Adelmo Nelson-Frau

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Fra i tanti personaggi incredibili di Iknozia tra tutti spicca certamente il grande Adelmo Nelson-Frau, il più grande genio meccanico e il sommo inventore iknozio.

Nacque in un piccolo villaggio della Marmilla che Adelmo aveva inventato proprio nel preciso istante in cui venne alla luce. Gli abitanti, anch’essi inventati per l’occasione, si recarono a casa del padre, il famoso mago Cerlino, per fargli i complimenti. Il padre però, vedendo che portavano in dono oro, incenso e mirra, li indirizzò verso Betlemme dicendo loro che avevano sbagliato capanna.

Sin da piccolo cominciò a mostrare il suo genio. Non essendo ancora stato scoperto il modo di calcolare il tempo, il piccolo Adelmo ideo il primo orologio ma, realizzandolo di pongo, ed essendo estate, si dimostro inadatto allo scopo in quanto si liquefaceva una volta portato al sole. Decise allora di inventare un macchinario per mantenere il freddo, e lo chiamò stufa a freddo.

Era costituito da un armadio a cui aveva collegato un insieme ingegnoso di carrucole che permettevano alla porta di richiudersi automaticamente e, allo scopo di mantenere la temperatura, usò gli elastici delle mutande a mo’ di guarnizioni fece anche gli scompartimenti per la carne e per il vino, disegnò la marca e il libretto delle istruzioni. Quando ebbe finito si accorse però di aver dimenticato un particolare, nella stufa a freddo non faceva né più caldo né più fredo di fuori, in quanto mancava un meccanismo che inviasse il freddo all’interno dell’armadio. Passò diverse notti pensando ad una possibile soluzione e finalmente capì che prima doveva inventare altre cose necessarie al suo funzionamento.

Non si perse quindi d’animo e rimandò l’invenzione a quando fosse stato più grande.

A scuola eccelleva ovviamente in matematica, fisica e ingegneria meccanica.

In questo periodo la sua fantasia creativa non ebbe limiti: per prima cosa inventò il modo di non andare a scuola, visto che si annoiava a fare sempre e solo astine e palloncini. Poi inventò il sistema di vincere al totocalcio ma, non essendoci ancora alcuna lotteria nazionale, non poté giocare la schedina vincente.

Negli anni dell’adolescenza, stanco di scrivere con un metodo antiquato come le penne d’oca, inventò la prima “macchina a scrivere”. Questa consisteva in un ingegnoso attrezzo munito di tante piccole levette (una per ciascun simbolo dell’alfabeto). Ad ogni levetta era legato un piccolo scarabeo, preventivamente addestrato a percorrere solo ed esclusivamente un certo percorso, premendo la levetta questa schiacciava l’addome dell’insetto che era così incentivato a compiere il percorso appreso dall’allenatore, non prima però di essere passato su una minuscola vaschetta di liquido nero che gli impiastriciava le zampette. Con le zampette intrise del liquido anzidetto lo scarabeo percorreva la carta sottostante lasciando in essa il simbolo corretto dell’alfabeto. Poi era la volta di premere una seconda levetta… e così via.

L’unico inconveniente che incontrò Adelmo nella commercializzazione della macchina fu la terribile peste degli scarafaggi che si diffuse in quegli anni in iknozia. Il mercato delle macchine a scrivere ebbe quindi un inizio sfortunato.

Negli anni della maturità Adelmo si dedicò al problema dell’agricoltura.

Inventò la pianta che si seminava da sola, si innaffiava con i propri stessi mezzi e, arrivata a maturazione, si auto-mieteva. L’unico inconveniente era che, una volta morta per suicidio, la pianta non riusciva a mettersi nelle cassette di raccolta.

Vennero poi le invenzioni più famose, quelle che resero Adelmo popolare in tutta iknozia.

Il suo laboratorio divenne pellegrinaggio di qualsiasi disgraziato che aveva un problema da risolvere.

Arrivavano da lui tipi con in mano un manubrio che volevano che Adelmo inventasse il resto della motocicletta; madri che gli portavano i figli inappetenti chiedendo che Adelmo inventasse qualcosa che lo facesse mangiare; falsari che volevano che Adelmo inventasse la fotocopiatrice dei soldi; alcuni, addirittura, credendolo un tecnico, portavano i loro microonde guasti convinti che Adelmo li avrebbe riparati; gentili pulzelle infine volevano che Adelmo inventasse il modo di rimanere vergini anche dopo sbagassamento prolungato.

Adelmo accontentava tutti nel limite delle sue possibilità, ma si accorse che poi, gli rimaneva ben poco tempo da dedicare alle invenzioni vere: a quelle che avrebbero consegnato il suo nome alla storia della tecnica.

Inventò un travestimento e sparse in giro la notizia che Adelmo era scappato in Russia alla corte dello Tzar, che lo avrebbe pagato molto più di quanto quei poveri peones potevano permettersi. Il popolo si sentì ferito e smise di frequentare il suo laboratorio.

Adelmo allora pensò di inventare la macchina per volare. Per prima cosa compì studi accuratissimi sul volo degli uccelli, delle piume, delle zanzare, dello spostamento del polline, dei movimenti delle nuvole, dell’aerodinamica e delle libellule e pervenne alla conclusione che l’unica cosa di cui aveva bisogno l’uomo era un biglietto aereo di andata e ritorno.

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Consuntivo

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Mi reputo a mie spese

un refuso che qualche

sbadato angelo della sorte

ha compiuto forse stanco, affaticato

da quella enorme

infinita fila di nomi

susseguentesi l’un l’altro.

 

Ha saltato il mio

Ed eccomi qui

ancora vivo per procura

 

Tutto quello che ho da fare

è dunque poca cosa:

riprendere i fili

di un noioso inventario,

scostare polveri,

ricontare per l’ennesima volta

qualche sbiadita fotografia

in cui appena riesco

a riconoscere per mio

lo sguardo smunto

di un ragazzo che sorride.

L’Epifania tutte le feste…

Jacopo da Pontormo, "Giuseppe in Egitto"

Jacopo da Pontormo, “Giuseppe in Egitto”

E sarà anche troppo

Se di noi rimarrà qualcosa

Come un residuo d’addobbo

Su un risecco alberello,

Finite le feste.

 

Se nel flusso del mondo

Mai vedemmo brillare

Altissime stelle comete

A perder lo sguardo

Con occhi infatuati di bimbi.

 

O se nel corso degli anni

dolci correnti di frasi

s’infransero in noi

bussando sull’uscio del cuore

come viandanti smarriti

.

La chiamata

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Di questo solo sono cosciente: c’è la chiamata ed ognuno di noi risponde come sa o come può.

Ogni chiamata è incompatibile con un’altra. Ciascuno ha la sua. Nessuna regola permette una gerarchia di valori fra chiamata e chiamata. Si è qui al di là del bene e del male. Del nero e del bianco. Proprio a causa della individualità della chiamata. Si ha solo coscienza di essa, senza sapere neppure se siamo noi stessi a chiamarci o qualcuno che, attraverso di noi, chiama qualcuno.
Non rispondere è impossibile, pensare di fuggire è ridicolo.
Si può appena cercare di mascherarsi e rimandare oppure, coscientemente, mettersi alla ricerca di cosa vuole da noi quest’incomprensibile ordine.

Ma è ordine o carezza?
E inganno che ci indirizza alla dannazione o l’unico mezzo concessoci per la salvezza?

L’annosa questione delle rondini a primavera

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Una rondine non fa primavera, si dice. E fin qui ci arrivano tutti. Il difficile è scoprire quante rondini occorrano precisamente per far primavera. Due? Tre? Dieci?
Il numero esatto ci permetterebbe infatti di sapere quando è veramente giunta la primavera. Altrimenti si rimane nel dubbio e il dubbio, si sa, è la condizioni più fastidiosa per ogni uomo che voglia ritenersi pensante.
Occorrerebbe dunque creare una commissione di inchiesta, formata da ornitologi e metereologi che stabiliscano con precisione il numero esatto delle rondini occorrenti a far primavera.
Studiando i costumi di questi straordinari pennuti ed elaborando un grafico per ogni anno trascorso, con alle ordinate i giorni del mese e alle ascisse il numero delle rondini avvistate, si sarebbe in grado di tracciare una linea rondo-primaverile da cui, con opportuni calcoli statistico-probabilistici si sarebbe in grado di ricavare il numero preciso di rondini occorrenti per essere certi, senza la minima titubanza, di esser proprio nella stagione primaverile.
In mancanza di tale dato o in attesa del risultato della commissione noi dovremo astenerci da qualunque possibile formulazione a riguardo sulla primavera e ancor più sulle stagioni di una volta.

In risposta poi a coloro che obiettassero che una simile commissione sarebbe oltreché dispendiosa anche del tutto inutile, vorrei umilmente ricordare le migliaia di commissioni parlamentari che, non ostante i problemi fossero (apparentemente) più importanti di quello da me proposto, non solo hanno spedo tempo e denaro inutilmente, ma non sono neanche riuscite nel migliore dei casi, a sapere su quale argomento stavano indagando.

NEOLITICO

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Proprio all’estremo lembo del Cretaceo c’era un villaggio. Il suo nome, benché non fosse stata ancora inventata la scrittura, si sarebbe scritto pressapoco SGROAMST.
A capo del villaggio, che contava pochissime anime abbrutite dalla fame era il saggio Noam (parapioggia nel deserto), il vecchio che contava più ferite di tutti gli altri sgroamstiani.

Nel villaggio infatti diveniva capo colui che aveva più ferite da esporre, tanto che un giorno Frapp (lo scemo del villaggio) tentò di divenire capo gettandosi da “burrone impervio” a ovest del villaggio. Raccogliendo i resti sparsi per la china, i villici capirono che quella di Frapp non era stata una gran bella idea.

Da quando Gurd, l’inventore ufficiale del villaggio, aveva inventato il linguaggio sorsero alcune contestazioni al sistema delle cicatrici come unico criterio per il potere.

Gurd fu costretto a promettere la prossima invenzione della scrittura, con la quale i villici avrebbero potuto scrivere il loro curriculum vitae e candidarsi alla direzione del villaggio. Nel frattempo, la tradizione era quella che bisognava seguire.

La prima grande invenzione di Gurd fu quella della posizione eretta.

Quando tentò di esporla al capovillaggio, questi però fece tali smorfie di incomprensione che Gurd capì che prima avrebbe dovuto inventare qualcosa di più complicato, qualcosa che avrebbe permesso la trasmissione del pensiero fra i membri del piccolo villaggio.

Quando si mise all’opera capì subito che inventare il linguaggio era abbastanza facile, il difficile era come trasmetterlo in termini del tradizionale scimmico.

Ci provò indicando o gli oggetti e nominandoli. E fin qui era abbastanza semplice. Il problema venne con i verbi (anche se alcuni potevano essere mimati) ma soprattutto con gli avverbi, i sostantivi astratti, e la consecutio temporum.

Gli alunni sbuffavano e non capivano a cosa servisse poi tutta quella grande fatica. Che se ne facevano di un linguaggio? Avrebbe portato, il linguaggio, più roba da mangiare?

Risveglio letterario

Marcello si svegliò nel cuore della notte in preda ad una angoscia inspiegabile.

Sulle prime non fece caso all’ambiente ma, non trovando la radiosveglia nel punto solito, fu costretto a mettersi gli occhiali e rimase di stucco nel vedere la strana persona che gli stava davanti. Vestiva in maniera elegante ma decisamente antiquata con una enorme cravatta a fiocco che gli arrivava fin quasi al mento. Dei basettoni curati e profumati contornavano un viso dai lineamenti sofferti e giovanili.

Il bel giovane si rivolse a lui senza nessun indugio: “Dunque avete deciso che Olga Petrovna si torturi per il vostro sciocco comportamento?

– E’ che… – tento stupito di dire Marcello.

– Certo, a voi non è mai interessato niente delle persone. Voi avete la vostra idea mostruosa. Il vostro sogno diabolico. Non siete certo così nobile, nonostante i vostri natali, per preoccuparvi di una fanciulla. Per Olga poi… Ah, perché non ho prestato fede alle parole di Padre Sergej nei vostri riguardi. Mille volte stolto. Ora, come vedete, sono qui a pregarvi. A tentare almeno di farlo. Io, Anton Petrovic, colui che una volta definiste un piccolo borghese, un inetto. – Anton fissò i suoi profondi e intensi occhi neri in quelli di Marcello e continuò:

– Che io venga ora dalla casa dei Kuratin, forse vi dice poco, forse anche non suscita in voi la minima scossa nella vostra coscienza nichilista. Se non sapessi che avete venduto l’anima al diavolo, crederei che voi siate un essere morto da tempo. Ma io confido, e in questo la stessa Olga e Marfa sono d’accordo con me, che in voi sia rimasta ancora, sepolta in chissà quali strati della vostra anima, una scintilla capace di redimervi.

Ecco perché sono qui. Sappiatelo Alexei

– Guardi, – disse Marcello -tutto questo è molto poetico e, se devo dire la mia opinione, anche ben recitato. Devo però darle una piccola delusione: state sbagliando persona. Io non sono Alexej.

– La vostra deprecabile mania di deridere le persone ormai si è impossessata di voi a tal punto da farvi negare anche l’evidenza. Sappiate che prima di venire da voi sono stato da Pietr.

– E quindi?

– Sapete in che condizioni pietose sia il vecchio Pietr e quanto abbia dovuto a soffrire per via del vostro sciocco e crudele gioco di società. Sulle prime aveva deciso di vendicarsi della figura ridicola che gli avete fatto fare di fronte ai Petrov, e sopratutto di fronte alla giovane Natasha Filippovna. Ma ora, costretto in quel lurido giaciglio in cui l’ho trovato, la pelle tirata e quasi trasparente nelle tempie, sapete cosa mi ha incaricato di dirvi? Che vi perdona. Vi perdona capite quanto ciò sia tremendo? – gridò Anton rivolto a Marcello.

Marcello, dopo questa toccante requisitoria, realizzò all’improvviso che si era svegliato in un romanzo impegnato dell’800 russo o che più semplicemente non si era mai svegliato. Fatto un inchino ad Anton lo pregò gentilmente di riferire subito ad Olga che avrebbe riparato al suo malsano gesto. Che il signore lo aveva toccato e che aveva sonno.

Appena uscito Anton, Marcello si rimise tranquillo a letto maledicendo a bassa voce contro l’autore dei sogni.