La nascita della poesia atmosferica

guevarra

 

Un giorno, Pinos Guevarra (uno dei poeti digitali più giovani) disse che secondo lui l’unica poesia concepibile era una poesia che parlasse delle previsioni del tempo. La cosa sconcertò non poco il circolo dei poeti digitali che rimuginarono su quella che a prima vista sembrava essere una cazzata detta da Pinos.
“Perchè no? ” si alzò a dire Tony Scottez (della corrente dei poeti maledetti solo di pomeriggio) “In fondo cosa era Catullo se non un colonnello dell’areonautica romana?”
Fu decisa all’unanimità (essendo presenti Pinos e Tony) la creazione di un comitato poetico atmosferico e la redazione di una rivista d’avanguardia su cui però non riuscirono a mettersi d’accordo piacendo a Pinoz “Che tempo poetico che fa” mentre Tony propendeva per “Piove sempre sul lurido bagnato”

(Tratto da “Le vite dei più miserabili poeti del 900” a cura di Pino Stratosferikos)

PS) nella foto una delle rari ritratti del poeta Pinos Guevarra.

Odi gastriche

esiodo

Sveglio, disteso sulla brandina,

odo il mio stomaco

cantare una nenia primordiale

fatta d’ancestrali succhi gastrici

inoperosi e tristi

stimolati da oniriche visioni

di infiniti banchetti luculliani.

Io sono solo il mio stomaco

e lo sento cantare una canzone triste

come quelle del gran Gianni Nazzaro

abbandonato dalla bella.

Sono il mio stomaco e ne son fiero.

E non ho voglia di versi leopardiani,

di occasi o siepi all’orizzonte,

di amori o malinconiche cazzate.

Sin che il mio essere non sia ripieno

del caldo abbraccio

di un sano spezzatino con patate,

al diavolo lo spleen e Bodelèr,

Sono il poeta della fame!

Ve possino ceccà o miserabili ricconi.

(Epigastro da Macedonia, “Odi affamate”)

Metafore tristi

cassiera

E’ come quando, giunti all’atto finale della spesa quotidiana al supermarket e quindi alla fila alla cassa (che non so perchè ci riporti alla mente la fila per recarsi alla comunione) ci apprestassimo alla nostra definitiva e giusta umiliazione, terrorizzati dalla semplice domanda della cassiera che ce la porgerà crudelmente, persino senza fissare i suoi occhi sulla nostra indegna persona:
“Ha la carta fedelta?”
Ecco che allora siamo come affogati dai sensi di colpa (perchè ovviamente quella magica carta che attesti la nostra fedeltà noi non l’abbiamo mai posseduta) e ci immergiamo in un oceano di contrizione e di giusta dannazione.
Allora eccoci – da bravi umani – fingere una sbadataggine per non ammettere la gravità della colpa:
“No, ce l’ho nell’altro portafogli purtroppo”, oppure: “Sono uscito di fretta!”.
Come se queste puerili scuse fossero accettabili.
Non lo sono affatto e lo vediamo scritto nel malcelato e beffardo sorriso della cassiera mentre passa gli “articoli” (di fede?) sopra l’occhio elettronico.
Il bip prodotto è la nostra sentenza definitiva.

Inappellabile.

L’arte di smarrirsi

mappa

Per lunghi anni ho dedicato l’intera mia vita ad un unico compito: quello di apprendere e praticare la vera arte (l’unica che mi interessi e che per me abbia un senso). Parlo dell’arte di smarrirsi.
Ad alcuni può apparire facile, addirittura innata in noi. Sentireste affermare uno di codesti sapienti, che a smarrirsi ci riesce anche un bambino. Questo perché si fermano al significato superficiale dello smarrimento. Intendono quella sua comune accezione che denota l’aver lasciato una strada o un posto conosciuto. Di trovarsi insomma, privi di punti di riferimento noti, come davanti ad una mappa completamente bianca.
La vera arte di smarrirsi, invece, presuppone molto di più, o forse molto meno, in quanto è proprio l’insieme di cognizioni e di atti che ci permettono di arrivare a creare noi stessi, anche nei luoghi che si reputano noti e familiari, quella stessa mappa candida e priva di informazioni.
La vera arte di smarrirsi è, in altre parole, quella di riuscire ad essere “estranei” persino nella nostra casa natale. Cercare di orientarsi e di sbrogliare la planimetria del minuscolo appartamento in cui viviamo da decine di anni. Smarrirsi, infine, persino in quella mappa, ancor più estesa e complicata che è la nostra mente, il nostro stesso io.

Dannazioni formato tascabile – 2

E’ come se si fosse seduti di fronte ad un grande vecchio. Guardassimo le sue mani rinsecchite, nodose come verdi tralci di vite. E pur sapendo che potrebbe rispondere a qualunque nostra domanda ( persino quelle che per anni abbiamo covato come braci nella cenere delle nostre viscere) restassimo lì, impalati, quasi come calcari antichissimi, incapaci persino di ricordare noi stessi e quanto scarsa sia la vita che portiamo appesa alle spalle. Incapaci di tutto, come appena nati. E le parole non avessero più sapore, avessero perso i colori e rimanesse di loro solo l’inutile scorza. E il nostro capo allora, divenuto di piombo, si chinasse – quasi a denotare finalmente, il dolce sapore della resa. Si chinasse abbandonandosi al grembo del vecchio. Allora sentiremo forse, fra i capelli, il timido passare di quei tralci. E forse allora ci sarebbe spazio per il sonno. Come mai lo avemmo.