Vita e detti del filosofo Fottide da Mileto

Fottide

Nota dell’editore

È con vero piacere e giusto orgoglio che presentiamo al pubblico italiano il primo volume della serie “Il pensiero dimenticato” dedicata alla mastodontica figura del filosofo greco Fottide da Mileto.
La collana si pone l’impervio obiettivo di ridare voce alle culture negate, alle voci del deserto, ai distributori di fustini ideologici, alle inascoltate grida degli emarginati e dei rappresentanti di commercio del contro-pensiero.
Non potevamo dunque che partire con Fottide e la sua Misosofia, l’antipensiero greco nella sua massima espressione, l’unico sistema che, per Hegel che considerva Fottide come un estraterrestre non soggetto a nessuna delle leggi di logica, appariva il punto di partenza della conoscenza umana.
La collana proseguirà con una monografia dedicata al taoismo tantrico-totocalcistico-illogico cinese con la figura, non meno maestosa, del grande Maestro Tzè Pfui, vissuto nel IV secono A.C.

Il libro in versione ebook è preordinabile nel sito Amazon.it con uscita il 15 settembre in anteprima mondiale

Volevo rendere partecipi tutti i miei pochi lettori di questo evento imperdibile.
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Storia dei movimenti artistici d’avanguardia dimenticati: Il Bugiardismo

È una corrente letteraria fondata dal fratello scemo di Ignacio Tormiento, Avendrace ed altri accoliti fra i quali si annoverano Ravvedio Quandomai e Evanesio Ambigui. Il movimento si proponeva di sottolineare la natura ambigua e multiforme della realtà utilizzando tecniche narrative rivoluzionarie e arditi artifici stilistici.
Esistono diverse sottocorrenti del movimento caratterizzati dall’impiego prevalente di una o l’altra tecnica narrativa. I Borgesisti pubblicavano copie identiche di opere scritte da autori famosi, tranne che per un particolare che ne alterava in modo impercettibile il senso complessivo. Famoso è il volume “I promessi coniugi” di Alfonso Finto e la “divina comandita” di “Abelandro Evasi”. Ad essi si opposero i seguaci dello scompaginismo il cui segno distintivo era di copiare le medesime opere ma di invertire l’ordine della trama dalla fine all’inizio o trasportando al centro dell’opera ció che originariamente stava all’inizio o alla fine e viceversa.
La corrente più estrema, nel tentativo di proiettare il lettore in una esperienza letteraria innovativa ed estrema, proponevano opere nelle quali veniva invertito l’ordine delle lettere che compongono le parole. Famoso è il volume “Isrev ad ereggel la oirartnoc ” di Avendrace Tormiento e “Oznamor elibiggelli” di Pinocchio da Mompracem.
La critica letteraria è da sempre divisa nel giudizio di questa compagine variegata di autori. Alcune perplessità sono sorte quando è emerso che la totalità delle opere postume pubblicate erano regolarmente pagate in anticipo. Nel carteggio intercorso fra Pinocchio da Mompracem e Ravvedio Quandomai sono state inoltre scoperte inequivocabili allusioni a solleciti postumi per fatture insolute.

Storia dei movimenti artistici d’avanguardia dimenticati: l’Ignorantesimo

Considerata la più intransigente ala del movimento letterario del verismo, nasce dall’incontro di due fervide menti: Ignario Assai e Vacanzio Immanente. La nascita ufficiale avvenne nei corridoi dell’istituto di recupero Balossi a Novara, dove gli autori si conobbero perché allontanati entrambi dalla classe con le orecchie d’asino per punizione, il 1 ottobre del 1889.
Fu li che, segnati dall’esperienza, i nostri gettarono le basi di un sodalizio artistico e letterario che ha rivoluzionato il mondo delle arti. I due formularono la loro proposta a partire da una lettura critica del Verga e precisamente della copertina del romanzo “I malavoglia”, dato alle stampe in quegli anni. I movimento, che si proponeva di dare il giusto risalto alla cultura popolare e dignità alle espressioni colorite che contraddistinguono la vulgata in uso negli ambienti più umili, ebbe poco successo perché le loro opere, in segno di protesta contro il mondo accademico, erano stampate nella carta per involgere il pesce.
La critica nel tentativo di comprendere il perché della poca fortuna, ha attribuito un certo peso al fatto che la totalità del pubblico che gli autori intendevano raggiungere non sapeva leggere. Fra le opere più rappresentative si annoverano:
“Questo cazo di romanzzo” di Ignario Assai e la raccolta di poesie “Versami sta cipppa” di Vacanzio Immanente. La prima opera gode di una certa popolarità fra i critici perché anticipa per certi versi alcune soluzioni stilistiche del novecento. Famoso ad esempio il primo capitolo dell’opera “Questo cazo di romanzzo” nel quale il protagonista, Nazario Azzituoiedituononno, nel corso della digestione di due chili di peperonata, sogna di sognare che sogna di essere sveglio e perdendo il conto non si risveglia più e viene ritrovato venti anni piu tardi da un tecnico dell’ENEL, inviato per staccargli il contatore. L’intero primo capitolo è dedicato ai rumori che Nazario emette mentre dorme, il secondo ed ultimo capitolo è un ininterrotto flusso di coscienza nel quale Nazario, svegliato dal tecnico, si profonde in 5245 bestemmie differenti e in 4201 imprecazioni con varianti di pregevole fattura e carica evocativa ancora oggi ineguagliata.
L’opera “Versami sta cipppa” di Vacanzio Immanente si divide in tre parti intitolate: “Versi di mamifferi”, “Versi di cani di paeze quando lasci la porta aperta” e “Versi di uceli prima che li acchiapo io”.
Il movimento raccolse fra le sue fila altri autori minori di cui ci é stato tramandato purtroppo solo qualche frammento fortunosamente estratto dalle ceneri fumanti di una grigliata di misto del golfo. Uno per tutti il sonetto intitolato “ti amo ma pocodopo levati d…..” di Avanzio Degalerio, facente probabilmente parte di una raccolta di poesie dedicata alla sua amata.

L’eroe si manifesta (Canto II)

Da “La Serrelide” Poema poliziesco in 30 canti del XV sec. a.C. Che canta le vicende del commissario acheo Serreli, caro alla dea Benemerita.

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[…]

Ma come figlia di luce brillò Aurora dita rosate,
allora acqua versò nella vescicca all’accorto Serreli
acchè si svegliasse e pronto fosse all’opra del giorno.
Ed egli si alzò dal letto brunito e, ringraziando gli dei dell’Olimpo,
verso l’oscuro cesso egli andava, a sollevare lo stimolo
e fiotto gagliardo versar nella tazza, opra di astuto artigiano,
che nel fuoco cocette ceramiche bianche
e igienica forma gli diede ad accogliere stronzi d’umani.
E a duplice scopo prese , astutamente l’accorto Serreli,
foglio di quotidiano locale. E assiso al trono, con cuore dolente,
dipanava il volere del Fato e mirava le grandi cose del Mondo,
gioioso spettacolo agli dei, prima che le interiora vuotasse.
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E come l’otre interno ebbe leggero,
verso il ben provvisto tinello si volse a preparare bevanda
che rincuorasse le trippe che giornata tremenda gli apprestava la Parca.
Forti tronchi di ritorto ginepro confitti nei muri di pietraavea come cielo il tinello,
grande lavoro di manovali lo aveva creato e sopra di esso
posò impiantito di assi. Lontano s’udiva la fantesca
accingersi all’opra scopando con forte ramazza e cantava,
la biancocrinita vecchietta, canzone di festival dolce.
La melodia del molleggiato famoso, “con 24 mila baci”,
che il cuore s’aprì al forte Serreli, ricordandogli la madre lontana.
E mentre udiva e ricordava caffettiera approntava,
con polvere nera riempiva, e fresca acqua di fonte
a fare bevanda pel cuore. Caffè la chiamavano
e caffè la chiamava anche lui, che Serreli non albergava
cuore di rivoluzionario sovvertitor di leggi e di costumi.
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E come il fuoco fu pronto, uscendo da sibilanti spiragli,
in lingue blu per magnifico aggeggio,
lo sbadigliante Serreli vi pose la moka
a che scaldasse e producesse succo cordiale.
E dentro di sè pensava, brigadiere nel cuore,
al tristo destino che sbalzato l’aveva dal grembo materno
per i mali del mondo. E ricordava Nunziatino, e Irene,
dalle trecce di fieno e L’occhialuto Luigi, analfabeta nel cuore,
ma pur contento d’esistere e Bianca, mutanda di lana,
o Pino mano veloce di biglia e portator di figurine,
abile in fionda fra i ragazzi del viale.
E versando lacrime interne, a infanzia trascorsa,
lo strappò pietoso gorgoglio di caffettiera.
Presina di pizzo mise allora alle mani, acché non bruciasse la pelle,
la bachelite del manico. E inclinando versava nera bevanda
in porcellana di sevres sbreccata, con scene di caccia alla volpe
mirabilmente dipinte in Inghilterra distante. Mano di regina la governava,
grande fra gli stati del mondo.
 
E come bevuto ebbe la forte bevanda cara agli umani
ecco che ai fianchi cicciosi cinturone cingeva, ricco di numerose cartucce,
e giubba mimetica, a che nascondesse figura
alla preda fra il folto del bosco. E precisa doppietta metteva
alle spalle l’ignaro. Non sapeva cosa apprestava per lui la dea della caccia.

Il giuseppismo

ENCOCLOPEDIA DEGI “ISMI”
(i movimenti artistici d’avanguardia dimenticati”

IL GIUSEPPISMO

Il giuseppismo fu un movimento artistico letterario nato agli inizi del secolo a Parigi da un gruppo di poeti-pittori-scultori e filosofi faidatè. Il capofila del movimento, Pino des Entrailles, insieme al poeta-imbiamchino Pino Pinelaire, esposero il loro maifesto sulle strade di Montpanasse, raccogliendo il consenso di un nutrito gruppo di giovani artisti emergenti.
Sunto base del Giuseppismo è che il nome dell’autore e il titolo del libro andrebbero eliminati, perchè creano pregiudizi nel lettore. “Chi mai, infatti, sosteneva Pinelaire, comprerebbe un libro di Fabio Volo se vedesse in copertina al suo posto il mio nome?”
Decisero dunque di chiamarsi tutti Pino indifferentemente. Questo comportò però alcune incomprensioni a livello di assemblea costituente.
Si alzò infatti Pino, in qualità di presidente onorario, a proporre la modifica all’ordine del giorno. Alla mozione però si opposero Pino, Pino e Pino sostenendo che la cosa puzzava un po’ troppo ai loro occhi di artifizio.
Dal pubblico si alzò infine Pino che in una perorazione rimasta famosa demolì tutte i dubbi
– Lei chi è scusi? gli domando Pino
– Sono PIno – rispose l’oratore
– Ah, credevo foste Pino
– No, Pino non è potuto venire.
La proposta venne messa ai voti e accolta all’unanimità con la sola opposizione di Pino, Pino e Pino che si staccarono dal movimento indignati per la poca birra nel buffet
Da quel momento il Giuseppismo (noto anche come Pinismo) iniziò le sue pubblicazioni, fra le quali rimangono famose le seguenti
– Pino, “Versi”
– Pino, “Versi”
– Pino, “Poesie”
– Pino, “Poesie in versi”
e infine Pino, “Versi di poesie”

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Nella foto (da destra) i poeti giuseppisti Pino e Pino
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Manzoni e il sesso

Cattura

Trascinati da una critica antica e distorta si potrebbe pensare, a tutta prima, che su questo argomento manchi qualsiasi cosa da dire sul Manzoni. In realtà ciò è – come dimostrerò – una delle più grosse cantonate prese dalla critica manzoniana a me precedente. Per anni, quest’ultima ha voluto vedere nel Manzoni una autore privo di problematiche sessuali o, come direbbe Freud, un povero represso. E’ vero che vi è stato qualcuno che ha tentato un interpretazione dei Promessi sposi in chiave hard, ma i risultati sono stati deludenti e privi di convinzione.

La mia tesi, quella che rivoluzionerà la vostra visione dell’autore lombardo è invece copernichiana. Intendo infatti provare che non solo il Manzoni è più spudorato e disinibito del Marchese De Sade (ossia che quest’ultimo avrebbe copiato dalla A alla Z Il nostro Alessandro) ma che vi è, fra questi due autori una relazione più intima fino ad oggi ignorata dalla critica.

Nel mio celebre saggio “De Sade fa almeno 1000 pippe a Manzoni”, inoppugnabilmente dimostro che il vero autore del “le 120 giornate di Sodoma”, della “Filosofia del Budoire” e di “Justine” non fu il Marchese De Sade bensì il nostro Grandissimo Manzoni sotto lo pseudonimo di Marchese de Sade, mentre quest’ultimo, sotto lo pseudonimo di Alessandro Manzoni, è il vero autore de “I Promessi sposi”.

Il primo fu costretto alla maschera per depistare la censura austroungarica, ma ancor più il potente fiuto antirazionalista di sua mamma che non avrebbe certo permesso al suo Alessandro di scrivere “simili porcherie”. Il secondo invece fu spinto all’uso dello pseudonimo di Alessandro Manzoni, dal fatto che tutti i parenti e gli amici l credevano un vero dissoluto (ciò che gli permetteva di entrare in contatto con la creme de la creme dell’intellighencia illuminista del suo Paese). In realtà, come dimostrano ampiamente le sue pagine (quelle appunto de “I promessi sposi” e di tutte le opere formate con lo pseudonimo di Alessandro Manzoni egli aveva un cuore vittoriano ante litteram e una visione cattolica della vita. Lui riteneva il sesso una cosa peccaminosa, ma non poteva certo affermarlo in una Francia illuminista e disinibita. Che figura ci avrebbe fatto?

Nel saggio summenzionato, non mi spingo solo a questa che potrebbe sembrare una ipotesi ardita. Infatti porto le prove che nel viaggio di Manzoni a Parigi nel 1805 (vedi la vita a cura di Tony Nutella) i due autori abbiano scambiato un fitto epistolario fino a incontrarsi in un cafè del Boulevarde Saint Jean Nazzare.

In tale incontro i due autori presero a parlare della loro reciproca situazione. Tutti e due infatti si sentivano opressi in un ambiente che inibiva i propri veri interessi. Manzoni, libertino in una Italia bigotta e cristiana e De Sade, fervente cattolico in una nazione libertina e puttaniera in cui per vendere bisognava dare solo sesso a gogò, cinismo e libero pensiero.

I due si capirono fraternamente e decisero dunque di prendere il posto uno dell’altro. Di scambiarsi insomma di persona. De Sade, da allora avrebbe preso il posto di Manzoni e manzoni quello del libertino francese (molto più congeniale al suo animo godereccio e spregiudicato). Nessun critico fin’ora sembra essersene accorto.

Ecco dunque che dovremo cambiare tutti i sottotitoli e tutte le fotografie del Manzoni e metterci il nome del Marchese De Sade e fare viceversa con quelle del PRESUNTO libertino francese. Capisco che la mia scoperta sarà un macello per la critica. I radicali infatti hanno persino chiesto un interpellanza parlamentare per sapere se dietro a questo non ci sia una manovra destabilizzante della destra extraeuropea unita a servizi segreti bulgari o ugro-finnici.

La Santa Sede, inoltre, si riserva cautamente di esprimersi (fino cioè che la faccenda non si chiarisca) prima di cancellare il nome di Marchese De Sade dall’indice dei libri proibiti ed inserirvi la fin’ora insospettabile opera di Alessandro Manzoni.

Alla fine di questa scoperta, parlare dunque del sesso in Manzoni sarebbe come parlare della salatura del mare, della idiozia del Trota o della corda in casa dell’impiccato. Il mio modesto consiglio è: non giudicare mai dalle apparenze.