50 sfumature di giallo (capitolo quarto)

IV La mente Serrelica.

 

Il Mondo (con la majuscola ovviamente, perché quello con la minuscola so’ bravi tutti a conoscerlo) per il maresciallo Serreli era un complesso problema. Aveva cercato, con tutte le sue cognizioni scuolesche, di affrontare uno studio filosofico serio, ma arrivato alla pagina 75 della “Fenomenologia dello Spirito” di Hegel, aveva dovuto capitolare come un disgraziato delinquente preso sul fatto è costretto a confessare la propria imperizia a fregare la benemerita che “tutto vede e tutto sa”. Per cui aveva ripiegato nella letteratura divulgativa, ovvero un pregevole e svelto libello, trovato in edicola quale omaggio inserto di un quotidiano: “La Storia della Filosofia spiegata in poche parole” recitava il titolo (che non aveva tempo da perdere, LUI).

Era nelle dense pagine di tale operetta, divenuta ormai breviario serrelico, che aveva scoperto di essere un Kantiano. La cosa – manco a dirlo – sulle prime lo aveva reso oltremodo orgoglioso. “Del resto Kant non è meno di Hegel”, andava rincuorandosi. Benchè dentro rosicasse in lui il demone del surrogato, e ai suoi occhi bovini appariva l’ostacolo non superato, il nero limes del proprio Q.I. Dall’alto di questi studi aveva dunque affrontato il problema dei problemi. Quello che, da quando era nata in lui quella domanda, letta chissà dove, l’aveva spinto verso la speculazione metafisica, ovvero: “Perchè tutto esiste? Perchè non c’è semplicemente il niente?” La risposta a cui era pervenuto, dopo anni intensi di analisi, poteva sintetizzarsi in una semplice interiezione: “Cazzarola”, delle volte anche “Maròòò”.

Il giallo più intricato era, a confronto, un giochetto per ragazzine. C’è un delitto e c’è un delinquente. Effetto e causa. E a legare le due entità (certe e definibili) vi era la legge di causalità, aristotelicamente e conandoylicamente certa e definibile quasi in formole matematiche. Così è semplice – si diceva- ma in “quel trojaio” invece? Ad andare ontologicamente a ritroso delle cause e scoprire la causa causante, il primus motor, Serreli si smarriva e sentiva una goccia di sudore gelido percorrergli la spina dorsale sotto debita magliettina della salute. Del resto – se esiste – il Tutto, avrà pur le sue buone ragioni.” Era portato a concludere. Ma tale conclusione gli lasciava l’amaro in bocca, qual sorso di Fernet caldo in dì di luglio.

Così aveva preso la porca abitudine, quando era costretto a qualche pausa, di ripassare i compiti a casa. E allora lo avresti visto imbronciarsi e sul suo viso – ordinariamente aperto e perscrutabilissimo – compariva il tarlo del pensiero. Il crivello del dubbio, la socratica doglia. E a denunciarlo vieppiù accorrevano il corrucciar di sopraciglie e la piega amara del labbro, improntato a essenza dubitativa. Non era raro in quegli istanti che – colto da tali attimi di panico intellettuale e di agone analitico – si fermasse, lo sguardo fisso nel niente noumenico, col bicchiere di rabarbaro in mano, magari, piantato come statua socratica di fronte al bancone del bar di Lello. E questo succedeva anche se pochi attimi prima si stava disquisendo (en attendant Godot) di problemi a tutta prima banali e privi di qualificazione intellettuale, come per esempio il sedere di pulzelle (da marito o no) oppure della porca stagione calcistica del Cagliari. In quegli attimi qualcosa lo trasportava altrove, in spazi puri e cartesiani, e passeggiando per quelli spazi puri andava ripercorrendo l’infinita serie delle cause, a ritroso. Ma il Mondo aveva un “indizio” infinito purtroppo, non v’era modo di arrivare mai alla causa delle cause, al volto ancora in ombra del “colpevole”. Delle volte aveva l’ottimistica impressione di essere quasi alla soluzione del “caso”. Ma questi erano brevi e luminosi istanti, ai quali subentrava una delusione atroce. In questi ultimi si imputava a grave colpa non esser riuscito ad andare oltre la pagina 75 della Fenomenologia e, qual pentito “lazzarone” si riprometteva, magari nelle prossime ferie, di riprendere l’impresa, di violare quel massiccio filosofico. 

Per lui, manco a dirlo, Hegel era il massimo della filosofia, forse proprio e solo per l’unica ragione che non ne aveva capito che alcune cose (a parte i titoli quasi niente, per la verità). E anche quelle poche confusamente. Rimanevano slegate, galleggianti nella broda dell’incomprensibile, come verdura nel minestrone filosofico. Del resto la sua intuizione gli aveva fatto capire che sotto tutte quelle righe astruse c’era un “fior fiore” di cervello. “Un sistema come si deve”. A lui infatti OCCORREVA un sistema. Se no, come districarsi nel caos? Come accettare che Tutto avveniva in modo “barbaro” e inconcludente? Atomi impazziti e quanti misteriosi in nebulose probabili, dove niente v’è di certo, neppure un fottuto cartello stradale o kilometrica pietra miliare allo spirto. Come accettare di essere, lui, rappresentante in terra dell’Ordine (sebbene non metafisico) in preda al demiurgo delle probabilità. Al nero arconte del “forse che si, forse che no”?

Sarebbe una porcheria! Sarebbe un delitto, appunto! E un maresciallo non può restare inerme di fronte ad un delitto. Qualsiasi esso sia. C’è la procedura d’ufficio. Non bastasse la sola coscienza maresciallica. A spingerlo inoltre verso la speculazione metafisica era anche l’ambiente in cui il destino (Hegel l’avrebbe chiamato ZeitGeist) lo aveva deposto, quale bottiglia di birra vuota i marosi del mare in spiaggia assolata e nascosta ai bagnanti, relitto di mareggiata esistenziale. Serreli era infatti a comando della stazioncina dei C.C. a Gonnospè, in quel minuscolo paese della Sardegna Saudita dimenticato da Dio e dal catasto. 

Era lui il baluardo dello Stato fra quella povera gente semianalfabeta e occupata solo a disbarcar lunario con problemi seri quali: soldi, monete, sederi di fanciulle, denaro, sistemi di arricchimento, beni sussidiari e no, ricchezze materiali, sederi di fantesche, spiccioli, banconote… senza tralasciare, ovviamente, i posteriori femminili, le laute eredità, i possedimenti pecuniari, i petrodollari e, dulcis in fundo il lato B dell’altra parte del cielo. 

A Gonnospè la vita se la prendeva comoda. Quasi fosse in una dimensione esterna al mondo, un magico universo puffico, vigevano leggi immemorabili, costumi che parevano simili a bianche e dinosauriche ossa fossili nei confronti dell’avanzante e giulivo progresso del mondo. Il progresso, in quel misero lembo di terra, era arrivato solo, e con notevole affanno ed arrancare, coi televisori a colori sfoggiati nei vari bar e in qualche casa di abbienti. Colori che – come forse qualcuno ricorda, nei primi modelli erano a dir poco eufemistici, più adatti a delle composizioni d’avanguardia che a simulare il reale trasmesso.

Il maresciallo Serreli aveva dunque uno spirito analitico. Era uno di quelle menti che riuscivano a capire che 2 + 2 fa 4 solo il più delle volte. Per uno come Gargiulo invece sarebbe stato impossibile anche concepire che 2 + 2 non facesse sempre 4. Ma Gargiulo proveniva ancora da una logica euclidea. Non aveva cognizione del multiverso, lui!

Diede uno sguardo distratto all’orologio. Nel frattempo si erano fatte le 11. Serreli aveva poche idee, benchè confuse, su come si doveva svolgere una indagine. Ci voleva metodo… “L’esprit de finesse” come diceva quel gran bagasseri (*) di Pascal. Ci voleva intuito e una notevole predisposizione a farsi i cazzi altrui… Soprattutto questi ultimi. Del resto l’Arma è nata per quello. E’ l’unica entità ontologicamente delegata, dalle potenze divine, a farsi i cazzi di tutti.Ecco perché marescialli-indagatori si nasce… E’ una missione”. Disse a se stesso sorseggiando con calma la tazzina di caffè preparatagli dal sottoposto Gargiulo.

Ma qualcosa lo angustiava. C’era qualcosa che gli era penetrato nell’animo e che, come un tarlo, continuava a scavare in lui pericolose e franose gallerie.

“Gargiulo – disse – ma sto cazz’ e caffe… ma è possibile?”

Dalla porta comparve la testa nerocrinita di Gargiulo.

“Neh, marescià, avete chiamato?”.

Negli occhi del maresciallo, a vedere quell’apparizione gnara ed ingenua vennero quasi i lucciconi agli occhi dalla commozione filiale. Gargliulo era in fin dei conti una propagine della Giustizia in terra, un rappresentante (per quanto infimo) delle Leggi che governano il Mondo (entrambi in majuscola). E a tale metaforica rappresentanza sentiva suo dovere abbuonare la coglionaggine della sostanza. “L’essenza delle cose” riflettè “Fa si che i Gargiulo in terra siano non solo possibili, ma necessari. Come al sole è necessaria la notte. Come al delitto è necessario il castigo. Come a Rik è necessario Gian”.

Detto questo si acquetò e continuò a sorseggiare il suo caffè dove al posto dello zucchero Gargiulo aveva messo il sale. Per fortuna Gargiulo aveva altre qualità. Per esempio non raccontava barzellette sui carabinieri, sapeva cucinare bene le lumache e aveva un talento stupefacente per far parlare le vecchiette reticenti. Inoltre arbergava, in quella testa neroricciuta un animo carducciano, delle volte persino montaliano.“E in questo cazzo di paesello in cui il destino ha voluto scagliarmi quale dardo di giustizia, ormai son rimaste solo le vecchiette a poter parlare.” Pensò mentre tentava di accendersi la sigaretta sfregandosi uno zolfanello nella striscia dei pantaloni.

Operazione, questa, non andata a buon fine però. Infatti dopo essersi conficcato in una cucitura, il fiammifero da cucina dimostrava protervamente di non volerne uscire. “Niente… sto cazz’è zolfanello non collabora. Mi sa che oggi nun è cosa.” Il maresciallo Serreli aveva capito con la propria pelle adiposa, oltre che con la propria deduzione analitica, che le cose vanno per il verso loro, quasi avessero una testarda convinzione di sapere cosa fare. Se uno zolfanello voleva stare conficcato nella striscia dei pantaloni di un maresciallo (benché della benemerita)… ebbene, non c’era un cristo da fare. Meglio lasciarlo lì a mo’ di distintivo della propria conoscenza delle leggi universali. A rischio e pericolo che s’accendesse.

“Ma anche se volesse accendersi?… che potrei mai farci io?”

Di colpo apparve nitido nella sua memoria un ricordo commovente: Si ricordò quando da piccolo si faceva prestare la dentiera dal nonno per masticare la carne quando aveva mal di denti. E un profluvio di emozioni e sentimenti avvolse l’animo serrelico.

“Mia madre ha scodellato al mondo il mio corpo ma è mio nonno che mi ha fatto quello che sono” “Si… già. Ma cosa sono?”

E in preda a questo dubbio si avviò verso l’attaccapanni a prendere il cappello. Fece alcuni passi sul corridoio della stazioncina e spalancò la porta. Da questa entrò la primavera in persona. Grida di rondoni che si inseguivano sfanculantisi per le viuzze di Gonnospè, pezzi di giornale e buste di plastica riflettevano abbaglianti l’azzurro, in lontananza il profilo dei monti lontani, il cielo ancora adolescente, il razzolar dei polli nei marciapiedi, l’aria piena di pollini e fritture, l’alto amplesso del cielo e l’odore del mare che non si vedeva ma che t’entrava nei polmoni come un polline.

“Gargiulo, esco. Vado a vedere dove minkia si sono intruppati col gippone”. Disse rivolto verso l’antro oscuro in cui s’era trasformato il vestibolo.

(*) bagasseri = puttaniere (sardo)

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Informazioni su Carlo Congia

Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

2 thoughts on “50 sfumature di giallo (capitolo quarto)

  1. alessiagenesis ha detto:

    E ora si aspetta con ansia il prossimo capitolo,anche per sapere xdove sia finito il gippone( che non sia diventato un gibbone!! Stupidaggine!!) 🙂 .È diventato maresciallo , ma io pensavo che esistesse anche il grado di brigadiere ( nei films di Totò e Fabrizi?) , è evidente che ignoro molte cose!

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  2. rodixidor ha detto:

    Qui ripetutamente mi si sottovaluta il valore filosofico ed esistenziale del sedere delle pulzelle. E’ una grave omissione questa nel mondo dei valori del simpatico maresciallo. 🙂

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