Detti dei poeti digitali periferici

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La setta dei poeti digitali si riuniva in un baretto di periferia, in mezzo a vecchiette perennemente intente a grattare pezzi di carta e malinconici operai in cassa integrazione. Si riunivano in genere la sera, durante le partite di Premiere League. Nando Limortazz, allora, recitava al basito pubblico il suo poema rotativo “Anvedi Ahò” proprio sul finire della partita. I poeti digitali facevano questi exploits, per ecraser l’infame, che a loro avviso si concretava nel subdolo popolino idiota.
La performance si concludeva, il più delle volte, con una enorme scazzottata poetica nella quale i poeti digitali avevano sempre la peggio: “Si, sa, diceva Pino Marx (pseudonimo del poesta Marcello Marcelli), il potere te lo mette sempre di dietro”.
E spostavano la performance nei marciapiedi di fronte alla stazione.

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Facevano parte dell’elite letteraria dei poeti digitali periferici:
Nando Limortazz (capo riconosciuto per la sua padronanza dell’endecasillabo e del giambo apotropaico)
Pino Marx (che prediligeva la poesia civile ma con un occhio di riguardo – visto che ne aveva solo uno, avendo perso il secondo in un incidente con la moto – anche per la poesia incivile
Gennaro Maiacoschi (in anagrafe Piero Persichetti) autore indiscusso del romanzo “ma vedi d’annattene” scritto interamente su un iPad guasto col pennarello.
Mimmo de Mimmis (in arte Poetazzo) fautore della poesia batmanica nonchè del poema “Ciccio, nun scassà” dedicato a Nonna Papera.

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I poeti digitali affermavano che non c’era poeta più grande di Bruno Vespa. Ma non in quello che diceva, bensì nelle slinguazzate che offriva ai suoi ospiti (specie a quelli di potere). Le ritenevano il massimo che lo spirito umano avesse prodotto in fatto di poesia civile.

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Non era facile essere ammessi nel Club riservato dei Poeti digitali di periferia. Occorreva essere giudicati tramite un test (che in genere veniva svolto da Pedro Olivares de Oliva (all’anagrafe Tonio Zuddas di Belvì). L’esame constava in due distinte prove: quella pratica consisteva nel riuscire a rubare un libro da un supermercato. Fin qui non difficile direte voi. Solo che il punteggio non veniva dato dalla riuscita del furto, ma dalla qualità del libro rubato. Un libro di poeti sudamericani moderni era per esempio un buon punteggio (ma andatelo a trovare voi un libro simile in un supermarket).
La prova scritta consisteva invece nel produrre una poesia da un articolo preso a caso da un quotidiano (in genere si prediligeva gli annunci mortuari o quelli dichiaratamente rivolti a prestazioni licenziose da parte di sedicenti amanti della manicure.

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I Poeti digitali di periferia sostenevano che era possibile coniugare la poesia di Catullo (di cui tra l’altro conoscevano solo il nome) con l’avanguardia. Anche dell’avanguardia sapevano poco, ma piaceva loro la parola e la frammezzavano ovunque. Tipo: “Guarda il culo di quella tipa, secondo te non è d’avanguardia?”

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Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

5 thoughts on “Detti dei poeti digitali periferici

  1. poetella ha detto:

    manco una femmina tra i poeti digitali? Ché lei avrebbe notato anche…altro. O no? parlando di…avan guardia.

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  2. Simon James Terzo ha detto:

    Davvero molto bello. Divertente, acuto. Domani dovendo già andare al supermercato… 🙂

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  3. tramedipensieri ha detto:

    Simpaticissimo!

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  4. Carlo Congia ha detto:

    Verissimo. Vedo di rimediare con le prossime avventure 🙂

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