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Il giovane entrò nel negozio con la testa china. Si avvicinò al banco, dietro il quale troneggiava un uomo grosso quanto un armadio, vestito di un camice unto, con le maniche arrotolate sino ai gomiti e le braccia pelose conserte nel vasto petto. L’uomo guardava il ragazzo come dall’alto di un pulpito, quasi in attesa della sua ammissione di colpa.
Il ragazzo si fece ancora più piccolo e si strinse nel misero cappotto. Non alzò neanche lo sguardo quando parlò. Le sue parole erano sommesse come il sospiro di una corrente che trapassa una soglia socchiusa.
– Vorrei del silenzio
– E quanto ne vorresti? – chiese l’uomo del banco
– Non so… ho solo queste…
E nel dirlo trasse dalla tasca un piccolo fagotto, formato da un fazzoletto, neanche tanto pulito. Lo svolse con cura, sempre col viso chino.
Sollevando la mano rovesciò il contenuto del fagotto. Sul piano di marmo si sparpagliarono alcune cose lucenti.
– Lacrime. – esclamo con un ghigno l’uomo del banco – E neanche della migliore qualità. Al massimo ti ci puoi comprare qualche giorno, ad essere generosi.
– Ma io…
– Le lacrime sono facili. Il silenzio invece… È roba per ricchi
Il giovane chinò ancor di più la testa e alzò impercettibilmente le spalle come in senso di accettazione.
L’uomo del banco sparì dietro la porta del retro e ritorno subito dopo con un pacchetto che porse al giovane. Questi lo prese e lo fece sparire in una tasca del cappotto, poi, senza un’altra parola o gesto si diresse alla porta e svanì nella strada.
La campanella della porta trillò, come un usignolo in agonia.

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Stanza n° 312

Hotel del Disinganno

Aperta la porta lo vidi

Chino, con occhi di spillo

cuciva una coperta di sogni

i capelli sbucavano

dal soffitto e dalle pareti

per unirglisi in capo,

le mani come piccoli ragni

tessevano una tela argentata.

Mi vide e sorrise

ma come si guarda un oggetto

da troppo abbandonato,

un dio che s’allontana

un cielo che dirupa lento

.

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Pianti alle tombe

Pianti alle tombe. Pianti

Pianti ai cortei

Quanti erano? Tanti.

Orgoglio indignazione

doppiopetti salivanti

sporgono facce da televisione.

 

Zooma sulle lacrime del Capo

voglio vedergli gli occhi

dio santo! Ecco, daccapo

Bene così.. niente ritocchi

ora dormano pure i caduti

hanno ormai pianto tutti

medici ed infermieri

ladri e carabinieri

piromani e pompieri

 

Da una nazione così affranta

non era credibile tanta

partecipazione, umanità

Ecco, bravo… stacca così

manda la pubblicità

La stagione dei grilli – II

Nel caldo degli agosti

ormai trascorsi

i grilli e il loro canto

il calore, quasi il loro

intermittente accordo

la loro orchestra

nascosta

fosse il suono stesso del sole

che picchiava il fieno, i sassi

dei muretti a secco

 

e non vedendo i mare

il suo smeraldo fondo

dall’alto di uno scoglio

l’angoscia ti prendeva

l’ansia dell’arsura

la paura di un silenzio universale,

troppo per un gracile fanciullo

 

Poi d’improvviso ai piedi

il mare

e anche d’esso pareva

il suono ruscellare

dall’oro delle stoppie

incarcerato

nelle elitre dei grilli

 

Allora il mare

era ancora

un muro spesso

incancrenito

un finis terrae

un pesce enorme

un Dio.

La stagione dei grilli

index

Prima di questa vita d’uomo

forse fui grillo fra le stoppie

fra i canneti e i giunchi solfeggiavo

gli spartiti immensi dell’estate

tanto adesso il loro contrappunto

mi entra nelle carni e piange

qualcosa in me che non ricordo

quasi volesse invano

tornare alla famiglia estiva di concerti.

Ora son uomo

bagnato da rumori intempestivi

da un traffico inspiegabile

e da un respiro che mi traino dietro.

Come un prodotto difettoso

cricifiggo gli occhi avanti

nel cemento di un febbraio

assurdo calmo e dirompente…

Fui grillo certamente.

In lode agli uomini di seconda scelta

 

archivio4

Noi uomini di seconda scelta

come cani da cortile, di dubbio pedigree

ci accontentiamo lieti di guardare

il giorno che trapassa.

.

Col cuore in pace accettiamo il fato

che gli uomini di prima scelta

hanno già scelto al posto nostro.

Arriviamo persino a definirlo

il nostro immutabile DESTINO.

Perchè fummo noi a scegliere

di non avere scelta alcuna.

.

Nel gran Supermercato del Mondo

il giorno dei saldi primordiali

per la pigrizia che ci contraddistingue

giungemmo come al solito in ritardo.

.

Sugli scaffali eran rimasti

appena gli scarti, qualche ragnatela

e alcuni impolverati libri

in cui uomini morti da gran tempo

ci spiegavano come fosse destino

che arrivassimo secondi.

.

Così ogni tanto latriamo disperati

contro qualche ombra che passa:

di certo un rognoso pretendente

che voglia ficcare il pidocchioso grugno

 nel NOSTRO piccolo cortile

e scodinzoliamo felici a fine sera

quando avvertiamo l’odore

dell’avanzo che ci vien servito

in lucenti ciotole d’acciaio.

Adagio con altalena

altalenante

Ho conservato nel cuore

una pioggia breve e felpata

che dolce conduce alle porte del sonno,

agli azzurri di un mare sospeso per aria

che schiuma ed è immobile.

 

Le ossa del cuore formarono chiese,

montagne tagliate da nubi violette,

e gialli di una paurosa dolcezza.

 

Ho dato le mani

perché le guantassero di ozii

e potessi stringere

il gioco delle altalene

su questo debole parco, murato di viali,

come fosse tutto dipinto

da qualche pittore, in un quadro

alle pareti di chissà quale museo.