50 sfumature di giallo (capitolo sesto)

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Ma come figlia di luce brillò Aurora dalle dita rosate, allora acqua versò nella vescica all’accorto Serreli acché si svegliasse e pronto fosse all’opra del giorno. Ed egli si alzò dal letto brunito e, ringraziando gli dei dell’Olimpo, verso l’oscuro cesso egli andava, a sollevare lo stimolo e fiotto gagliardo versar nella tazza, opra di astuto artigiano, che nel fuoco cocette ceramiche bianche e igienica forma gli diede ad accogliere stronzi d’umani.

E a duplice scopo prese, astutamente l’accorto Serreli, foglio di quotidiano locale di data pregressa. E assiso al trono, con cuore dolente, dipanava il volere del Fato e mirava le grandi cose del Mondo, gioioso spettacolo agli dei, prima che le interiora vuotasse.

E come l’otre interno ebbe leggero verso il ben provvisto tinello si volse a preparare bevanda che rincuorasse le trippe, ché giornata tremenda gli apprestava la Parca.

Forti tronchi di ritorto ginepro confitti nei muri di pietra avea come cielo il tinello, grande lavoro di manovali lo aveva creato e sopra di esso posato impiantito di assi. Lontano s’udiva l‘ancella accingersi all’opra scopando con forte ramazza di mirto risecco e cantava, la biancocrinita vecchietta, canzone di festival dolce. La melodia del molleggiato famoso, “con 24 mila baci”, che il cuore s’aprì al forte Serreli, ricordando la madre lontana.

E mentre udiva e ricordava caffettiera approntava, con polvere nera riempiva, e fresca acqua di fonte a fare bevanda pel cuore d’eroi. Caffè la chiamavano e caffè la chiamava anche lui, che Serreli non albergava cuore di rivoluzionario sovvertitor di leggi e di costumi.

E come il fuoco fu pronto, uscendo da sibilanti spiragli, in lingue blu per magnifico aggeggio, lo sbadigliante Serreli vi pose la moka a che scaldasse e producesse il succo cordiale caro agli umani.

E dentro di sè pensava, maresciallo nel cuore, al tristo destino che sbalzato l’aveva dal grembo materno per i mali del mondo. E ricordava Nunziatino, e Irene, dalle trecce di fieno e l’occhialuto Luigi, analfabeta nel cuore, ma pur contento d’esistere e Bianca, mutanda di lana, o Pino, mano veloce di biglia e lesto portator di figurine, abile in fionda fra i ragazzi del viale.

E versando lacrime interne, a infanzia trascorsa, lo strappò pietoso gorgoglio di moka. Presina di pizzo mise allora alle mani, acché non bruciasse la pelle la bachelite del manico. E inclinando versava nera bevanda in porcellana di Sevres sbreccata, con scene di caccia alla volpe mirabilmente dipinte in Inghilterra distante. Mano di Regina possente e vegliarda ancor la governava, grande fra gli stati del mondo.

E come bevuto ebbe la forte bevanda cara agli umani ecco che ai fianchi cicciosi cinturone cingeva, ricco di numerose cartucce, e giubba mimetica, a che nascondesse figura alla preda fra il folto del bosco. E precisa doppietta metteva alle spalle l’ignaro.

Non sapeva cosa apprestava per lui la dea della caccia.

Simile a Rambo fulgente apparve poi nella luce del vano, spalancandone i poco solerti cardini. Ed entrò nel mattino fra gli sbadigli dei galli, disturbati dal ciabattar di stivali chiodati sull’aia. Respirò a fondo, fino a riempirsi i polmoni, e nel farlo avvertì il solito dolorino alle reni, ad avvisarlo che era meglio non provarci a saltare la staccionata di colpo, come faceva da giovane.

Una mano in tasca frugò per cercare tabacco. Mai volesse il cielo che se lo dimenticasse. Scostando le gambe si piantò nella stradina. E pareva così un ridicolo colosso di Rodi, in scala uno a mille come da kit di montaggio d’edicola.
Sotto le gambe passavano
intanto lombrichi e vita minuta di insetti. E lo vedevano alto come babelica torre, smisurata figura.

Aspettava Tziu Nanni, il compare. Insieme si sarebbero infrattati pei monti alla ricerca di funghi e cinghiali. (Ma più funghi, ovviamente).

Per la stradicciola lastricata di ciottoli ancora umidi della brina avanzava curva una figura, stagliandosi nel limpido cielo che già prometteva canèa. Gli occhi chini, la lucida canna che spuntava dalle spalle un po’ curve dal peso degli anni.

Quando fu vicino alla Meraviglia del Mondo, si limitò a toccarsi il berretto, che sembrava tenuto su solo da delle enormi sopracciglia ricciute, e lanciare un sorriso verso Serreli.

– Come andiamo, Tziu Nanni?

– A piedi, no?

– No, chiedevo, come andiamo… noi… voi… Insomma, tutto bene?

– Se posso rispondere non mi lamento ancora

– Già. L’importante è accontentarsi… mica come certi piagnoni, come certe anime in preda al “non so cosa voglio”. Gente che vuole sovvertire il mondo solo perché s’annoia.

– Oggi, mi sa che… – osservò il compare sollevando lo sguardo e dando un’occhiata al cielo come un ragioniere che scrutasse un 740 mal compilato.

– Vabbè, ci prenderemo quello che ci manda la sorte. – Disse il maresciallo cercando di sdrammatizzare la cosa.

– Cosi è. – Si limitò ad assentire laconicamente il compare.

Senza altri indugi si affiancarono e presero per un viottolo che immetteva dopo poche e dirute casupole, direttamente nella campagna, fra i muretti a secco di pietre vulcaniche, il cui triste colore era smorzato appena da pochi e malandati licheni.

Nei campi un tripudio di spini fioriti, carciofi selvatici, rovi, puntute agavi enormi e l’immane marea delle erbe riarse. La natura sembrava essersi sbizzarrita, in quel canto, ad accumulare tutto ciò che nel mondo vegetale avesse spine in grado di stracciare vestiti, pungere, forare, bucare… rompere i coglioni alla gente che cammina, insomma.

Serreli, in mezzo a neroazzurra nuvoletta di fumo, arrancava dietro la schiena di Tziu Nanni qual dietro navigator satellitare improbo turista.

La natura gli aveva sempre fatto uno strano effetto. Mancava di qualcosa che Serreli non riusciva ad afferrare.. Tutto quel profluvio di specie vegetali, di insetti, di bestioline che arrancavano, per pura sopravvivenza, nascoste e formicolanti ai suoi piedi gli metteva dei brividi addosso.

Non c’era un nesso, non c’era nessun “indizio” da seguire in quell’immenso guazzabuglio vitale. Aveva ben voglia di ripetersi, hegelianamente, che il Reale é razionale, lui questa razionalità non la vedeva.

Era invece semmai il putrido mondo del Caos, un incubo per qualunque mente Conandoylica, un coacervo di “prove” e di “imputati” ma senza verun “misfatto”. O meglio, il misfatto c’era ed enorme: era la stessa realtà (o vita che dir la si volesse).

Chino il capo sugli spini che gli graffiavano i gambali di cuoio, strascicava così il passo dietro Nanni che pareva invece fottersene allegramente sia di Heghel, di Eraclito e della realtà fenomenica tutt’a un mazzo.

Tziu Nanni camminava infatti come fosse una di quei miliardi di creature, prive persino di una catalogazione tassonometrica, senza grosse elucubrazioni mentali, quasi avesse scoperto, per istinto, che qualunque pensiero sul Tutto, porta necessariamente a rovinarsi l’appetito e, a caccia soprattutto, non beccare neanche un fringuello.

Davanti al vecchio, felice come una pasqua, andava correndo Diogene, in cane di Arseia che si aggiungeva sempre a quelle scorribande zoologiche. Non v’era cespuglio che sfuggisse al suo odorato o albero che non ricevesse almeno una stilla del suo prezioso liquido urinario.

“Anche lui è natura – pensava Serreli. E in un attimo fu posseduto da una strana impressione: che non ci fosse poi tanta differenza fra lui, Diogene, Tziu Nanni o una delle creaturine nascoste fra i sassi. La differenza era solo illusoria. Persino quella di ritenersi un individuo razionante, un io. “Siamo solo fenomeni.” concluse sollevando il berretto dalla fronte già imperlata di piccole gocce di sudore non filosofico.

Arrivarono ai bordi del lecceto che il sole era già alto nel cielo e ancora non avevano sparato una sola fucilata. Già l’omerico stomaco maresciallico esprimeva il suo giudizio sull’inutilità della caccia e i suoi borbottii parevano dei cachinni sardonici alla becera storia dell’uomo cacciatore.

Per i campi, che il torrido aveva colorato d’oro, giacevano le erbe risecche. A guardar bene quei campi erano nient’altro che un enorme cimitero di piante sterminate dal torrido. E mentre volgeva il capo a cercar una parvenza di verde, Serreli sentì, all’improvviso, come si fosse accorto solo allora, il frinire incessante e assordante dei grilli. Ed era come se quel verso nascesse dalla terra stessa e fosse il suo lamento, la sua preghiera per un po’ di ristoro.

“I grilli!” si disse. “Che minchia gliene fotte a un grillo della Fenomenologia dello spirito? Freme forse perché il reale è razionale?”

Si accese un altra Nazionale, quasi che il tabacco potesse aiutarlo a risolvere il “caso”.

“Che il reale sia razionale lo può ammettere solo colui che passa la vita fra la polvere e il prurito dei libri, nella sua tedesca cameretta filosofica, ben imbacuccato e foderato di pantofoline di Varese, lontano da tutto questo trojaio, da questa atroce meraviglia (che non lo veda, per carità, a confondergli le sacre idee sistematiche, che non arrivi, come una folata, a disfar il castello di carte costruito con pazienza idealistica per tutta la vita.)”

Delle volte aveva la netta sensazione che il suo posto non dovesse essere lì, a Gonnospè, fra le caprette che gli facevan Ciao ciao. Aveva come l’impressione di essere frodato dal destino. E la mente allora vagava per californiche spiagge e bikini, Staski e Hatc della gloria. E tenenti Colombi dal sigaro arguto. Era sprecato laggiù. Ma la gavetta era gavetta (“anche Gianni Nazzaro non era nato Gianni Nazzaro, del resto!”)

Un enorme punto esclamativo comparve sulla testa del maresciallo, su per giù a 20 cm dalla forforica mente serrelica. Un enorme punto esclamativo giallo che gli incombeva quale damoclea spada a minacciare popolazioni di pidocchi appena stanziatisi nella terra promessa e ricciuta del prode.

” E’ come se io volessi, per esempio, dare del cretino a Mike Buongiorno. Come se mi azzardassi a credere all’inserto sul sesso di famiglia Cristiana. Una mente allenata scoprirebbe subito l’inghippo”.

Il cane, nel frattempo, gli stava proprio di fronte e andava snasandogli i pantaloni come se cercasse tracce del DNA di un serialchiller. Occhio vigile lo scrutava dal basso. Serreli si sentiva indagato, dalla coscienza, preoccupata, cominciarono ad affiorare tristi e spicevoli ricordi (quando da piccolo aveva rubato Tex dall’edicola per esempio o quel giorno che aveva mentito ai genitori perchè gli comprassero l’ultimo disco di Don Baki).
“La coscienza… già!

“Se l’essere è e il non essere non è, allora anche l’avere ha e il non avere non ha?”.

Questo dimandavasi con tristo cipiglio il maresciallo.

“Ma sopratutto: perche se il Tutto esiste esiste anche il Niente? E se il Niente esiste, dove parcheggiamo?

La verità è che Sono un essere a metà. Né Santo né angelo, in bilico fra Gianni Nazzaro e Bach.”

Finalmente arrivarono alla radura sul basso leccetto. Un magro e stento tappeto d’erba si stendeva per terra e un rivo risibile riempiva l’aria del suo inutile e querulo scroscio.

Tziu Nanni si tolse lentamente la doppietta dalla spalla, appoggiandola ad un sughero e si accocolò su una piccola roccia rotonda affiorante. Sembrava come un elemento naturale, una nuvola, lo scroscio della pioggia o lo stesso piccolo rivo che saltellava fra poche pietre lì vicino. Non parlava. Con gesti calmi e come rituali si staccò la giberna dal dorso e, insieme ad essa, una zucca secca, sicuramente con un poco di vino nero, già aspro e acidulo per la stagione inoltrata.

Religiosamente tolse un tocco di formaggio da un piccolo fazzoletto che depose sull’erba e iniziò a tagliarne alcune piccole fette con una arrasoja brunita. Ad accompagnare il formaggio del pane, anch’esso tagliato a fette appoggiandolo al petto con l’uso dell’affilato coltello.

Compiuto il rito offerse a Serreli la sua parte senza una parola, come già fosse tutto sottinteso, sin dall’origine del Mondo.

Guai a rifiutare, questo sapeva ormai il maresciallo. Sarebbe stata offesa grave per Nanni.

Da parte sua estrasse da una piccola borsa frigo (eufemisticamente parlando) un contenitore di palstica in cui navigavano segni di spezzatino e un secondo contenitore con dei ravioli alla menta ormai divenuti una specie di roba amorfa tipo arte sperimentale.

Per il vino porse un bicchiere di plastica color crema e Nanni, al vederselo porgere alla mescita trattenne a stento una smorfia di compassione.

“Marescià, il vino si beve dalla zucca, come Dio comanda.” si limitò a sussurrare con un sorriso.

“Ma sa di zucca, però” rispose Serreli

“Meglio di zucca che di schifosa plastica, no?”

“Non so.”

Col viso e i corpi rivolti alla leggera brezza che spirava dai campi infuocati portando effluvi di morte e di mediterraneo, i due mangiavano in silenzio, Tziu Nanni con quel suo sorriso invisibile, nascosto fra le labbra e Serreli, meditabondo come sempre, un Carneade in versione venatoria.

Poi, quasi uscendo da un sogno, Serreli interruppe il noioso discorso dei grilli.

“Vedete Tziu Nanni, non so se riuscite a capirmi, ma io il più delle volte penso che non ha senso vivere senza capire”

“E cosa vorreste capire, maresciallo?”

Serreli col boccone ancora in bocca si limitò ad un sospiro-interiezione-lamento, intraducibile in simboli o in qualunque alfabeto umano.

Poi, ingurgitando, il suo viso si aprì ad un sorriso che aveva in sé del bambinesco e del patetico.

“Capire tutto… capire perché succedono le cose, perché siamo qui, in questo posto e non in un altro. Capire se ci sia un senso nella vita, se ci sia un indagato, un qualche malvivente responsabile del misfatto. Sapere, insomma”

“E voi per sapere vi siete fatto maresciallo?”

“Non importa se pastore o maresciallo, queste sono cose secondarie…”

“Capisco” mormoro Tziu Nanni sorridendo con gli occhi cerulei che brillavano sul viso cotto, di fra le rughe.

“Davvero?”

“Da noi si dice che la pasta di cui sono fatti gli uomini non è la stessa. Ci sono quelli con poco lievito, quelli troppo o troppo poco impastati e quelli in cui l’acqua è troppa, poca o calcarea. Gli uomini sono come il pane, marescià. Ed è molto difficile trovare un buon pane. Uno che appena lo vedi dici: questo è pane!”

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Informazioni su Carlo Congia

Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

One thought on “50 sfumature di giallo (capitolo sesto)

  1. alessiagenesis ha detto:

    Stavo immaginanando il sospiro interiezione lamento del Serreli…oltre a tutto il resto !!!!

    Mi piace

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