Disegno

Un bambino, chino sul foglio
la matita in mano come un artiglio
disegna, la punta della lingua
che appena trapassa le labbra.

Disegna come se al Mondo
non esistesse altro compito
altra certezza, altro lavoro
degno di un uomo.

E lo chiamano “gioco”!
Quando invece giochi sono i nostri

ben più crudeli e spietati,
quelli che ammantiamo di torbide frasi
per dimenticarne l’inganno.

Diversa, invece, è la sostanza
il primo vive e canta il suo vivere
noi, poveri morti, balbettiamo nel vuoto.

La sfiga di essere ricchi

A Natale i miei mi regalarono un trenino d’oro. Odiando io i trenini, decisi di fare a cambio con una figurina di Capitan America che aveva un mio amichetto. Effettuato lo scambio, per mia somma sfortuna, venni a scoprire che quella figurina era rarissima e aveva un valore di 1 milione di euro. Avendo io una avversione innata per la ricchezza e per i soldi, cercai di sbarazzarmene entrando in un negozietto scalcinato.
Mi guardai in giro e proposi al triste negoziante uno scambio fra la mia preziosa figurina e una vecchissima e impolverata lampada che era buttata in un angolo. Al proprietario non sembrò vero, si profuse in inchini, mi impacchettò la lampada e dopo che fui uscito chiuse definitivamente il negozio per trasferirsi alle Bahamas.
Il guaio è che la lampada si dimostrò essere la dimora di un genio che, al primo sfregare, comparve e si prostrò ai miei piedi.
«Padrone comanda. Ogni tuoi desiderio è per me un ordine» disse.
Al che credetti di aver finalmente risolto il mio più grave problema: quello di smettere di fare soldi ovunque e di diventare finalmente povero.
Per prima cosa gli confidai il mio desiderio e il genio fece modo di far sparire in un bater d’occhio tutte le mie proprietà (inserendole in una serie complicata di scatole cinesi verso paradisi fiscali e ottenendo un catastrofico aumento di valore), tutti i miei gioielli di famiglia – che tentò invano di sbarazzarsi svendendoli al mercato nero ma, anche qui, sfortunatamente guadagnando il doppio del loro valore e infine tutte le azioni delle mie aziende (ricavando anche qui più denaro ancora di quanto ne avessi il giorno prima).
Al che, incazzato come una iena, feci una sfuriata contro il genio. Lo licenziai e scagliai con violenza inusutata la lampada dalla finestra.
Sfortunatamente la lampada andò a finire contro la testa del re che passava in carrozza per la via in occasione di non ricordo più quale festa nazionale. Il re morì sul colpo.
Si aprì una crisi dinastica non avendo il re un erede al trono e l’opposizione – saputo l’autore del gesto rivoluzionario, che finalmente ridava speranza al popolo – mi volle nominare re, seduta stante e all’unanimità.
Ero diventato dunque padrone di un intero regno e dunque cento volte più ricco di prima.
Stanco e definitivamente convinto che non si può mutare di una virgola il proprio destino accettai, ma col cuore gonfio di amarezza, sognando la mia impossibile povertà.

Forse mi sarà consentita solo in un altra vita.