Fottide e la politica

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Atene e gli ateniesi avevano in gran pregio la politica e andavano fieri di aver inventato la democrazia.

“Girano per l’intera Ellade tronfi e alteri, come avessero inventato gli assorbenti con le ali oppure il favellofono aifonico[1]” ebbe a dire Fottide sarcasticamente.

La democrazia ateniese infatti non lo convinceva. Per prima cosa era una democrazia sui generis (essendo considerati cittadini solo coloro che possedevano un minimo di beni, in secondo luogo non erano comprese assolutamente le quote rosa e non era previsto un adeguata rappresentanza delle minoranze, per esempio pazzi, poeti nullatenenti, schiavi, aedi in cassa integrazione, filosofi non iscritti all’Albo, extraterrestri, calciatori di serie B, estimatori delle scie chimiche, etc.

Che democrazia sarebbe? Continuava a rimproverare agli ateniesi?

 

Sunto della politica fottidea è che lo Stato deve limitarsi a farsi i cazzi suoi e non quelli dei cittadini. Chi è lo Stato per chiedermi dei soldi? Ci conosciamo sin da piccoli? Abbiamo fatto il militare insieme a Cuneo?

Con quale pretesa tu, Stato mi chiedi soldi se poi non puoi rendermeli?

È vero che lo Stato, promette di dare in cambio delle tasse versate alcuni servizi e protezioni. Ma ricordiamo che sono SOLO PROMESSE, al momento del mantenimento scopriremo infatti che con i soldi dati allo Stato ci saremmo potuti comprare le stesse cose, più in fretta e anche di migliore qualità.

Per quanto riguarda poi il governo dello Stato, la sua politica estera, Fottide riteneva che confidare le redini di uno Stato ad alcune persone elette o estratte a sorte fra il popolo era lo stesso che dare loro il compito di guidare le nubi, indirizzare i fulmini e regolare il termostato delle stagioni.

Per quanto riguarda poi la dialettica politica, ovvero i discorsi che i governanti fanno al popolo, è solo spreco immane di saliva e lo spreco di saliva richiede vino per ripristinare il tasso di umidità del corpo. Ecco dunque che la politica conveniva solo a bettolai, baristi e vinai.

 

Un giorno che si doveva procedere alle elezioni del nuovo Consiglio di Atene, venne trovato Fottide che giocava a briscola in una taverna e gli fu chiesto se avesse intenzione di votare.

«Me ne guardo bene» rispose. « E se poi prendo il vizio?».

[1] Strumento inventato dal Greco Stivgiobbide e che consentiva di scaricare applicazioni che servivano per poter scaricare applicazioni al fine di dire che uno aveva un sacco di applicazioni nel favellofono

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Informazioni su Carlo Congia

Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

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