Adolescenza (miniracconto)

C’era una volta, neanche tanto tempo fa, un pessimismo senza confini, un noiosissimo deserto privo persino di monti azzurrati, un immenso tetto di tegole che impediva di leggere il cielo e le stelle.

Una specie di drago cattivo, un misterioso elefante, coperto di dolenti ferite. Un drago ripieno di pus silenzioso e grigio di ansie.

C’erano boschi ricolmi di buio e cipressi; periferie dove le ombre danzavano di compassione; donne che non c’erano ancora e per le quali si soffriva ugualmente; c’erano giorni che andavano via, soprattutto.

Un’infinita scala meccanica di giorni meccanici, che portava comodamente a dei piani in cui non s’aveva intenzione di comprare un bel niente, perché tutto odorava di buio e roba inservibile: tipo copertoni bucati di camion, carillon arrugginiti, dolci pieni di muffa e un’ossessiva girandola di tramonti inzuppati di nuvole. In cui chissà cosa si vedeva, cosa si aspettava di sentire.

2

Quando era giovane più di quanto credesse, il nostro bel personaggio, s’impigliò, in una notte che ancora friggeva l’estate, in due braccia e due labbra tenere più della pena che fino ad allora aveva avuto per le sue deboli ossa: una sorta di dolcissima compassione che – al solo pensarci – gli percorreva le spalle e il dorso salendo dai glutei, di brividi, senza che potesse fermarli. Delle volte, anzi, si deliziava di questa sensazione ed era facile provocarla, come se fosse la più semplice funzione biologica. Come produrre saliva al pensiero di qualcosa di acre.

In quelle braccia di margarina profumata, agonizzò dunque la sua fanciullezza, i suoi disperati sistemi etici e metafisici. Preclusa dal respiro, la sua dannazione , che credeva dimostrabile algebricamente, morì.

E con essa tutte le notti, passate insonni a stabilire definizioni e astrusi problemi sull’essere. Dentro quelle labbra, che al buio parevano enormi, più grandi di dio e arrivavano dappertutto col loro calore: una specie di tempesta di radiazioni perforanti, un sole che fosse precipitato nel bel mezzo dell’atmosfera infiammandola, liquefacendo tutto, fino alle rocce su cui posavano le fondamenta del Mondo.

Naturalmente tutto questo, agli occhi di qualcun altro che per puro caso fosse passato lì accanto, non sarebbe parso allo stesso modo. Non c’era niente infatti, apparentemente, che potesse trasformare quella notte in una notte che gli uomini avrebbero dovuto ricordare con particolare emozione.

La solita notte d’estate, una fra i miliardi trascorsi, con il solito rompimento di scatole del frinire dei grilli, con le solite, facilmente prevedibili stelle, alberi, gli stessi peccati umani messi a riposo.

3

C’è un bosco. E in questo bosco ci siamo noi, giovani cercatori di funghi velenosi. E nel bosco ci sono anche tante altre inutili cose. Prima di tutto la sera, che già inizia a calare, poi una dose adeguata di grilli, ombre che danzano (sembrando proprio quello che non dovrebbero sembrare), voci che sussurrano, qualche busta di plastica e… alberi. Alberi di tutti i tipi, proprio come nei boschi che si rispettino.

Abbiamo una forte dose di ottimismo, come se qualcuno ci avesse appena accarezzato e parlato con gentilezza:chissà poi perché. Già i folletti iniziano a danzare insieme alle mosche notturne.

Tanto che non ci preoccupiamo neppure se sia estate o meno, né delle cose che ci hanno sempre fatto paura sentendo parlare di boschi in cui la sera inizia a calare.

Le nostre cellule sembrano a posto come dopo un lungo e pignolo rodaggio e il mondo, alle spalle e di fronte, è un enorme divano, sotto il quale chissà quante cose abbiamo perduto.

Sarebbe semplicissimo dire che ci sembra essere tornati indietro nel tempo, fino a quando eravamo bambini dalle fragili gambe e dai ginocchi sbucciati. Ma non sarebbe del tutto vero. Infatti ci sentiamo gli stessi di sempre. Pur dovendo essere un insieme di io, recitiamo questa sciocca commedia di possederne uno che ci raffiguri, lo stesso di cui vediamo ogni giorno il riflesso allo specchio. Ridicolo gioco.

Il fatto è che in un bosco, sognato o meno, non ci si può certo permettere di cercar cause al posto di funghi o magari le colpe del tutto. Si è venuti qui con un intento diverso, differenti desideri ci hanno spinto fin qui. Tipo… che so?… guardare le nuvole?… ammesso che ci siano… gli alberi?… cercare funghi magari.

Uno di questi giorni, dovevamo essere appena entrati nel bosco, oppure facevamo qualcosa di analogo, ebbe la dolce impressione che qualcosa stava mutando. Oh, non avrebbe certo saputo dire cosa. Forse qualcosa di assoluta e importante inutilità o magari la sensazione, piuttosto bislacca a dire il vero, di aver finalmente scoperto il trucco. Non so se avete presente uno di simili istanti. Capitano di solito alla vigliacca, quando si è meno preparati all’evento, magari mentre ci si trova seduti sulla tazza di un cesso.

Non so se capiti realmente , ma tutte le volte, invariabilmente, si ha la sensazione che di colpo, in una qualche parte imprecisata dell’anima, si accenda uno schermo gigantesco con una luce da svariati milioni di megawatt.
Il seguito è un po’ meno comprensibile. Si ha come la certezza di avere capito qualcosa di sommamente importante, qualcosa in grado di rivoluzionare il mondo intero e le sue giravolte siderali. Il brutto è che, non appena si cerca di mettere a fuoco il messaggio e le immagini presenti nello schermo, ne viene fuori qualcosa non solo di assolutamente banale e incomprensibile, ma addirittura cretino. L’ultima di tali “illuminazioni”, una volta razionalizzata in parole suonava pressappoco così:

Probabilmente non hai ancora capito che le variazioni alla Legge (questa parola stranamente scritta con la maiuscola) non sono banali ripetizioni di errori commessi più o meno in buona fede. E’ invece tutto un insieme di cose per cui NON (anche questo in maiuscolo) puoi, proprio NON puoi dividere ciò che ha davanti con enfasi da quello che ogni giorno recupera il passo senza far in modo di soffrire il guasto del tuo tempo. Il guaio è che non ci sono più vecchi profeti e noi siamo felici per niente: meno di quanto dovremmo”

E visto che l’unica parte comprensibile era l’ultima frase ecco che ritenne opportuno credere che avesse un qualche significato. Ma in bocca quell’ultima frase puzzava di nafta e bugia. Perlomeno era chiaro che non aveva niente per cui essere felice più di quanto lo fosse. Lasciamo perdere poi i vecchi profeti.

4

E’ una cosa molto esaltante afferrare per il bavero tutto ciò che ci sentiamo dentro, compresa la memoria e urlargli contro bruscamente come fanno nei film i violenti: “Perché mai tutta questa tristezza?”.

Una tale azione ci da una sensazione di potenza così intensa da sentirsene estasiati. Specie quelli di noi che si sono sempre sognati di essere dei deboli. Allora (è straordinario) il nostro essere sembra dividersi in due. La parte “buona” (che per noi ha la faccia del protagonista) prende a pedate morali e filosofiche il “cattivo”, fino a trascinarlo implorante in qualche sottoscala puzzoso della coscienza e si ha la piena certezza che tutto volga alle ultime battute. Già aspettiamo l’ultimo stratagemma del regista che permetta il sospirato lieto fine.

Il caso contrario (e cioè quando l’inverno del nostro scontento ha la meglio sull’estate gioiosa della nostra spensierata allegria) è uno spettacolo molto più penoso e in genere preferito da quelli scrittori che amano i toni crudi e vigliacchi della vita. Gli specialisti dell’acredine, i tenenti Colombo dell’ingiustizia.

5

Fu dunque come entrare in una nebulosa imprevista, senza il minimo cartello indicatore. Con l’unico ausilio di due scarpe appena risuolate, in una notte elettronica, bucata da fari arancioni.

In un mondo di inutili stampe invecchiate, dall’odore di carnoso catrame, senza fischietti o cornamuse regolamentari, dove mancava del tutto lo spazio per le colline, fossero anche quelle della sua (di lui) paludosa accidia adolescenziale. Privo di efelidi, di convinzioni politiche o metafisiche che non fossero puerili balbettii, venne lanciato oltre il mare degli stupidi sogni.

Uomo cannone delle mie palle!

Quando poi si accorse che le nuvole si assomigliavano un po’ dappertutto cominciò ad intuire la porcheria che stava in fondo, nascosta da strati e strati di incomprensione, leggerezza, idiozia.

E tutto divenne così dolcemente privo di colori, di forme, di gioia. Troppo simile ad un viaggio percorso migliaia di volte. Vivanda cucinata per anni, ogni giorno. In una sola parola la Noia, con la “n” maiuscola.

Comunque la Realtà non differì mai, riflessa dai suoi acquosissimi occhi di adolescente, da un cretinissimo pantano fatiscente di malaria spirituale, un’idiotissima zuppa inglese di malinconiche ansie.

Eccolo lì, invece, il nostro quaglione. Colui che migliaia di donne non avrebbero mai concupito, mai sognato in qualsivoglia calzamaglia azzurra. Lo stupido eroe della noia, un idiotissimo adagio per trombone e clavicembalo a pedali. Fin troppo amante della tristezza, fervido brigadiere della disperazione.

Così lasciò che il Mondo (o quello che lui credeva si potesse definire con quel termine) polverizzasse i suoi sogni, benché assurdi; atomizzasse le sue grottesche nuvole color arlecchino.

Scartando le delicatezze di una vita da ameba, decise di essere centrifugato dal destino, ovvero (come amava dire) dalla “fatalità incontrollata di una miseria senza confini”.

In una città plumbea e rovente di espressioni desuete e vecchio stampo, una folla enorme di birrai ricchi di pretese cominciò a non aver più pena delle sue pene artistiche, degli spasmi del suo inchiostro malinconico, le sue carte inzuppate di gigantesche corbellerie poetiche.

In quei giorni, divorato da cruenti e ossessivi manipoli di zanzare nelle notti equinoziali; claustrofobizzato in una piccola camera di una pensione oltre fiume, tappezzata da maleodoranti roselline arancioni fra fogliame verde moccio: prigione fisica, gargarizzante di noia, una noia infinita, enormemente inimmaginabile.

Era insomma come trovarsi al centro di un ciclone al rallentatore e vedersi alle spalle un mucchio di rovine, piante sradicate, emozioni divelte, monaci che scappavano con la tonaca al vento. Uno straordinario effetto moviola.

E in mezzo a quell’enorme immondezzaio di sentimenti repressi e compressi dentro da anni e anni, come fogli di compensato sottoposti a pressione ipercritica, un bollore misteriosamente nascosto, strano a dirsi, si vergognava di manifestarsi, quasi avesse un insopportabile odore di piedi, appena levate le calze.

Le fate personali, le bacchette magiche, gli angeli custodi erano poi andati dolcemente e definitivamente affanculo.

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Informazioni su Carlo Congia

Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

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