50 SFUMATURE DI GIALLO – secondo capitolo

II – LUPUS IN FABULAM, OVVERO: INTRODUZIONE DA CANI .

Nel nostro paesello, forse per effetto del clima, forse per una disastrosa storia alle spalle, si vive come dentro un enorme albergo di villeggiatura. Si vive passabilmente non appena si sono contratte delle abitudini e, dal momento che proprio l’aria di paese favorisce le abitudini, si è tentati di dire che tutto va per il meglio. Da questo lato la vita non è certo appariscente o appassionante ma da noi, almeno, non si conosce il disordine e la sconclusionata fretta di un ambiente cittadino. Questo paese senza storia e senza pittoresco, senza vegetazione e senz’anima finisce col sembrare riposante e… vi ci si addormenta. Quelli che non dormono passano così il loro tempo ad annoiarsi e ad applicarsi a contrarre delle abitudini. I nostri compaesani lavorano molto, sempre con un unico fine: arricchirsi. Naturalmente hanno anche il gusto delle cose semplici: amano le donne, i telequiz, la nazionale e mostrar le chiappe chiare di fronte allo smeraldo del mare, ma, assai ragionevolmente, riservano queste passioni e piaceri per il sabato sera e la domenica, cercando negli altri giorni della settimana, di guadagnare più soldi possibili. La sera, lasciati i lavori, si trovano ad ore fisse nei bar, passeggiano nello stesso tratto della via principale o anche si mettono ai balconi a vedere “il mondo” passare. Ben misero mondo direte. I desideri dei più giovani (quei pochi che ancora sono rimasti e non sono svernati, come rondini verso paesi stranieri) sono modesti e dimessi mentre i vizi degli anziani non vanno oltre le boccette, i banchetti tra compagni, la sacrosanta schedina, i circoli dove si gioca al biliardo o alle carte e qualche sporadica e dimessa storia di corna. Si dirà certamente che tali cose non sono particolari del nostro paese e che, in definitiva, tutti i nostri contemporanei sono fatti in questo modo. Certamente! Niente di più normale, oggi, che veder lavorare la gente dalla mattina alla sera e sceglier poi di perder con le carte, nelle chiacchiere da bar o di fronte ad un cinescopio il tempo che rimane loro da vivere, incuranti del resto (che poi, sia detto fra noi, non è che rimanga poi tanto in una vita). Ci sono tuttavia paesi e città in cui le persone hanno il sospetto dell’esistenza di “altre” cose; in generale, questo aspetto non ne cambia la vita, se non incrostandola di una patina di leggero fastidio. Soltanto vi è stato un sospetto, ed è già qualcosa di guadagnato, stando almeno a quanto dicono tali esseri. Gonnospè invece è apparentemente un paese senza sospetti, ossia un paese del tutto moderno. Quando vi arrivai la prima volta, nell’estate del 1967 ero ancora un cucciolo nelle filosofiche braccia del mio padrone: il Prof. Amedeo Benna, 58 anni, scapolo, che di mestiere faceva il docente di Filosofia liceale in quel di Sassari. Uomo dalle molte virtù e dai pochi difetti, uno dei quali era però quello di dimenticarsi delle cose del mondo, fra le quali anche il suo cane Diogene, che poi (en passant) sarei io. La prima volta mi lasciò solo, in mezzo al marciapiede davanti al Municipio, ma non mi spaventai un granché sapendo bene che qualche pio passante gonnospedico, riconoscendomi, mi avrebbe sicuramente scortato a casa. Ma quando, finita una estate, mi lasciò nella camera che aveva affittato a Gonnospè, sentii per la prima volta il livido terrore dell’abbandono.  Vi starete sicuramente chiedendo cosa ci faceva un professore di filosofia a Gonnospé, considerato che nel piccolo paesino, chiunque avesse ottenuto la terza media era da considerarsi un accademico.  Ebbene, il Prof. Benna era solito, durante l’estate, concedersi una “trasferta amorosa”, lontano dal caos della città. Preferiva la donna di campagna, rude e vigorosa (magari a corto di mutanda) alle donnine occhialute sue colleghe, stitiche e striminzite.  E chi poteva dargli torto? Non certo io. Così, non appena gli esami terminavano, Benna partiva per il paesello andino-barbaricino, percorrendo a bordo di un autobus, residuo certo dell’oligocene, le tortuose stradine verso il Nuorese, certo di potervi trovare quello che cercava. Io le sue amanti occasionali non le ho mai viste perché non le portava mai nella sua stanza in affitto dalla vecchia Arsenia. Forse le teneva nascoste da qualche parte, oppure, più probabilmente era lui a nascondersi sotto le loro sottane in mezzo a sterminati campi di asfodeli rinsecchiti dal sole. Comunque sia, del mio primo e ultimo padrone consapevole, non ho ormai che vaghi ricordi. Vorrei poter dire la stessa cosa della mia nuova “padrona”, la vecchia Arsenia, Pilia di coniuge ma Mureddu di nascita, a cui, più per pietà cinefila che per vero convincimento, sono stato “ceduto” quale lascito testamentario di un non avente facoltà di intendere di volere. Essere il cane di un’affittacamere in un piccolo paesino dimenticato da Di, non è la fine del mondo 8sia chiaro) ha persino i suoi vantaggi. Per esempio posso fare quello che voglio senza che nessuno mi dia ordini; esco per sgranchirmi le zampe e la mente canina e rincaso solo per mangiare. Non ho il fardello della custodia di grandi beni, che avrei potuto di certo avere se fossi stato il cane di un albergo a cinque stelle; non sono costretto ad abbaiare di notte al minimo rumore… chi volete che venga a rubare a Gonnospé? La vecchia Arsenia si illude però se pensa che io sia una sua proprietà.  Vorrete forse che ora mi metta a contraddire una povera vedova? Sposata giovanissima a Gavino Pilia, fabbro e maniscalco locale, detto “Nuragheddu” – forse per la sua possante corporatura o più probabilmente per la forma troncoconica della persona – sarebbe stata una di quelle donne dedite solo alla casa e attorniata da molteplice figliolanza. Se solo ne avesse avuto, di figli intendo. Gavino, da parte sua, non aveva forse una virilità degna del suo soprannome, a scanso della maschia professione, e quando morì, lasciò alla moglie nient’altro che la sua pensione da artigiano, oltre ai debiti che aveva contratto al gioco. Il pover’uomo, infatti, tentò di lenire il dolore della mancata procreazione dandosi spasmodicamente al tresette, ma ahinoi, era una pippa anche lì. La vedova si mise così ad affittare le camere della sua casa per vedersi un po’ di gente intorno, insieme a qualche quattrino nelle saccoccie. Quanto a me, sono arrivato alla conclusione che un padrone vale l’altro, avendo ormai destituito quel sostantivo  di ogni dignità. Potrei dimostrarvi algebri- camente, e dunque con assoluta certezza, che un padrone non è nient’altro che una ciotola piena. Ho sentito affermare da una vecchia comare: “Che se ne fa una donna di un uomo? Gli uomini sono sporchi e portano malattie”. Lo stesso vale per i padroni. D’altro canto però, se è vero che nella sua immediatezza l’essere è un universale astratto, privo dunque di contenuto, ad uno sguardo più profondo sarà facile notare che la mia essenza non si limita solo a quella di essere cane. Il puro essere cane è difatti qualcosa cui sono essenziali negazioni e mediazione. Ebbene io nego categoricamente di essere soltanto un bassethound (per quanto piuttosto elegante e sorprendentemente aristocratico) e concilio questa mia negazione con la volontà di essere anche altro. Certo non vorrei essere come il nostro affittuario Serreli che ha la stessa elasticità mentale di una cerbottana, e men che meno vorrei essere un puzzolente randagio senza la benché minima traccia di pedigree. I meticci al giorno d’oggi sanno essere grottescamente invadenti … Te li ritrovi attaccati al fondoschiena che cercano di elemosinare la tua attenzione, strumentalizzando le pulci a mo’ di croce del sacrificio. Ma io non mi faccio intimorire perché sono certo che avranno un valido motivo per albergare nei corpi dei reietti della società, le pulci. Dunque io mi nego per non essere soltanto un cane. Io sono anche altro e nel cammino del mio spirito riuscirò a trovare la conoscenza assoluta. Di questo sono assolutamente sicuro. Da quanto esposto vi sarebbe facile dedurne che mai vorrei scambiare la mia condizione con quella umana, ma se anche ne fossi costretto credo che il Brigadiere Serreli sarebbe di certo l’ultimo uomo che vorrei essere.  Arrivò qui in estate, la stessa in cui fui abbandonato (o dimenticato, che suona meglio).  La prima volta che lo vidi era sudato come pecorino esposto al sole nel cruscotto di una macchina abbandonata ad agosto sulla spiaggia. Aveva dei baffi umidicci e i capelli ispidi, entrambi neri e  decisamente poco pettinati. Tutta quella peluria certo non lo facilitava alla sopportazione di quel caldo torrido che l’estate ci dona gentilmente ogni anno. Tagliarli no eh? Forse si immaginava un Sansone sui generis… Comunque, di una cosa ero certo: veniva da fuori.  L’indizio che mi portò ad elaborare questa assoluta verità era che si trascinava una valigia enorme che oltre le mutande doveva per forza contenere l’aspettativa di una vita migliore. E tu una vita migliore te la vieni a cercare a Gonnospè?  Più tardi appresi dalla vecchia Arsenia (mentre spettegolava sul balconcino con Rosa Steri) che il giovane Selleri, vinto il concorso da Sottufficiale dell’Arma, fu mandato in questo gioioso angolo del mondo a mo’ di punizione divino-burocratica poiché la capra aveva ottenuto il punteggio minimo nel difficilissimo quiz. Me lo immagino mentre tenta, ansioso e sudataccio, di risolvere l’annosa questione di quanto faccia un cesto di  dieci pere se il piccolo Mario ne mangia per caso due al giorno  per merenda. La cosa che più mi farebbe sorridere, se solo ne avessi la capacità, sarebbe poi pensare al suo “sistema filosofico”. Già, perché egli si picca di esser filosofo. Forse solo perché lo vedo tutte le settimane all’edicola a ritirare “Micromega”. Mi rifiuto categoricamente di pensare agli usi riservati a tale rivista. Tutto sommato è un esempio dei tempi. La plebe che ottiene la facoltà di pensiero a suon di maggioranze. Come se il mondo e la natura si potessero capovolgere col solo volere. Ai tempi dei miei bisnonni molti di questi sarebbero stati, nel più roseo dei casi, appena delle braccia per mietere. O per trascinare navi ingolfate nel canale di Suez a suono di corde e sudore di schiena. Essere qui o in qualsivoglia parte dell’universo mondo ha dunque poca importanza. Parigi o Gonnospè è solo questione di aristotelici accidenti. La gente, qui o altrove sempre gente rimane. E questo vale per l’umana e la canina gente. Gli abitanti di Gonnospè, pari ai loro cloni parigini, come pulci sulla groppa magra e costolosa di un cane randagio, non albergano in sé segni di individualità. Se anche questa parola abbia un senso per loro. Le chiappette di Polly mi fanno capolino dal cespuglio. Vado ad accoppiarmi e torno. 

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Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

4 thoughts on “50 SFUMATURE DI GIALLO – secondo capitolo

  1. rodixidor ha detto:

    Molto simpatico e coinvolgente guardare gli abitanti di Gonnospè attraverso lo sguardo di un cane (mi son perso il nome? ) sagace ed aristotelico quadrupede. Ti si legge con piacere. 🙂

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  2. rodixidor ha detto:

    Unica imperfezione che trovo nel testo è che un carabiniere non può essere brigadiere, tutt’al più maresciallo 🙂

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  3. alessiagenesis ha detto:

    Il cane si chiama Diogene?( ora andrò a rileggere ,ma prima voglio continuare gli altri capitoli) per ora lo lasciamo con Polly!!

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