuno al mondo sa affrontare il disastro con più dignità e lucidità. Sono dei deboli, all’apparenza, lettori di Guido Cavalcanti e Arnaut Daniel, lettori del disertore Archiloco che attraversò un campo d’ossa, e lavorano nel vuoto della parola, come astronauti perduti su pianeti senza via di scampo, in un deserto dove non ci sono lettori né editori, solo costruzioni verbali o canzoni idiote cantate non da uomini ma da fantasmi. Nella categoria degli scrittori, sono il gioiello più grande e meno ricercato. Quando un ragazzo di sedici o diciassette armi dà di matto e decide di voler fare il poeta, è il disastro familiare assicurato. Ebreo omosessuale, mezzo negro, mezzo bolscevico, la Siberia del suo esilio copre d’obbrobrio anche la sua famiglia: i lettori di Baudelaire non hanno vita facile alle scuole superiori, né con i compagni di classe né tanto meno con gli insegnanti. La loro fragilità, però, è ingannevole. E anche il loro umore e le manifestazioni capricciose del loro amore. Dietro queste ombre vaghe si celano forse i tipi più duri del mondo e di sicuro i più coraggiosi. Non per nulla discendono da Orfeo, che scandiva il ritmo di voga degli Argonauti e che scese negli inferi e ne venne fuori, meno vivo di prima, ma pur sempre vivo. Se dovessi rapinare la banca più sorvegliata d’America, nella mia banda vorrei solo poeti. La rapina si concluderebbe in modo disastroso, probabilmente, ma sarebbe bellissima.

 

Roberto Bolaño