50 sfumature di giallo – (capitolo primo)

PROEMIO OMERICO

 

Nella ferace Sardegna, isola cara al dio contrabbandier di droghe, v’è una contrada nomata appo le genti Gonnospè. E genti gonnospediche l’abitano, famose nel mondo per l’odoroso formaggio e la sagace andatura. Ivi s’erge una torre che uom vede da lungi, a meno che la vista non abbia monca e bisogni di sagge lenti molate in quel d’Olanda, o RayBans poggiati su naso aquilino a dimostrar conoscenza dell’ avvenenza maschile.

Ivi i possenti morti hanno riposo, che furono santi e nobili gesta fecero apostolicamente di Dio spargendo buona novella. E fra dessi il Santo patrono, Gonario da Torres, che meraviglie fece fra i gentili e sommi miracoli sparse pel mondo: moltiplicar di pani, di pesci e di spermatozoi, sermoneggiar sermoni a miscredenti, dare da bere ai ciechi, guarire gli assetati, risollevar pulzelle disfiorate, mettere carri davanti (ma financo dietro) ai buoi.

Tale turrita torre è sita in centro all’abitato. Chiavi ne ha l’obeso canonico Putzu. Labbra veementi verso vituperate genti e terror di beghine di pizzi incapucciate inginocchiate in primo banco a dir giaculatorie a gara, infinito biascicar di pater e avemarie. Chiavi massicce opra di fabbro insigne a spalancar portoni, degna opra d’Ikeico mastro di legna e motoseghe potenti egli tiene nelle tasche capienti. Corvaceo servo di Dio.

In verità essa è contrada aprica e lussureggiante, con acque murmuri di fonte, e pescosi laghi dove folleggiano il pesce cammello, il rombo, l’icosaedro, il pesce deretano, la lima, la pialla, la sogliola pestata dal pesce martello sul pesce incudine e altri abitatori dell’acquoreo mondo, troppo numerosi per esser numerati.

Miti brezze la percorrono provenienti da Betlemme, scendono giù costeggiando il Nilo, fra il Manzanarre e il Reno, e apportano frescura alle assolate piagge, e solleticano la verzura del fogliame di prima qualità: il verdeggiante Mirto ed il cupo Cipresso, l’effeminato Salice, il triste Tiglio, il qualunquista Pino ed il vegliardo Leccio ed altre essenze tu ne diresti quasi a somigliare il pristino Eden.

Amabili fanciulle assise ai piedi di un ontano a caso, o di un nobile pruno, amabali cantano canzoni gorgheggianti: “Nessuno le può giudicare”; “Com’era verde la valle”; “Erba di casa mia”; “Binario triste e solitario”. E l’armonia si effonde per le granitiche valli e il cavalier arresta suo ronzino all’ascoltare soffio gentile, ambio di donna, spuma di canto a ricordar madonna che l’aspetta. Loro Penelope al telaio (sempre che aspetti ancor, io non ci faccio affidamento).

Fianco alla torre s’erge nobil palagio, ben costrutto, di solide pietre connesso. Ivi ha dimora la scolta vigile dei prodi tutori dell’ordine. Nei secoli fedele, piumata chioma su cappello a navetta e bandoliera bianca a tracolla. Astuto la guida il prode Serreli, d’animo fiero e imprendibile spirito. Braccia possenti e villoso addome da eroe, stirpe illustre d’eroi, gioia di mamma, licenziato sottufficiale, che difficili test ebbe a superare fra i mortali per cingere al braccio possente i galloni dorati. Brivido ancora percorreva le menbra a mentovarne i  trabocchettici quesiti (Se A= B e B= C allora D?)

Favorir documenti è il suo scopo. A monitorare la gente che passa, chi in carro, chi in pericoloso veicolo per le strade del luogo. Favorir documenti deve allora l’incauto automedonte e cercarli pietoso, fra i crakers e le gomme “che ce li avevo qui anche ieri”. E intanto picchia bonario Serreli la capote della Panda, scricchiola intanto minaccie lo stivaletto sull’asfalteo suolo.

Avutone in mano un untuoso papiro rosato, lo squadra “se corrispondano i baffi al bravo pastore”. Ma bonario, toccandosi il cappello, saluta imponendo solerzia alla guida e orrendo pericolo minaccia laggiù presso la curva della morte, come scilla e cariddi, scoglio ardito allo Shumaker del luogo.

Ma sovra ogni altra cosa solerte Serreli scruta il cofanico antro: triangolo debito cerca, a segnalare a chi giunge accappotamento propinquo o sosta per vomitamento di bimbo, in prossima curva, in cunetta di strada statale per i monti di barbarica gente, oltre che capre, riccetto.

Non avesse a scordarlo il fannullone cornuto. Non si muova automezzo che non abbia triangolo, questa la ferrea legge del ferreo Serreli.

E per la medesima strada sen vengono innumeri greggi di becchi, e caprina gente, pecorelle, agnelli, montoni, zoccoluto pololo di mufloni e mezzo-mezzo frutto quantico di disseminazione naturale. E presso loro a vigilare vigili debiti cani (alcuni da pastore, altri da falegname, altri da geometra, altri ancora da nullafacente). E mentre belati riempiono l’aere scortano l’opimo gregge accorti pastori, verso il monte a trovare pastura, e radiolina gracchiante hanno appesa alla sporta (“Scusa Ameri, qui Ciotti”) ad allietare la noia del meriggio fra i campi.

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Informazioni su Carlo Congia

Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

3 thoughts on “50 sfumature di giallo – (capitolo primo)

  1. rodixidor ha detto:

    Complimenti per la lingua epica. 🙂

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  2. alessiagenesis ha detto:

    Vedi che il barocco piace?

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