L’eroe si manifesta (Canto II)

Da “La Serrelide” Poema poliziesco in 30 canti del XV sec. a.C. Che canta le vicende del commissario acheo Serreli, caro alla dea Benemerita.

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[…]

Ma come figlia di luce brillò Aurora dita rosate,
allora acqua versò nella vescicca all’accorto Serreli
acchè si svegliasse e pronto fosse all’opra del giorno.
Ed egli si alzò dal letto brunito e, ringraziando gli dei dell’Olimpo,
verso l’oscuro cesso egli andava, a sollevare lo stimolo
e fiotto gagliardo versar nella tazza, opra di astuto artigiano,
che nel fuoco cocette ceramiche bianche
e igienica forma gli diede ad accogliere stronzi d’umani.
E a duplice scopo prese , astutamente l’accorto Serreli,
foglio di quotidiano locale. E assiso al trono, con cuore dolente,
dipanava il volere del Fato e mirava le grandi cose del Mondo,
gioioso spettacolo agli dei, prima che le interiora vuotasse.
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E come l’otre interno ebbe leggero,
verso il ben provvisto tinello si volse a preparare bevanda
che rincuorasse le trippe che giornata tremenda gli apprestava la Parca.
Forti tronchi di ritorto ginepro confitti nei muri di pietraavea come cielo il tinello,
grande lavoro di manovali lo aveva creato e sopra di esso
posò impiantito di assi. Lontano s’udiva la fantesca
accingersi all’opra scopando con forte ramazza e cantava,
la biancocrinita vecchietta, canzone di festival dolce.
La melodia del molleggiato famoso, “con 24 mila baci”,
che il cuore s’aprì al forte Serreli, ricordandogli la madre lontana.
E mentre udiva e ricordava caffettiera approntava,
con polvere nera riempiva, e fresca acqua di fonte
a fare bevanda pel cuore. Caffè la chiamavano
e caffè la chiamava anche lui, che Serreli non albergava
cuore di rivoluzionario sovvertitor di leggi e di costumi.
.
E come il fuoco fu pronto, uscendo da sibilanti spiragli,
in lingue blu per magnifico aggeggio,
lo sbadigliante Serreli vi pose la moka
a che scaldasse e producesse succo cordiale.
E dentro di sè pensava, brigadiere nel cuore,
al tristo destino che sbalzato l’aveva dal grembo materno
per i mali del mondo. E ricordava Nunziatino, e Irene,
dalle trecce di fieno e L’occhialuto Luigi, analfabeta nel cuore,
ma pur contento d’esistere e Bianca, mutanda di lana,
o Pino mano veloce di biglia e portator di figurine,
abile in fionda fra i ragazzi del viale.
E versando lacrime interne, a infanzia trascorsa,
lo strappò pietoso gorgoglio di caffettiera.
Presina di pizzo mise allora alle mani, acché non bruciasse la pelle,
la bachelite del manico. E inclinando versava nera bevanda
in porcellana di sevres sbreccata, con scene di caccia alla volpe
mirabilmente dipinte in Inghilterra distante. Mano di regina la governava,
grande fra gli stati del mondo.
 
E come bevuto ebbe la forte bevanda cara agli umani
ecco che ai fianchi cicciosi cinturone cingeva, ricco di numerose cartucce,
e giubba mimetica, a che nascondesse figura
alla preda fra il folto del bosco. E precisa doppietta metteva
alle spalle l’ignaro. Non sapeva cosa apprestava per lui la dea della caccia.
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Informazioni su Carlo Congia

Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

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