50 Sfumature di giallo – capitolo settimo

VII – Il poeta

Giovin signore v’era in quel di Gonnospè che nomato era appo i gonnospesi tutti, Efisio Sala, poeta lo dicevano o comunque professorone (col prefisso di “Don”). Rampollo di picciol casato nobiliare, degradatosi via via col tempo infino all’odierno, al giovine Efisio di cotanto blasone era rimaso appena un poderetto, sufficiente appena per il sostentamento e una casa che, pur essendo fra le più grandi del borgo, ruinava come la pioggia in dì di fortunale.

A serbar ricordo di antica appartenenza al ceto abbiente gli era rimasto appena un vano titolo: quel “Don” col quale la plebe di Gonnospè si intestardiva a chiamarlo, forse magari con un sottinteso di scherno, o quantomeno di pietà popolare.

Per i tetti di coppi sbreccati prosperavan rigogliose le erbacce, infischiandosene dell’affronto al casato e alla panoplia dei Sala (pur marchesi al tempo dei baffuti e azzimati Spagnoli).

Efisio viveva solo, in quella enorme casa abitata solo dagli spifferi in inverno e dalle mosche d’estate. Una serie prolissa di camere (chissà poi a cosa erano adibite in passato) ormai vuote di qualunque orpello, con solo qualche nicchia a muro a imitare gli armadi e qualche gancio sulla calce a impersonare improbabili appendiabiti. Per le stanze (più antri che vani abitabili) appese qua e là, vecchie stampe ormai deformate dall’umidità, cestini in vimini e vecchi malandati attrezzi agricoli.

La parte abitata da Efisio era in un corpo acessorio, dietro la casa propriamente detta che mostrava la sua facciata cadente e pretenziosa su una delle stradette del centro storico, Due o tre stanzette (anche queste le si poteva chiamar tali solo con grande ottimismo) che davano su un cortile interno, cinto da un alto muro e ormai invaso quasi completamente da un profluivio di erbacce. In un angolo un pozzo sul quale si arrampicava disperata una pianta di passiflora, alcune smunte pianticelle di limoni, ormai ritornate allo stato selvatico ed un enorme fico, che protendeva i suoi rami ben oltre il muro di cinta e prestava ricetto ad una allegra famigliola di corvi.

Le camere contenevano un cucinino giusto sufficiente ad uno scapolo, una minuscola camera da letto occupata quasi interamente da una specie di catafalco residuo di chissà quali vicende storiche, un armadio a due ante e infine la “biblioteca”.

Quest’ultima occupava la stanza più grande ed era qui che Efisio passava la maggior parte del tempo. Alle pareti, sistemati su delle mensole in legno, erano ammucchiati un migliaio di libri, per la maggior parte illeggibili, talmente imbarcati dall’umidità e dal tempo che davano l’impressione di essere stati recuperati da qualche macero.

Erano i libri che Efisio si era comprato da giovane, quando studiava Legge nel capoluogo, in una imprecisata e precedente era geologica.

Compiuto il rito della messa domenicale e dell’acquisto delle paste, il brigadier Serreli la domenica mattina si avviava, quotidiano in tasca e vassoietto da pasticceria, tenuto per la fettuccia di carta rosa fra le mani, a trovare il Poeta.

Era l’unica persona, Efisio, col quale poteva scambiare due chiacchiere che non fossero banali, che poteva capire i suoi crucci amletici, i suoi dubbi filosofici.

Percorse le buie e fresche camere della casa principale, trovò il poeta che armeggiava smadonnando chino su un vecchio apparecchio radio brandendo improbabili tenaglie con le quali minacciava invano i renitenti circuiti.

Sollevò lo sguardo sulla figura di Serreli apparsa nel vano della porta, obesa silouette contornata dal verde del cortile e sorrise, con quel suo sorriso breve, che non sapevi mai fosse ironico, beffardo o infantile.

«Quindi? Avete già messo in ganasce i sovversivi?»

« Non scherzate, Don Efisio. Sapete bene che gli indizi sono pochissimi»

«Al contrario, Don Adelmo (tale era l’ironica risposta di Efisio al Don che anche Serreli si ostinava a utilizzare)… Il guaio è che gli indizi sono infiniti, come sempre e come in qualunque atto.»

«Cosa intendete dire?»

«Intendo dire che per qualunque atto, che abbia come esecutore un umano, infiniti sono i moventi, infiniti sono gli indizi e quindi infiniti sono gli imputati. Prendiamo ad esempio il nostro piccolo, e consentitemi di aggiungere ridicolo, “misfatto”. Potrebbe essere stato chiunque: io, Don Putzu stesso, il sindaco, la Signora Arsenia, voi stesso…

«Ma… Don Efisio…»

«Volete un movente che vi iscriva razionalmente fra i possibili imputati?»

«Quale sarebbe?»

«Mah… la noia, la necessità di muovere le acque mefitiche dello stagno gonnospese, la soddisfazione di risolvere un caso acciuffando finalmente il colpevole, senza escludere l’inconscio, la possibilità di una perdita momentanea della capacità di intendere e volere (come la chiamano i giuristi) e così via…. Naturalmente tutto questo in via teorica, sub specie ratiocinium, per così dire.»

«Voi scherzate sempre, vi piace burlarvi di me, dall’altro dei vostri studi.»

«Tutt’altro, tutt’altro. Io parlo con voi perché per lo meno avete un briciolo di curiosità non legata alle ciarle paesane, allo sport e alle infinite e vane occupazioni del volgo. Anche se non è tutta farina del vostro saccco: in gran parte è la vostra professione (chiamiamola così) a costringervi alla speculazione. Siete un discepolo di Socrate a cui manchi però la dote principale: l’ironia. Quando avrete capito che la vita è solo un gioco senza regole, un immenso stagno, molto più immoto di quello che c’è consentito vedere da quaggiù, in cui è vano gettare qualunque ciclopico masso… quando capirete che non ha poi molta differenza prenderla con raziocinio o senza… allora forse capirete l’importanza dell’ironia.»

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Informazioni su Carlo Congia

Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

One thought on “50 Sfumature di giallo – capitolo settimo

  1. alessiagenesis ha detto:

    Me lo stavo quasi perdendo, accidenti!… Il seguito !!!!

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