La microesegesi

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Inserisco, per la goia dei miei tanti seguaci, l’incipit del mio prossimo saggio di letteratura, ancora in fase di compilazione. Il saggio – che aprirà nuovi orizzonti nella stantia critica letteraria  – ha per titolo LA MICROESEGESI

Presupposto di base della microesegesi è che l’opera d’arte letteraria non vada studiata nel suo complesso ma nei suoi componenti a volte definiti dalla critica come accessori o innecessari. La microesegesi, al pari di Freud che riconobbe l’importanza dei tratti singolari e apparentemente negletti, intende dunque applicare il metodo psicoanalitico e in particolar modo quello applicato da Freud ai lapsus o ai motti di spirito, alla letteratura.
Vediamone subito un esempio pratico. Analizziamo il capolavoro di Foster Wallace: il romanzo di 1000 pagine dal titolo Infinite Jest.

A pagina 78 Wallace scrive:
“Guardò cartucce per un po’.”
A molti parrebbe una frase del tutto espungibile dal testo. Qualcosa senza la quale o con la quale il valore del capolavoro rimarrebbe lo stesso. Ma se portassimo questa prassi al suo logico compimento e togliessimo dal riferito capolavoro di 1000 pagine ogni frase che ritenessimo in sé “accessoria” ci troveremo con un capolavoro composto si e no da 20 pagine di cui, tra l’altro non capiremmo una beata minchia.
Secondo la microesegesi invece un capolavoro è composto nient’altro che da queste presunte inutili componenti. Anzi. Proprio quelle all’apparenza più inutili sono la vera spezia che forma un capolavoro.

Insomma, se Wallace è un genio, e nessuno è disposto a negare tale assunto, ecco che un genio ne capisce sicuramente più di noi, incolti lettori babbei. Ergo quella frase è necessaria come sono necessarie le centinaia di migliaia di frasi che compongono le 1000 pagine del capolavoro. Toglierne anche solo una sarebbe “sfregiare” un capolavoro, fare i baffi alla gioconda, aggiungere uno squarcio ad una tela di Fontana, aggiungere un disegnetto osceno sul temporale di Giorgione, scrivere l’indirizzo di una massaggiatrice nel Processo di Kafka, etc.

Guardare cartucce, quindi ha un significato come lo ha guardarle per un po’. Se infatti il personaggio non si fosse limitato a guardarle per un po’ e avesse invece continuato a guardarle per altre 920 pagine, concorderete con me che a quel punto Infinite Jest sarebbe terminato lì. Quindi ha un senso preciso quel “un po’”. Denota, insomma la volontà dell’autore di continuare a scrivere non ostante tutto.

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Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

3 thoughts on “La microesegesi

  1. alessiagenesis ha detto:

    I tagli e le attese

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  2. tramedipensieri ha detto:

    Con dei tagli in certi libri ci sarebbe un risparmio …non indifferente.
    Pensiamoci. Che ci pensino…

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  3. alessiagenesis ha detto:

    Potrebbe sembrare uno dei tuoi scritti ironici inizialmente, di quelli tipo la prefazione ad un libro fatta in copia e incolla , o le antologie di scrittori ignoti e potrei anche sbagliarmi io credendolo, invece , una tua riflessione seria e molto bella.Perche è vero ,limportante è nel particolare e ogni parola aggiunge una sfumatura al racconto (in una poesia , poi , è tutto più concentrato e ancora più carico).Il lettore umile e dall animo predisposto saprà cogliere l importanza di quella parola, saprà gustarla anche se subito dopo dimenticherà.Ma le sensazioni restano . In fondo torniamo al discorso delle parentesi o delle descrizioni in cui si perdeva il grande scrittore russo cui facevi riferimento qualche giorno fa .Come vedere un quadro di Veermer, in cui l artista ha dato un tocco di luce minimo ma immenso nell occhio della donna ritratta .Quel particolare nell insieme genera sensazioni in chi lo osserva e incide sulla perfezione del dipinto .
    Inoltre l ultima frase bellissima che spiega quindi il tuo punto di vista da lettore e cosa significhi quel ” un po’”,, mi riporta ad un’ altra tua poesia” Esercizi di stile” e a quelle radici scoperte che nonostante tutto provano ancora a trovare un interstizio .

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