La rivoluzione copernicana della Storia dell’Uomo

3006042411

 

Ha ragione il Prof. Fritz Willelm Pippembauer, a proposito del suo ultimo scritto “L’enigma svelato della Fine del Mondo” con sottotitolo “Un complotto universale finalmente svelato”, di ritenerlo simile alla “rivoluzione copernicana della Storia Universale”? A mio modesto avviso il suaccennato libro ha tutti i crismi di una incredibile scoperta che muterà le sorti dell’Umanità mista ad una incontestabile e stratosferica cazzata. Ma veniamo al dunque, ovverossia al vero tema svelato nelle 700 e rotte pagine (a escludere una bibliografia babelica che l’Autore promette di rilegare in un prossimo e apposito volume).

“Dopo studi che mi tennero occupato quotidianamente sin dai banchi dell’asilo, sono infine certo di esser giunto ad una verità che farà tremare le fondamenta del Mondo” così ci confida fraternamente. Qual è, però, questa “verità sconcertante”, questa “inammissibile ovvietà che tutti i poteri costituiti, ancor prima della nascita degli stati e della Storia, “si sono affannati a cancellare, a nascondere, a camuffare”?

Il Prof. Pippembauer, dopo un sobrio preambolo introduttivo di 237 pagine in cui ripercorre non solo la sua vicenda biografica ma quelle dell’intera stirpe umana a partire dal bivio evolutivo diramantesi dal ramo dell’Australopiteco fino ai Mondiali di calcio del 2012, ci rivela, in principio del capitolo II il suo sunto in poche righe che i ripromette di dimostrare nel proseguio del volume:

“Mi duole informarvi, dati storici e scientifici alla mano, che la tanto paventata fine del mondo non sta – come chiunque ci vuol fare credere e come ci hanno insegnato fraudolentemente sin dai banchi di scuola – non sta, dicevo, di fronte a noi in chissà quale prossimo o lontano futuro. No, miei cari. “La fine del mondo è dietro di noi, ce la siamo lasciati alle spalle da parecchio tempo, è ormai un fatto storico antico. La fine del Mondo, in altre parole, è già avvenuta e noi si sta qui ad aspettare ancora, senza aver nozione che dovremmo volgere le spalle per vederla.” (pag, 290)

Questa la tesi che può far storcere il naso a non pochi studiosi e lettori ma che il Prof. Pippembauer porta avanti, una volta enunciata, con un coarcervo di prove (dalla meccanica quantistica alla moderna teoria dei giochi, dalla geometria proiettiva ai testi alcimistici del 700) che disorientano per la mole e per la competenza con la quale sono riportate.

Viene da chiederci: “Perchè non ci siamo accorti di una così chiara evidenza? Perchè nessuno, mai, è arrivato a questa semplice e razionale evidenza?

A rispondere a tale domanda ci viene in aiuto la seconda parte del volume Pippembaueriano, quella dedicata al “complotto” che doveva tener segreta questa lapalissiana verità all’uomo. “Se si fosse infatti sparsa la voce e la credenza che la Fine del Mondo fosse già avvenuta che fine avrebbero fatto tutte le religioni?, che fine avrebbero fatto gli Imperi, Gli Stati Nazionali, e tutta l’incredibile evoluzione umana?” (pag, 321).

In effetti l’argomento regge. A maggior ragione se la fine del Mondo viene posizionata storicamente dal Prof. Pippembauer dall’uscita di Adamo dal Paradiso Terrestre. Secondo il Pippembauere anche il famoso episodio della “Cacciata dall’Eden” è stato travisato tramutando la Fine del Mondo con una blanda sgridata da parte del Dio Biblico. “Dio, in verità, dopo la disubbidienza dell’uomo ad una così leggera proibizione (ovvero quella di non toccare un solo albero in tutto l’enorme repertorio biologico del Paradiso, se la prese talmente a male e si stancò del gioco che decise, come spesso succede ad un giocatore infastidito in una partita di scacchi giocata contro un deficiente che ignora le più elementari regole del gioco, di rovesciare pezzi e scacchiera per dedicarsi ad attività meno fanciullesche” (pag 420).

Tutta la Storia, dunque è per il Prof. Pippembauer, intessuta di una enorme menzogna. Siamo stati presi in giro al fine (con la paura della Fine del Mondo) di essere remissivi, di accettare qualsiasi situazione pur di evitare una fine catastrofica che, invece, abbiamo alle spalle.

50 Sfumature di giallo – capitolo settimo

VII – Il poeta

Giovin signore v’era in quel di Gonnospè che nomato era appo i gonnospesi tutti, Efisio Sala, poeta lo dicevano o comunque professorone (col prefisso di “Don”). Rampollo di picciol casato nobiliare, degradatosi via via col tempo infino all’odierno, al giovine Efisio di cotanto blasone era rimaso appena un poderetto, sufficiente appena per il sostentamento e una casa che, pur essendo fra le più grandi del borgo, ruinava come la pioggia in dì di fortunale.

A serbar ricordo di antica appartenenza al ceto abbiente gli era rimasto appena un vano titolo: quel “Don” col quale la plebe di Gonnospè si intestardiva a chiamarlo, forse magari con un sottinteso di scherno, o quantomeno di pietà popolare.

Per i tetti di coppi sbreccati prosperavan rigogliose le erbacce, infischiandosene dell’affronto al casato e alla panoplia dei Sala (pur marchesi al tempo dei baffuti e azzimati Spagnoli).

Efisio viveva solo, in quella enorme casa abitata solo dagli spifferi in inverno e dalle mosche d’estate. Una serie prolissa di camere (chissà poi a cosa erano adibite in passato) ormai vuote di qualunque orpello, con solo qualche nicchia a muro a imitare gli armadi e qualche gancio sulla calce a impersonare improbabili appendiabiti. Per le stanze (più antri che vani abitabili) appese qua e là, vecchie stampe ormai deformate dall’umidità, cestini in vimini e vecchi malandati attrezzi agricoli.

La parte abitata da Efisio era in un corpo acessorio, dietro la casa propriamente detta che mostrava la sua facciata cadente e pretenziosa su una delle stradette del centro storico, Due o tre stanzette (anche queste le si poteva chiamar tali solo con grande ottimismo) che davano su un cortile interno, cinto da un alto muro e ormai invaso quasi completamente da un profluivio di erbacce. In un angolo un pozzo sul quale si arrampicava disperata una pianta di passiflora, alcune smunte pianticelle di limoni, ormai ritornate allo stato selvatico ed un enorme fico, che protendeva i suoi rami ben oltre il muro di cinta e prestava ricetto ad una allegra famigliola di corvi.

Le camere contenevano un cucinino giusto sufficiente ad uno scapolo, una minuscola camera da letto occupata quasi interamente da una specie di catafalco residuo di chissà quali vicende storiche, un armadio a due ante e infine la “biblioteca”.

Quest’ultima occupava la stanza più grande ed era qui che Efisio passava la maggior parte del tempo. Alle pareti, sistemati su delle mensole in legno, erano ammucchiati un migliaio di libri, per la maggior parte illeggibili, talmente imbarcati dall’umidità e dal tempo che davano l’impressione di essere stati recuperati da qualche macero.

Erano i libri che Efisio si era comprato da giovane, quando studiava Legge nel capoluogo, in una imprecisata e precedente era geologica.

Compiuto il rito della messa domenicale e dell’acquisto delle paste, il brigadier Serreli la domenica mattina si avviava, quotidiano in tasca e vassoietto da pasticceria, tenuto per la fettuccia di carta rosa fra le mani, a trovare il Poeta.

Era l’unica persona, Efisio, col quale poteva scambiare due chiacchiere che non fossero banali, che poteva capire i suoi crucci amletici, i suoi dubbi filosofici.

Percorse le buie e fresche camere della casa principale, trovò il poeta che armeggiava smadonnando chino su un vecchio apparecchio radio brandendo improbabili tenaglie con le quali minacciava invano i renitenti circuiti.

Sollevò lo sguardo sulla figura di Serreli apparsa nel vano della porta, obesa silouette contornata dal verde del cortile e sorrise, con quel suo sorriso breve, che non sapevi mai fosse ironico, beffardo o infantile.

«Quindi? Avete già messo in ganasce i sovversivi?»

« Non scherzate, Don Efisio. Sapete bene che gli indizi sono pochissimi»

«Al contrario, Don Adelmo (tale era l’ironica risposta di Efisio al Don che anche Serreli si ostinava a utilizzare)… Il guaio è che gli indizi sono infiniti, come sempre e come in qualunque atto.»

«Cosa intendete dire?»

«Intendo dire che per qualunque atto, che abbia come esecutore un umano, infiniti sono i moventi, infiniti sono gli indizi e quindi infiniti sono gli imputati. Prendiamo ad esempio il nostro piccolo, e consentitemi di aggiungere ridicolo, “misfatto”. Potrebbe essere stato chiunque: io, Don Putzu stesso, il sindaco, la Signora Arsenia, voi stesso…

«Ma… Don Efisio…»

«Volete un movente che vi iscriva razionalmente fra i possibili imputati?»

«Quale sarebbe?»

«Mah… la noia, la necessità di muovere le acque mefitiche dello stagno gonnospese, la soddisfazione di risolvere un caso acciuffando finalmente il colpevole, senza escludere l’inconscio, la possibilità di una perdita momentanea della capacità di intendere e volere (come la chiamano i giuristi) e così via…. Naturalmente tutto questo in via teorica, sub specie ratiocinium, per così dire.»

«Voi scherzate sempre, vi piace burlarvi di me, dall’altro dei vostri studi.»

«Tutt’altro, tutt’altro. Io parlo con voi perché per lo meno avete un briciolo di curiosità non legata alle ciarle paesane, allo sport e alle infinite e vane occupazioni del volgo. Anche se non è tutta farina del vostro saccco: in gran parte è la vostra professione (chiamiamola così) a costringervi alla speculazione. Siete un discepolo di Socrate a cui manchi però la dote principale: l’ironia. Quando avrete capito che la vita è solo un gioco senza regole, un immenso stagno, molto più immoto di quello che c’è consentito vedere da quaggiù, in cui è vano gettare qualunque ciclopico masso… quando capirete che non ha poi molta differenza prenderla con raziocinio o senza… allora forse capirete l’importanza dell’ironia.»

50 sfumature di giallo – Intermezzo lirico: Il Caos

Intanto nere reti tessea il Caos

nel suo antro doppiservizi, mansarda

vista Olimpo, ampio salone d’ingresso

finiture di lusso fenicio, giardino

di asfodeli, trattativa privata, no Agenzia.

In mano teneva le redini dell’Universo

e ci giocava , intrecciandole

a fare disegnetti come i pargoli

pria che nascesse l’aifòn

a dispreoccupare le mamme,

e orbi di plaistescion veloce

sedevano ancora per la strada, felici.

Giocava ma con un crivello interiore

Ah, avesse continuato gli studi!

Invece di fuggire di casa

per essere autonomo e vivere.

Adesso saprebbe che fare

di tutti quei fili, potrebbe creare

qualcosa di bello, magari, qualcosa

che faccia stupire il genere umano

e fargli dire: “Però, ai visto che ha fatto

quel Caos? E poi dicon che è scemo!”

Invece no, con in mano quei fili

non ci capiva un olimpico niente

e anche giocarci era puro eufemismo

a dire il vero li mescolava alla rinfusa

o – come dicevan bene gli umani

ALLA CAZZO SI CANE.

Il romanzo giallo

La citazione che segue, tratta dai diari di W. Gombrowicz, sembra fatta apposta per il mio umile e modesto tentativo di giallo.

“Che cos’è un romanzo giallo? Un tentativo di organizzare il caos. Per questo il mio Cosmo, che mi piace chiamare “un romanzo sulla formazione della realtà” sarà una specie di racconto giallo.

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50 sfumature di giallo (capitolo sesto)

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Ma come figlia di luce brillò Aurora dalle dita rosate, allora acqua versò nella vescica all’accorto Serreli acché si svegliasse e pronto fosse all’opra del giorno. Ed egli si alzò dal letto brunito e, ringraziando gli dei dell’Olimpo, verso l’oscuro cesso egli andava, a sollevare lo stimolo e fiotto gagliardo versar nella tazza, opra di astuto artigiano, che nel fuoco cocette ceramiche bianche e igienica forma gli diede ad accogliere stronzi d’umani.

E a duplice scopo prese, astutamente l’accorto Serreli, foglio di quotidiano locale di data pregressa. E assiso al trono, con cuore dolente, dipanava il volere del Fato e mirava le grandi cose del Mondo, gioioso spettacolo agli dei, prima che le interiora vuotasse.

E come l’otre interno ebbe leggero verso il ben provvisto tinello si volse a preparare bevanda che rincuorasse le trippe, ché giornata tremenda gli apprestava la Parca.

Forti tronchi di ritorto ginepro confitti nei muri di pietra avea come cielo il tinello, grande lavoro di manovali lo aveva creato e sopra di esso posato impiantito di assi. Lontano s’udiva l‘ancella accingersi all’opra scopando con forte ramazza di mirto risecco e cantava, la biancocrinita vecchietta, canzone di festival dolce. La melodia del molleggiato famoso, “con 24 mila baci”, che il cuore s’aprì al forte Serreli, ricordando la madre lontana.

E mentre udiva e ricordava caffettiera approntava, con polvere nera riempiva, e fresca acqua di fonte a fare bevanda pel cuore d’eroi. Caffè la chiamavano e caffè la chiamava anche lui, che Serreli non albergava cuore di rivoluzionario sovvertitor di leggi e di costumi.

E come il fuoco fu pronto, uscendo da sibilanti spiragli, in lingue blu per magnifico aggeggio, lo sbadigliante Serreli vi pose la moka a che scaldasse e producesse il succo cordiale caro agli umani.

E dentro di sè pensava, maresciallo nel cuore, al tristo destino che sbalzato l’aveva dal grembo materno per i mali del mondo. E ricordava Nunziatino, e Irene, dalle trecce di fieno e l’occhialuto Luigi, analfabeta nel cuore, ma pur contento d’esistere e Bianca, mutanda di lana, o Pino, mano veloce di biglia e lesto portator di figurine, abile in fionda fra i ragazzi del viale.

E versando lacrime interne, a infanzia trascorsa, lo strappò pietoso gorgoglio di moka. Presina di pizzo mise allora alle mani, acché non bruciasse la pelle la bachelite del manico. E inclinando versava nera bevanda in porcellana di Sevres sbreccata, con scene di caccia alla volpe mirabilmente dipinte in Inghilterra distante. Mano di Regina possente e vegliarda ancor la governava, grande fra gli stati del mondo.

E come bevuto ebbe la forte bevanda cara agli umani ecco che ai fianchi cicciosi cinturone cingeva, ricco di numerose cartucce, e giubba mimetica, a che nascondesse figura alla preda fra il folto del bosco. E precisa doppietta metteva alle spalle l’ignaro.

Non sapeva cosa apprestava per lui la dea della caccia.

Simile a Rambo fulgente apparve poi nella luce del vano, spalancandone i poco solerti cardini. Ed entrò nel mattino fra gli sbadigli dei galli, disturbati dal ciabattar di stivali chiodati sull’aia. Respirò a fondo, fino a riempirsi i polmoni, e nel farlo avvertì il solito dolorino alle reni, ad avvisarlo che era meglio non provarci a saltare la staccionata di colpo, come faceva da giovane.

Una mano in tasca frugò per cercare tabacco. Mai volesse il cielo che se lo dimenticasse. Scostando le gambe si piantò nella stradina. E pareva così un ridicolo colosso di Rodi, in scala uno a mille come da kit di montaggio d’edicola.
Sotto le gambe passavano
intanto lombrichi e vita minuta di insetti. E lo vedevano alto come babelica torre, smisurata figura.

Aspettava Tziu Nanni, il compare. Insieme si sarebbero infrattati pei monti alla ricerca di funghi e cinghiali. (Ma più funghi, ovviamente).

Per la stradicciola lastricata di ciottoli ancora umidi della brina avanzava curva una figura, stagliandosi nel limpido cielo che già prometteva canèa. Gli occhi chini, la lucida canna che spuntava dalle spalle un po’ curve dal peso degli anni.

Quando fu vicino alla Meraviglia del Mondo, si limitò a toccarsi il berretto, che sembrava tenuto su solo da delle enormi sopracciglia ricciute, e lanciare un sorriso verso Serreli.

– Come andiamo, Tziu Nanni?

– A piedi, no?

– No, chiedevo, come andiamo… noi… voi… Insomma, tutto bene?

– Se posso rispondere non mi lamento ancora

– Già. L’importante è accontentarsi… mica come certi piagnoni, come certe anime in preda al “non so cosa voglio”. Gente che vuole sovvertire il mondo solo perché s’annoia.

– Oggi, mi sa che… – osservò il compare sollevando lo sguardo e dando un’occhiata al cielo come un ragioniere che scrutasse un 740 mal compilato.

– Vabbè, ci prenderemo quello che ci manda la sorte. – Disse il maresciallo cercando di sdrammatizzare la cosa.

– Cosi è. – Si limitò ad assentire laconicamente il compare.

Senza altri indugi si affiancarono e presero per un viottolo che immetteva dopo poche e dirute casupole, direttamente nella campagna, fra i muretti a secco di pietre vulcaniche, il cui triste colore era smorzato appena da pochi e malandati licheni.

Nei campi un tripudio di spini fioriti, carciofi selvatici, rovi, puntute agavi enormi e l’immane marea delle erbe riarse. La natura sembrava essersi sbizzarrita, in quel canto, ad accumulare tutto ciò che nel mondo vegetale avesse spine in grado di stracciare vestiti, pungere, forare, bucare… rompere i coglioni alla gente che cammina, insomma.

Serreli, in mezzo a neroazzurra nuvoletta di fumo, arrancava dietro la schiena di Tziu Nanni qual dietro navigator satellitare improbo turista.

La natura gli aveva sempre fatto uno strano effetto. Mancava di qualcosa che Serreli non riusciva ad afferrare.. Tutto quel profluvio di specie vegetali, di insetti, di bestioline che arrancavano, per pura sopravvivenza, nascoste e formicolanti ai suoi piedi gli metteva dei brividi addosso.

Non c’era un nesso, non c’era nessun “indizio” da seguire in quell’immenso guazzabuglio vitale. Aveva ben voglia di ripetersi, hegelianamente, che il Reale é razionale, lui questa razionalità non la vedeva.

Era invece semmai il putrido mondo del Caos, un incubo per qualunque mente Conandoylica, un coacervo di “prove” e di “imputati” ma senza verun “misfatto”. O meglio, il misfatto c’era ed enorme: era la stessa realtà (o vita che dir la si volesse).

Chino il capo sugli spini che gli graffiavano i gambali di cuoio, strascicava così il passo dietro Nanni che pareva invece fottersene allegramente sia di Heghel, di Eraclito e della realtà fenomenica tutt’a un mazzo.

Tziu Nanni camminava infatti come fosse una di quei miliardi di creature, prive persino di una catalogazione tassonometrica, senza grosse elucubrazioni mentali, quasi avesse scoperto, per istinto, che qualunque pensiero sul Tutto, porta necessariamente a rovinarsi l’appetito e, a caccia soprattutto, non beccare neanche un fringuello.

Davanti al vecchio, felice come una pasqua, andava correndo Diogene, in cane di Arseia che si aggiungeva sempre a quelle scorribande zoologiche. Non v’era cespuglio che sfuggisse al suo odorato o albero che non ricevesse almeno una stilla del suo prezioso liquido urinario.

“Anche lui è natura – pensava Serreli. E in un attimo fu posseduto da una strana impressione: che non ci fosse poi tanta differenza fra lui, Diogene, Tziu Nanni o una delle creaturine nascoste fra i sassi. La differenza era solo illusoria. Persino quella di ritenersi un individuo razionante, un io. “Siamo solo fenomeni.” concluse sollevando il berretto dalla fronte già imperlata di piccole gocce di sudore non filosofico.

Arrivarono ai bordi del lecceto che il sole era già alto nel cielo e ancora non avevano sparato una sola fucilata. Già l’omerico stomaco maresciallico esprimeva il suo giudizio sull’inutilità della caccia e i suoi borbottii parevano dei cachinni sardonici alla becera storia dell’uomo cacciatore.

Per i campi, che il torrido aveva colorato d’oro, giacevano le erbe risecche. A guardar bene quei campi erano nient’altro che un enorme cimitero di piante sterminate dal torrido. E mentre volgeva il capo a cercar una parvenza di verde, Serreli sentì, all’improvviso, come si fosse accorto solo allora, il frinire incessante e assordante dei grilli. Ed era come se quel verso nascesse dalla terra stessa e fosse il suo lamento, la sua preghiera per un po’ di ristoro.

“I grilli!” si disse. “Che minchia gliene fotte a un grillo della Fenomenologia dello spirito? Freme forse perché il reale è razionale?”

Si accese un altra Nazionale, quasi che il tabacco potesse aiutarlo a risolvere il “caso”.

“Che il reale sia razionale lo può ammettere solo colui che passa la vita fra la polvere e il prurito dei libri, nella sua tedesca cameretta filosofica, ben imbacuccato e foderato di pantofoline di Varese, lontano da tutto questo trojaio, da questa atroce meraviglia (che non lo veda, per carità, a confondergli le sacre idee sistematiche, che non arrivi, come una folata, a disfar il castello di carte costruito con pazienza idealistica per tutta la vita.)”

Delle volte aveva la netta sensazione che il suo posto non dovesse essere lì, a Gonnospè, fra le caprette che gli facevan Ciao ciao. Aveva come l’impressione di essere frodato dal destino. E la mente allora vagava per californiche spiagge e bikini, Staski e Hatc della gloria. E tenenti Colombi dal sigaro arguto. Era sprecato laggiù. Ma la gavetta era gavetta (“anche Gianni Nazzaro non era nato Gianni Nazzaro, del resto!”)

Un enorme punto esclamativo comparve sulla testa del maresciallo, su per giù a 20 cm dalla forforica mente serrelica. Un enorme punto esclamativo giallo che gli incombeva quale damoclea spada a minacciare popolazioni di pidocchi appena stanziatisi nella terra promessa e ricciuta del prode.

” E’ come se io volessi, per esempio, dare del cretino a Mike Buongiorno. Come se mi azzardassi a credere all’inserto sul sesso di famiglia Cristiana. Una mente allenata scoprirebbe subito l’inghippo”.

Il cane, nel frattempo, gli stava proprio di fronte e andava snasandogli i pantaloni come se cercasse tracce del DNA di un serialchiller. Occhio vigile lo scrutava dal basso. Serreli si sentiva indagato, dalla coscienza, preoccupata, cominciarono ad affiorare tristi e spicevoli ricordi (quando da piccolo aveva rubato Tex dall’edicola per esempio o quel giorno che aveva mentito ai genitori perchè gli comprassero l’ultimo disco di Don Baki).
“La coscienza… già!

“Se l’essere è e il non essere non è, allora anche l’avere ha e il non avere non ha?”.

Questo dimandavasi con tristo cipiglio il maresciallo.

“Ma sopratutto: perche se il Tutto esiste esiste anche il Niente? E se il Niente esiste, dove parcheggiamo?

La verità è che Sono un essere a metà. Né Santo né angelo, in bilico fra Gianni Nazzaro e Bach.”

Finalmente arrivarono alla radura sul basso leccetto. Un magro e stento tappeto d’erba si stendeva per terra e un rivo risibile riempiva l’aria del suo inutile e querulo scroscio.

Tziu Nanni si tolse lentamente la doppietta dalla spalla, appoggiandola ad un sughero e si accocolò su una piccola roccia rotonda affiorante. Sembrava come un elemento naturale, una nuvola, lo scroscio della pioggia o lo stesso piccolo rivo che saltellava fra poche pietre lì vicino. Non parlava. Con gesti calmi e come rituali si staccò la giberna dal dorso e, insieme ad essa, una zucca secca, sicuramente con un poco di vino nero, già aspro e acidulo per la stagione inoltrata.

Religiosamente tolse un tocco di formaggio da un piccolo fazzoletto che depose sull’erba e iniziò a tagliarne alcune piccole fette con una arrasoja brunita. Ad accompagnare il formaggio del pane, anch’esso tagliato a fette appoggiandolo al petto con l’uso dell’affilato coltello.

Compiuto il rito offerse a Serreli la sua parte senza una parola, come già fosse tutto sottinteso, sin dall’origine del Mondo.

Guai a rifiutare, questo sapeva ormai il maresciallo. Sarebbe stata offesa grave per Nanni.

Da parte sua estrasse da una piccola borsa frigo (eufemisticamente parlando) un contenitore di palstica in cui navigavano segni di spezzatino e un secondo contenitore con dei ravioli alla menta ormai divenuti una specie di roba amorfa tipo arte sperimentale.

Per il vino porse un bicchiere di plastica color crema e Nanni, al vederselo porgere alla mescita trattenne a stento una smorfia di compassione.

“Marescià, il vino si beve dalla zucca, come Dio comanda.” si limitò a sussurrare con un sorriso.

“Ma sa di zucca, però” rispose Serreli

“Meglio di zucca che di schifosa plastica, no?”

“Non so.”

Col viso e i corpi rivolti alla leggera brezza che spirava dai campi infuocati portando effluvi di morte e di mediterraneo, i due mangiavano in silenzio, Tziu Nanni con quel suo sorriso invisibile, nascosto fra le labbra e Serreli, meditabondo come sempre, un Carneade in versione venatoria.

Poi, quasi uscendo da un sogno, Serreli interruppe il noioso discorso dei grilli.

“Vedete Tziu Nanni, non so se riuscite a capirmi, ma io il più delle volte penso che non ha senso vivere senza capire”

“E cosa vorreste capire, maresciallo?”

Serreli col boccone ancora in bocca si limitò ad un sospiro-interiezione-lamento, intraducibile in simboli o in qualunque alfabeto umano.

Poi, ingurgitando, il suo viso si aprì ad un sorriso che aveva in sé del bambinesco e del patetico.

“Capire tutto… capire perché succedono le cose, perché siamo qui, in questo posto e non in un altro. Capire se ci sia un senso nella vita, se ci sia un indagato, un qualche malvivente responsabile del misfatto. Sapere, insomma”

“E voi per sapere vi siete fatto maresciallo?”

“Non importa se pastore o maresciallo, queste sono cose secondarie…”

“Capisco” mormoro Tziu Nanni sorridendo con gli occhi cerulei che brillavano sul viso cotto, di fra le rughe.

“Davvero?”

“Da noi si dice che la pasta di cui sono fatti gli uomini non è la stessa. Ci sono quelli con poco lievito, quelli troppo o troppo poco impastati e quelli in cui l’acqua è troppa, poca o calcarea. Gli uomini sono come il pane, marescià. Ed è molto difficile trovare un buon pane. Uno che appena lo vedi dici: questo è pane!”

50 sfumature di giallo (capitolo quinto)

V – I Cavalieri dell’Apocalisse

Un bel mattino, anzi un merdoso mattino di alcune settimane prima, che il vento sembrava giusto sceso dal monte a posta per rompere le palle alla gente che lavora, era accaduto l’inesorabile, il definitivo, il malauguratamente atteso segno dell’apocalisse prossima ventura.

Per le mura diroccate del paesello comparvero, quasi funghi nati spontaneamente, dei manifestini deliranti. Sulle prime li si era scambiati per campagne elettorali, visto che si era alle propaggini del famoso referendum sul divorzio o per qualche pubblicità incomprensibile. Ma agli astuti e kantiani occhi maresciallici svelarono il loro vero scopo: l’attesa fine del Mondo. L’inarrestabile avvento dell’Anticristo e dei popoli di Gog e Magog, come li aveva chiamati Don Putzu.

Serreli si immaginava già i loro nasi camusi invadere la piazzetta della parrocchia in sella ai loro cavalli della steppa, (cavalli stepposi?) brandendo asce, mazze e robe acuminate tipo medioevo e spadroneggiando crudeli verso le vergini pulzelle Gonnospesi (benché di quest’ultima specie ne fossero ormai rimasti sparutissimi esemplari, ben nascosti fra i telai e i focolari domestici).

Lo sapevo, l’ho sempre saputo!” andava ripetendo in giro a chiunque avesse la sorte di incontrarlo. Girava per le vie come monito agli infedeli, come statua vivente nostradamica verso gli scettici ormai convinti dal Fato incombente.

Sottoposti ad attenta analisi testuale i manifestini (nel frattempo divenuti prove inconfutabili del “delitto” e dunque “corpi del reato”) vennero staccati premurosamente dai muri (per alcuni fu necessario strappare persino qualche strato di intonaco ormai dilavato dall’umido).

La stazioncina dei carabinieri si trasformò ben presto in un seminario filologico in cui, Serreli e Gargiulo – quali archeologi – sfruculiavano ogni minima virgola per scoprire l’autore del misfatto. Perché di misfatto si trattava, non vi era dubbio alcuno. Come minimo incitazione all’insurrezione.

A nulla valeva la firma posta a suggello del comunicato apposta a piè pagina con un carattere grassetto: C.A.O.S. preceduta da stella pentapuntita color carta da zucchero.

Riguardo al testo c’era poi da mettersi le mani nei capelli, benche forforosi. Questo il contenuto:

Gonnospesi, compagni…

C’è puzza di topi di fogna in questo paese… i fascisti, e i ricchi provocatori infami, nella loro frustazione (sic), non sanno che fare e si sfogano violentemente contro questo e quello, ma soprattutto contro chi è contro il loro credo…non avrebbero mai il coraggio di dire di presenza queste cose, perchè non hanno le palle, anzi come disse Einaugi, le hanno ritirate nella testa!

Il potere è onnipotente e il nostro agire politico risponde dunque con qualsiasi azione di lotta popolare, per l’emancipazione, nella prospettiva di una società giusta e di una libertà personale, anche per gli altri.

Schiacciare il capo allo Stato, Levitano immondo, e consentire l’accesso di tutti alle risorse, lottando contro l’egemonia dei ricchi sui poveri, perché il comunismo anarchico socialdemocratico è l’unica strada verso l’uguaglianza e la libertà sia dal bisogno che di una vita di cui adesso non c’è.

Terminiamo cioè l’eliminazione degli squilibri nella distribuzione delle ricchezze tra le classi e questo non può che accompagnarsi alla lotta per la liberazione dall’oppressione religiosa in quanto il prete è solo un padrone con la sottana.

La guerra va combattuta contro ogni forma di schiavitù religiosa e sessuale affermando il valore supremo della libertà di coscienza e ciascuno possa farsi i cazzi propri.

Chiunque neghi l’autorità e combatte contro di essa è un nostro compagno.

PS) Lo Stato non è la Patria. Gonnosè Libera. Morte al boia che molla.

Arritornateci la libertà

C.A.O.S.

I sovversivi, la feccia rivoluzionaria era dunque all’opera anche in quell’angolo del Mondo dimenticato dall’ISTAT. Le propaggine delle grinfie del Male aveva steso sin qui la sua schifosa e demonica zampa e ghermito anche Gonnospè, finalmente.

E di tale evento epocale né beneficiarono per primi gli annosi e ormai spenti dibattiti da Bar.

Te tu li potevi ascoltare ormai ovunque per strada, fra le panchine della piazzetta dove venivano parcheggiati gli anziani (a dimostrazione della pittoricità del luogo da parte della locale Pro Loco) sino agli stanzini da bisca dei bar, il cui fumo avrebbe fatto vergognare persino la fucina di Efesto.

La popolazione si divise così in due grandi correnti di pensiero: la prima sosteneva che fosse una ragazzata di qualche disgraziato di passaggio, magari qualcuno di Mogorino (il paese vicino che era, agli occhi di ogni sano gonnospese, un covo di mentecatti, una Sodoma e Gomorra barbaricina, un ricetto di Fill’e bagassa a tutto tondo. Tale corrente minimalista era capitanata dal sindaco Marroccu, che tendeva a rimpicciolire il misfatto e non far sorgere il panico, soprattutto fra la popolazione di vecchiette, fomentate invece dallo zelo apocalittico di Don Putzu. “Quell’uomo vede le corna del diavolo da per tutto, persino su chi esprime un parere favorevole al divorzio.”

La seconda fazione era quella degli interventisti ad oltranza, spinti dall’odio acerbo verso i confinanti tendeva a vedere in quei ridicoli manifestini un casus belli da non lasciare impunito. Già si pregustava la zuffa e si facevano epici preparativi per la prossima festa di paese in cui popolazioni limitrofe sarebbero migrate a Gonnospè, a conoscere sul posteriore la epica eroicità dei suoi eroici abitanti.

Un discorso a parte merita la fazione capitanata da Don Putzu, il corvaceo servo di Dio in quel di Gonnospè. All’avanguardia di un fiero e nutrito manipolo di “fedelissime” miliziane (nessuna al di sotto dei 70 anni) gongolava quasi di gioia alla vista del “delitto”.

Era stato lui, a leggere per primo quei manifestini (nessun altro a Gonnospè si sarebbe preso la briga di leggere più di due righe di seguito e appena avuto concione del loro VERO significato, si slancio verso la parrocchia a perdifiato. Chi lo vide passare narrò di un qualcosa di nero svolazzante che aveva attraversato le vie del paese come una busta di immondezza in preda al maestrale.

Don Putzu, dall’alto della sua immane responsabilità verso le anime gonnospediche, decise di alzare il livello di allerta al segnale ROSSO (campane a distesa per la convocazione plenaria delle pecorelle e susseguente omelia apocalittica circa lo stato della finis mundi.

Don Putzu, carico di cotanta responsabilità, si avviò verso il pulpito in un silenzio irreale e si accinse a salire i macilenti scalini che portavano alla gabbietta destinata all’omelia, appesa precariamente all’ultimo pilastro della navata di sinistra. Una scaletta di legno con adeguata balaustra tarlata gli girava attorno. Sotto, attonite e basite, alzavano gli occhi le pie vecchierelle gonnospediche. Ad ogni passo scricchiolava il legno quasi funebre lamento all’anime peccatrici.

Arrivato in cima, qual falco pronto a piombare sulla preda che pascola in basso, scrutò ancora una volta il suo gregge e, dopo aver aperto il libraccio che si era portato dietro, lo aprì spargendo polvere sulle pietose animucce delle vecchiette ai suoi piedi; si scatarrò giusto il tempo necessario ad assumere una voce da angelo dell’apocalisse e, rivolti gli occhi al cielo della chiesa, mentre sputacchi iridescenti uscivano dalle sue labbra profetiche e dietro, nella pala d’altare, tutti i santi sembravano trattenere il fiato alla prossima rivelazione divina, prese tonante a dire:

Spesso la gente credono che sono salvi”.

Accompagnò con un sorrisetto beffardo queste parole e sollevò Leonardescamente un dito verso il soffitto a mo’ di monito. Dopo aver lasciato un breve spazio alla speranza piombò su di loro invece con artigli dialettici:

E invece NO! Come ci dice Gesù! Specie quelli che sparlano e seminano zizzania. Che cos’è infatti la zizzania?”

Lasciò passare un secondo convinto che nessuno sapesse rispondere a quella domanda di botanica. “Avete mai visto una pianta di zizzania voi peccatori?”

Alcune vecchiette si guardavano in cerca di suggerimento le une verso le altre e scuotevano la testa.

Stttttttt, le zittì il parroco. Che volete saperne voi di zizzania? Voi siete bravi solo a dire caz… ehm sproloqui.”

Ma qui…”, e col dito picchiava sul libraccio sollevandone una piccola nube di polvere, “Qui, dicevo, c’è la risposta ai vostri peccati. Qui è scritta la vostra condanna ir-re-ver-si-bi-le.

Littera enim occidit, spiritus autem vivificat. Che significa, pressapoco: “Non insuperbirti, non credere di essere furbo perchè il tuo parroco è più furbo di te”.

Che forse Nostro Signore Gesù Cristo Onnipotente, quando rivelò ai discepoli i sacri misteri della fede, si aspettava che essi non opponessero resistenza e andassero in giro a dire fregnacce? O forse, quando fece il discorso della montagna non ebbe rogne dai farisei benché sicuramente gli si fossero gelati i piedi a salire nel monte?

Che forse andò a mettere manifestini contro i Farisei nelle mura di Gerusalemme incitando le vecchiette del posto? Dobbiamo smetterla di mercificare dinanzi al sacro Tempio della Rivelazione! Dobbiamo smetterla di seminare zizzania per il paese.

Che forse Giovanni non sapeva , come voi, che cosa era la zizzania? Lo sapeva eccome!. E per questo fece battezzare in fretta e furia Gesù, facendo venire Giordano da tanto lontano.

Ma l’animo del peccatore è sempre pieno, come le edicole di questi giornaletti con nudità vituperose (questa parola gli piaceva assai). Vituperio a voi, dice Marco, e io lo dico a voi solo per farvi del bene, perché io sono il vostro pastore e non mi va di avere delle pecore vituperate.

Che forse il diavolo non cerca di tentarvi tutti i giorni? Come fece con Gesù, quando stanco arrancava nel deserto, e si vide innanzi una meretrice? Ma Egli rifiutò la carne vituperosa e misericordioso, si mosse a sedere alla destra del Padre. Non dico ora che anche voi dovete sedere lì ma, Iddio Onnipotente, e questo lo dico ai giovvvani, almeno qualche volta vi potreste sedere in chiesa, che è sempre vuota e io recito messa alle pietre e ai quadri di San Gonario Benedetto.

Ma poi non lamentatevi se, QUEL GIORNO, al cospetto dell’Onnipotente, le pietre entreranno in paradiso e a voi vi sarà consegnato solo un misero album di figurine e march… all’inferno.

Ecco che mi sovviene una parabola sul nostro grande santo.” lndicò con una mano una figura offuscata in un quadro antico alla sua destra, appena visibile fra le incrostazioni fumose che i ceri avevano depositato sulla vernice, col passare dei secoli.

In quel tempo Gonario fu tentato dal diavolo che andò nella capanna che si era costruita con le sue mani nel deserto. E il diavolo sapeva che l’uomo era accanito fumatore e cercava inutilmente di smettere. Per non cadere in tentazione fumava dunque lattughe o cardi selvatici ma non c’era molto gusto. Allora il diavolo, sapendo della sua debolezza, lo tentò offrendogli una stecca di Malboro.

Ma il santo lo allontanò dalla propria capanna dicendo:

Beato l’uomo che non cammina

secondo il consiglio degli empi,

dei fornicatori e dei venditori di enciclopedie

che non si ferma nella via de’ peccatori;

o chiede sconti alla cassa o al ristorante;

né si siede sul banco degli avvinazzati;

ma il cui diletto è nella legge dell’Eterno,

e su quella legge medita giorno e notte,

e si alza solo se ha fatto tutti i compiti

e non va a letto con bambole gonfiabili e

e non sparge manifestini in giro.”

Mentre il prete inanellava siffatti moniti allucinati, il manipolo di vecchine che tentava (del tutto invano) di rintracciare le redini del sermone moraleggiante, fu colpito dall’irrefrenabile istinto di abbandonarsi anima e corpo al pisolino pomerdiano. Niente poté la foga del prete dinanzi al cospetto dell’abiocco.

Così, simile a un capo branco di lupi ammutinati, il guerriero, stringendo fieramente il Sacro Libro sotto la religiosa ascella, si ritirò nelle segrete stanze, maledicendo l’ottusità del gregge, ormai del tutto prossimo alla dannazione eterna.

50 sfumature di giallo (capitolo quarto)

IV La mente Serrelica.

 

Il Mondo (con la majuscola ovviamente, perché quello con la minuscola so’ bravi tutti a conoscerlo) per il maresciallo Serreli era un complesso problema. Aveva cercato, con tutte le sue cognizioni scuolesche, di affrontare uno studio filosofico serio, ma arrivato alla pagina 75 della “Fenomenologia dello Spirito” di Hegel, aveva dovuto capitolare come un disgraziato delinquente preso sul fatto è costretto a confessare la propria imperizia a fregare la benemerita che “tutto vede e tutto sa”. Per cui aveva ripiegato nella letteratura divulgativa, ovvero un pregevole e svelto libello, trovato in edicola quale omaggio inserto di un quotidiano: “La Storia della Filosofia spiegata in poche parole” recitava il titolo (che non aveva tempo da perdere, LUI).

Era nelle dense pagine di tale operetta, divenuta ormai breviario serrelico, che aveva scoperto di essere un Kantiano. La cosa – manco a dirlo – sulle prime lo aveva reso oltremodo orgoglioso. “Del resto Kant non è meno di Hegel”, andava rincuorandosi. Benchè dentro rosicasse in lui il demone del surrogato, e ai suoi occhi bovini appariva l’ostacolo non superato, il nero limes del proprio Q.I. Dall’alto di questi studi aveva dunque affrontato il problema dei problemi. Quello che, da quando era nata in lui quella domanda, letta chissà dove, l’aveva spinto verso la speculazione metafisica, ovvero: “Perchè tutto esiste? Perchè non c’è semplicemente il niente?” La risposta a cui era pervenuto, dopo anni intensi di analisi, poteva sintetizzarsi in una semplice interiezione: “Cazzarola”, delle volte anche “Maròòò”.

Il giallo più intricato era, a confronto, un giochetto per ragazzine. C’è un delitto e c’è un delinquente. Effetto e causa. E a legare le due entità (certe e definibili) vi era la legge di causalità, aristotelicamente e conandoylicamente certa e definibile quasi in formole matematiche. Così è semplice – si diceva- ma in “quel trojaio” invece? Ad andare ontologicamente a ritroso delle cause e scoprire la causa causante, il primus motor, Serreli si smarriva e sentiva una goccia di sudore gelido percorrergli la spina dorsale sotto debita magliettina della salute. Del resto – se esiste – il Tutto, avrà pur le sue buone ragioni.” Era portato a concludere. Ma tale conclusione gli lasciava l’amaro in bocca, qual sorso di Fernet caldo in dì di luglio.

Così aveva preso la porca abitudine, quando era costretto a qualche pausa, di ripassare i compiti a casa. E allora lo avresti visto imbronciarsi e sul suo viso – ordinariamente aperto e perscrutabilissimo – compariva il tarlo del pensiero. Il crivello del dubbio, la socratica doglia. E a denunciarlo vieppiù accorrevano il corrucciar di sopraciglie e la piega amara del labbro, improntato a essenza dubitativa. Non era raro in quegli istanti che – colto da tali attimi di panico intellettuale e di agone analitico – si fermasse, lo sguardo fisso nel niente noumenico, col bicchiere di rabarbaro in mano, magari, piantato come statua socratica di fronte al bancone del bar di Lello. E questo succedeva anche se pochi attimi prima si stava disquisendo (en attendant Godot) di problemi a tutta prima banali e privi di qualificazione intellettuale, come per esempio il sedere di pulzelle (da marito o no) oppure della porca stagione calcistica del Cagliari. In quegli attimi qualcosa lo trasportava altrove, in spazi puri e cartesiani, e passeggiando per quelli spazi puri andava ripercorrendo l’infinita serie delle cause, a ritroso. Ma il Mondo aveva un “indizio” infinito purtroppo, non v’era modo di arrivare mai alla causa delle cause, al volto ancora in ombra del “colpevole”. Delle volte aveva l’ottimistica impressione di essere quasi alla soluzione del “caso”. Ma questi erano brevi e luminosi istanti, ai quali subentrava una delusione atroce. In questi ultimi si imputava a grave colpa non esser riuscito ad andare oltre la pagina 75 della Fenomenologia e, qual pentito “lazzarone” si riprometteva, magari nelle prossime ferie, di riprendere l’impresa, di violare quel massiccio filosofico. 

Per lui, manco a dirlo, Hegel era il massimo della filosofia, forse proprio e solo per l’unica ragione che non ne aveva capito che alcune cose (a parte i titoli quasi niente, per la verità). E anche quelle poche confusamente. Rimanevano slegate, galleggianti nella broda dell’incomprensibile, come verdura nel minestrone filosofico. Del resto la sua intuizione gli aveva fatto capire che sotto tutte quelle righe astruse c’era un “fior fiore” di cervello. “Un sistema come si deve”. A lui infatti OCCORREVA un sistema. Se no, come districarsi nel caos? Come accettare che Tutto avveniva in modo “barbaro” e inconcludente? Atomi impazziti e quanti misteriosi in nebulose probabili, dove niente v’è di certo, neppure un fottuto cartello stradale o kilometrica pietra miliare allo spirto. Come accettare di essere, lui, rappresentante in terra dell’Ordine (sebbene non metafisico) in preda al demiurgo delle probabilità. Al nero arconte del “forse che si, forse che no”?

Sarebbe una porcheria! Sarebbe un delitto, appunto! E un maresciallo non può restare inerme di fronte ad un delitto. Qualsiasi esso sia. C’è la procedura d’ufficio. Non bastasse la sola coscienza maresciallica. A spingerlo inoltre verso la speculazione metafisica era anche l’ambiente in cui il destino (Hegel l’avrebbe chiamato ZeitGeist) lo aveva deposto, quale bottiglia di birra vuota i marosi del mare in spiaggia assolata e nascosta ai bagnanti, relitto di mareggiata esistenziale. Serreli era infatti a comando della stazioncina dei C.C. a Gonnospè, in quel minuscolo paese della Sardegna Saudita dimenticato da Dio e dal catasto. 

Era lui il baluardo dello Stato fra quella povera gente semianalfabeta e occupata solo a disbarcar lunario con problemi seri quali: soldi, monete, sederi di fanciulle, denaro, sistemi di arricchimento, beni sussidiari e no, ricchezze materiali, sederi di fantesche, spiccioli, banconote… senza tralasciare, ovviamente, i posteriori femminili, le laute eredità, i possedimenti pecuniari, i petrodollari e, dulcis in fundo il lato B dell’altra parte del cielo. 

A Gonnospè la vita se la prendeva comoda. Quasi fosse in una dimensione esterna al mondo, un magico universo puffico, vigevano leggi immemorabili, costumi che parevano simili a bianche e dinosauriche ossa fossili nei confronti dell’avanzante e giulivo progresso del mondo. Il progresso, in quel misero lembo di terra, era arrivato solo, e con notevole affanno ed arrancare, coi televisori a colori sfoggiati nei vari bar e in qualche casa di abbienti. Colori che – come forse qualcuno ricorda, nei primi modelli erano a dir poco eufemistici, più adatti a delle composizioni d’avanguardia che a simulare il reale trasmesso.

Il maresciallo Serreli aveva dunque uno spirito analitico. Era uno di quelle menti che riuscivano a capire che 2 + 2 fa 4 solo il più delle volte. Per uno come Gargiulo invece sarebbe stato impossibile anche concepire che 2 + 2 non facesse sempre 4. Ma Gargiulo proveniva ancora da una logica euclidea. Non aveva cognizione del multiverso, lui!

Diede uno sguardo distratto all’orologio. Nel frattempo si erano fatte le 11. Serreli aveva poche idee, benchè confuse, su come si doveva svolgere una indagine. Ci voleva metodo… “L’esprit de finesse” come diceva quel gran bagasseri (*) di Pascal. Ci voleva intuito e una notevole predisposizione a farsi i cazzi altrui… Soprattutto questi ultimi. Del resto l’Arma è nata per quello. E’ l’unica entità ontologicamente delegata, dalle potenze divine, a farsi i cazzi di tutti.Ecco perché marescialli-indagatori si nasce… E’ una missione”. Disse a se stesso sorseggiando con calma la tazzina di caffè preparatagli dal sottoposto Gargiulo.

Ma qualcosa lo angustiava. C’era qualcosa che gli era penetrato nell’animo e che, come un tarlo, continuava a scavare in lui pericolose e franose gallerie.

“Gargiulo – disse – ma sto cazz’ e caffe… ma è possibile?”

Dalla porta comparve la testa nerocrinita di Gargiulo.

“Neh, marescià, avete chiamato?”.

Negli occhi del maresciallo, a vedere quell’apparizione gnara ed ingenua vennero quasi i lucciconi agli occhi dalla commozione filiale. Gargliulo era in fin dei conti una propagine della Giustizia in terra, un rappresentante (per quanto infimo) delle Leggi che governano il Mondo (entrambi in majuscola). E a tale metaforica rappresentanza sentiva suo dovere abbuonare la coglionaggine della sostanza. “L’essenza delle cose” riflettè “Fa si che i Gargiulo in terra siano non solo possibili, ma necessari. Come al sole è necessaria la notte. Come al delitto è necessario il castigo. Come a Rik è necessario Gian”.

Detto questo si acquetò e continuò a sorseggiare il suo caffè dove al posto dello zucchero Gargiulo aveva messo il sale. Per fortuna Gargiulo aveva altre qualità. Per esempio non raccontava barzellette sui carabinieri, sapeva cucinare bene le lumache e aveva un talento stupefacente per far parlare le vecchiette reticenti. Inoltre arbergava, in quella testa neroricciuta un animo carducciano, delle volte persino montaliano.“E in questo cazzo di paesello in cui il destino ha voluto scagliarmi quale dardo di giustizia, ormai son rimaste solo le vecchiette a poter parlare.” Pensò mentre tentava di accendersi la sigaretta sfregandosi uno zolfanello nella striscia dei pantaloni.

Operazione, questa, non andata a buon fine però. Infatti dopo essersi conficcato in una cucitura, il fiammifero da cucina dimostrava protervamente di non volerne uscire. “Niente… sto cazz’è zolfanello non collabora. Mi sa che oggi nun è cosa.” Il maresciallo Serreli aveva capito con la propria pelle adiposa, oltre che con la propria deduzione analitica, che le cose vanno per il verso loro, quasi avessero una testarda convinzione di sapere cosa fare. Se uno zolfanello voleva stare conficcato nella striscia dei pantaloni di un maresciallo (benché della benemerita)… ebbene, non c’era un cristo da fare. Meglio lasciarlo lì a mo’ di distintivo della propria conoscenza delle leggi universali. A rischio e pericolo che s’accendesse.

“Ma anche se volesse accendersi?… che potrei mai farci io?”

Di colpo apparve nitido nella sua memoria un ricordo commovente: Si ricordò quando da piccolo si faceva prestare la dentiera dal nonno per masticare la carne quando aveva mal di denti. E un profluvio di emozioni e sentimenti avvolse l’animo serrelico.

“Mia madre ha scodellato al mondo il mio corpo ma è mio nonno che mi ha fatto quello che sono” “Si… già. Ma cosa sono?”

E in preda a questo dubbio si avviò verso l’attaccapanni a prendere il cappello. Fece alcuni passi sul corridoio della stazioncina e spalancò la porta. Da questa entrò la primavera in persona. Grida di rondoni che si inseguivano sfanculantisi per le viuzze di Gonnospè, pezzi di giornale e buste di plastica riflettevano abbaglianti l’azzurro, in lontananza il profilo dei monti lontani, il cielo ancora adolescente, il razzolar dei polli nei marciapiedi, l’aria piena di pollini e fritture, l’alto amplesso del cielo e l’odore del mare che non si vedeva ma che t’entrava nei polmoni come un polline.

“Gargiulo, esco. Vado a vedere dove minkia si sono intruppati col gippone”. Disse rivolto verso l’antro oscuro in cui s’era trasformato il vestibolo.

(*) bagasseri = puttaniere (sardo)