50 sfumature di giallo (capitolo terzo)

III – L’eroe si manifesta

 

L’aria dello stanzino a quell’ora era un qualcosa di palpabile fisicamente; si era presi dalla voglia di muoversi a bracciate, di avanzare a rana o a delfino. L’esiguità dello spazio suggeriva però altri paragoni, per esempio quello di essere un cotechino in una pentola abbandonata, in dì natalizio, su di un fornello acceso.

Il brigadiere scelto Serreli boccheggiava sull’orlo di una piccola scrivania ingombra di carte e cianfrusaglie. Nella sua mente, nel frattempo, misti a sogni di improbabili fotomodelle caraibiche, fluttuava qualcosa di preoccupante. Anzi erano diversi qualcosa, una serie di preoccupanti e indefiniti qualcosa, miriadi di qualcosa che si scontravano come cubetti di ghiaccio in un bicchiere di Kambusa l’amaricante.

Fra tutti i qualcosa emergeva però una grande stanchezza professionale e un sordo e appena accennato livore verso il mondo fenomenico (rappresentato in tal caso dal “Comando”) che gli aveva appena negato le ferie richieste. Avrebbe dovuto passare la canea estiva in quel posto infelice.

Quasi a sottolineare il contrapasso dantesco, in sottofondo, dalla radiolina ubicata in una stanza vicina, si sprigionava nell’aere l’ultimo successo di Gianni Nazzaro.

Nervosamente, e cercando di muovere il meno possibile l’aria afosa e appiccicaticcia, Serreli tamburellava qualcosamente con l’indice grassoccio sul bordo della scrivania (a stare al suo senso del ritmo doveva rappresentare “oh ledibì” dei bitols).

Guardò per l’ennesima volta l’orologio subacqueo Jaguar al polso: “Già le 10,30, quanto caspita ci mettono ad arrivare? Oggi ci becchiamo tutti una bella insolazione!”

Non potendo sfoderare la sua fida Beretta 92 e crivellare di colpi quel maledetto ventilatore a soffitto la cui unica funzione sembrava, oltre quella di emettere un refrigerante cigolio, di rimestare l’acqua di cottura a mo’ di mestolo (metafora questa, a dire il vero, ben poco caraibica) si limitò ad un assolo di indice alla Ringo Star (i piatti per la rullata finale, essendo posti esattamente nel portamatite, richiedevano un leggero curvarsi sulla poltroncina in fintapelle d’ordinanza.)

Aspettava l’arrivo del “gippone” alla guida del quale l’autista PierGiommaria Pedde scortato dall’appuntato Nestore Mallus che l’avrebbe portato “sul luogo delle indagini”, ovvero in giro per alcuni muri del paesello.

“Lo dicevo io che prima o poi sarebbe successo qualcosa quaggiù” pensava soddisfatto. E dai e ridai alla fine, per sua massima astuzia preconitrice, era successo il “misfatto”. la misteriosa comparsa di quei manifestini eversivi e minatori.

Mentre Serreli aspetta l’arrivo dei nostri onde involarsi in fantastiche avventure investigative, noialtri (per non stare con le mani in mano, visto che il tempo è denaro per tutti, tranne forse che per il sottoscritto autore) noialtri ne approfitteremo per dare al lettore un seppur vago ritratto del brigadiere scelto della “Benemerita”.

In genere la nostra fantasia immaginativa è portata a sostituire ad una professione o impiego una ben precisa fisionomia. Nel farci una prima idea della figura di un macellaio, per esempio, ce lo immagineremo col suo bel grembialino insanguinato, debitamente impreziosito di ditate, una corporatura maschia e ben piantata, con capelli corti e radi fino al limite dello sconforto, un aria gioviale e nel contempo furba e la matita rigorosamente all’orecchia. Allo stesso modo una bibliotecaria non può che essere sul limes della racchiaggine, con occhiali dappertutto, piatta e magra come la vita, con dei capelli fra il color topo e il nero abbandono e un vestitino talmente antiquato da fare pena persino ai negozietti dei cinesi. Mai un camionista potrebbe apparirci dai lineamenti fini e delicati, dalle mani diafane e nervose posate sul volante come su una tastiera di pianoforte Steinway, magari con lo sguardo perso verso chissà quali orizzonti di sogno e i capelli serici accarezzati dal vento misto agli aromi della macchia mediterranea  e alle zagare o i ranuncoli infiltrante dal finestrino dell’autoarticolato.

Ben più prosaicamente pensa a riguardo la Natura e la società umana nella sua realtà. E ciò era vieppiù manifesto nel caso del brigadiere Adelmo Serreli.

Ora, non arrivo a pretendere che un ispettore dei carabinieri debba per forza avere una figura slanciata e un viso affascinante o che i suoi lineamenti riflettano la sagacia, l’intuito e l’intelligenza necessari a svolgere questa delicata professione. Non vorrò certo che un clichè da telefilm californiano mi suggerisca un tipo simpatico, oppure un genio dall’impermeabile frustato e il sigaro spento in bocca che finge astutamente e per gioco una dabbenaggine recitata.

Però, un minimo di apparenze ci vuole! Lo richiede la nostra cultura holliwoodiana.

Sebbene di gentile aspetto, il nostro eroe avea figura tendente alle curve rubensiane, ma senza veruna affettazione. Per carità, niente di telenovelico nei suoi maschi e  focosi mustachos. E veruna ostentazione mostrava la riccia capigliatura, impreziosita di bianchezze forforiche pari a stelle in notte caliginosa, ma, il tutto, pur sempre nei limti di legge, delle convenzioni europee e del convenuto nell’umano gregge

Semmai una tendenza all’epa, tipica di burocratico lavoro e di statale impiego. Quasi che la triste e ripetitiva nenia delle pratiche e del trantran brigadierico procurasse riflessi e l’anima, china sulle scartoffie o sul rullo di olivetti pesante, modellasse la schiena aggiungendo straterelli e straterelli di pietoso grasso ad altezza di cinghia.

Veniva dalla plaga assolata e polverosa del Campidano, Laggiù, oltre la foschia dell’umido che si percepiva all’orizzonte: un paesello non certo molto più grande di Gonnospè, ma con velleità di cittadina solo per esser sede di un liceo di preti e di un vecchio castellaccio, disadorno cubo turrito ancora abitato da un rimasuglio di Conti di fresca nomina sabauda. Per il resto il paese produceva le due grandi ricchezze dell’isola: la polvere e la noia.
Figlio di un modesto vignaiolo, Adelmo, era tangenzialmente scampato al bracciantato e alle piacevolezze di georgica esistenza, solo per il fatto di esser primogenito e, cosa più grave, gracilino nell’infanzia.
Il babbo aveva messo ormai nel conto che lo Stato se lo sarebbe lavorato e qualcosa avrebbe fatto di quelle ossicina che a stento sembravano regger sé stesse (“Neppure una cassa di meloni in spalla mi sopporta”).
Così, non appena presa con sudor di fronte e di meningi la licenza media e aver visto di sfuggita le prime classi di un ginnasio, lo Stato lo volle a sé. Fra calde braccia materne ne fece uomo. e che uomo! Gioia di mamma a vederlo tornare splendente in militar presenza, baschetto all’ascella, denti tutto suo nonno, colui.

Quel coitus interruptus con la sapienza del mondo aveva però lasciato nell’animo del giovine una cicatrice che, con l’andare del tempo, s’era allargata fino a farne vulnus e a dolere nelle notti umidicce, fra il girarsi di tra lenzuola pesanti d’insonnia. Glien’era rimasta come una sorta di “voglia”, quasi gli avessero strappato di mano il fiasco proprio mentre pregustava il fresco vinello scendergli gorgogliante la strozza e calore versar alle trippe.

Il sapere precluso scavò in lui trincee e fossi e catacombe fino a renderne l’animo rintronante di voci e di spifferi.

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Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

2 thoughts on “50 sfumature di giallo (capitolo terzo)

  1. rodixidor ha detto:

    “ledibì” dei bitols è geniale ! 🙂
    Il personaggio di Serreli carsico e comico è ben costruito, aspettiamo gli sviluppi.

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  2. alessiagenesis ha detto:

    ..il tempo è denaro , tranne forse x il sottoscritto autore…. 🙂

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