Macedonio Fernandez – Tantalia

Il mondo è di ispirazione tantalica

(Traduzione Alessanda Massenti)

.

Primo momento: il custode della piantina

Egli finisce per convincersi che il suo sentimentalismo, l’attitudine empatica, che da tempo sta tentando di recuperare, è oramai esausto e le sofferenze di tale scoperta lo fanno meditare e arrivare infine alla conclusione che forse curare una fragile piantina, di breve vita, molto bisognosa d’affetto, possa essere l’inizio di una rieducazione sentimentale.

Accade che, pochi giorni dopo tali pensieri e progetti in sospeso, Lei, senza sospettare tali pensieri, decida, mossa da una vaga apprensione sull’impoverimento affettivo di Lui, di inviargli in regalo una piantina di trifoglio.

Lui decide di adottarla per iniziare il procedimento propostosi. La cura con entusiasmo per un certo periodo e ogni volta si rende conto dell’infinità di attenzioni e protezioni, in cui anche una svista può essere fatale, richiesta per la sicurezza della vita di un essere così debole che un gatto, una gelata, un urto, la sete, il calore o il vento minacciano.  Si sente terrorizzato dalla possibilità di vederla morire all’improvviso, per la minima disattenzione; però non v’è solo il timore di perderla per il suo affetto, bensi conversando con Lei, prolisso come tutti quelli che sono appassionati e ancor più quando in questa passione uno viene meno, entrambi giungono al pensiero ossessivo che esista un legame tra il destino di vita di quella piantina e il loro vivere o quello del loro amore.
Fu Lei che un giorno venne a dirgli che quel trifoglio era il simbolo della vita del loro amore.

Incominciano allora a temere che la piantina possa morire e muoia così, l’ uno o l’altro di loro, e ancor di più l’amore, l’ unica morte che ci sia.

Si vedono successivamente facendo ragionamenti, facendo crescere la paura a cui si sentono sottoposti. Decidono allora di annullare l’identità incarnata di questa piantina, in modo che, evitando il cattivo augurio di ucciderla, non ci sia niente d’altro identificabile nel mondo, la cui esistenza sia il simbolo della loro vita e del loro amore; e allo stesso tempo, l’urgenza di trovarsi nella certa ignoranza di non sapere mai se quell’esistere vegetale che in modo particolare aveva fatto parte della vicissitudine di una passione umana, fosse morta o vivesse.

Decidono allora di notte, in un luogo non più rintracciabile, di abbandonarla in un vasto campo di trifoglio.

 

SECONDO MOMENTO:  IDENTITA’ DI UNA PIANTA DI TRIFOGLIO

Però l’ eccitazione che stava crescendo da qualche tempo in Lei e la delusione di entrambi per aver dovuto rinunciare all’intrapreso tentativo di rieducazione della sua sensibilità e l’abitudine e l’affetto di curare la piantina che rinasceva in Lui, si tradusse in un atto furtivo, compiuto al rientro da quel lavoro di dimenticanza nell’ombra. Nel tragitto, senza che Lei se ne avveda, d’impulso Lui si china e prende un‘altra piantina  di trifoglio.

«Cosa fai?»

«Niente»

Entrambi si separarono all’alba, in lui rimase una sensazione d’ansia, in entrambi il sollievo di non riconoscersi più dipendenti dal simbolo vivente di quella piantina, e in entrambi anche il terrore che ci viene  da tutte le situazioni irreparabili quando finiamo di creare un qualsiasi impossibilità, come in questo caso l’ impossibilità di sapere mai più se vivesse e quale fosse la piantina che era stata al principio un regalo (e il simbolo) d’amore.

 

TERZO MOMENTO: IL TORTURATORE DI TRIFOGLIO

“ Per molti modi e mali mi sento senza più piaceri, né intellettivi o artistici né sensuali offerti in giro. Divento sordo nonostante sia stata la musica il mio più grande piacere. Le lunghe passeggiate tra le siepi  diventano impossibili per mille fastidi di decadenza fisica. E così nelle altre cose…

“Questa piantina di trifoglio è stata eletta da me per il Dolore, fra tante altre; Eletta! Poverina.

“Vedrò se posso crearle un mondo di dolore. Se la sua Innocenza e la sua tortura arrivino sino al punto che esploda qualcosa nell’Essere, nella Universalità, che implori e ottenga il Nulla per lei e il tutto, la cessazione, un mondo tale che non ci sia nemmeno morte individuale; il cessare di tutto o l’eternità inesorabile per tutto.

“L’ unica cessazione intellegibile è quella del Tutto, la possibilità che colui che ha sentito una volta smetta di sentire , divenendo inesistente, cessato lui , la restante realtà, è una contraddizione verbale, un concetto impossibile.

“Eletta tra migliaia, toccò a te esserlo, essere per il Dolore. Ancora no; da domani sarò con te un genio del dolore.”

“Durante tre giorni, per sessanta, settanta ore il vento estivo fu costante; oscillando in un piccolo intervallo, andò via e tornò con piccole variazioni di tono e direzione, e la porta della mia stanza, trattenuta tra il battente, lo stipite e una sedia, posta  per ridurre la sua oscillazione, sbatteva senza posa; lo sportello della mia finestra sbatteva anch’esso senza interruzione in preda al vento.

“Per sessanta, settanta  ore l’anta della porta e lo sportello cedevano di minuto in minuto alla diversa pressione e io insieme ad essi, seduto o dondolandomi nell’amaca.

“Fu allora che mi dissi: questa è l’Eternità. Sembra che fu per questo, che io vidi, per questa manifestazione  di noia, il non senso delle cose, la mancanza di un fine, del fatto che tutto è indifferente: dolore, piacere, crudeltà, bontà… fu per questo che nacque in me il pensiero di fare il torturatore di una piantina.

“ Proverò – mi ripetevo- senza cercare più ad amare di nuovo, a torturare l’essere più debole e indifeso, la forma più mansueta e feribile di vita: sarò il torturatore di questa piantina .

“Questa è la disgraziata, eletta tra mille per sopportare il mio genio e impegno torturatore. Dato che quando decisi  di fare la felicità di un  trifoglio dovetti rinunciare e allontanarlo da me  sotto la sentenza di irriconoscibilità, trasportai il pendolo della mia pervertita e squilibrata volontà all’estremo opposto, divenendo immediatamente una mutazione contraria, nel malvolere, e nacque immediatamente  l’idea di martirizzare l’innocenza e la condizione di orfana al fine di ottenere il suicidio del Cosmo per la vergogna che in se potesse prosperare una scena tanto repulsiva  e codarda.
In fin dei conti, il Cosmo ha creato anche me.

“Io nego la morte, non c’è morte nemmeno nel nascondere un essere con un altro, quando per loro tutto fu amore, e non la nego solo come morte per me. Se non c’è la morte di chi si amò un tempo, perché non ci deve essere lo smettere di esistere totale, la distruzione del tutto? Tu si sei possibile,  abbandono eterno. In te ci proteggeremo tutti coloro che come me non credono nella morte  e nemmeno siamo d’accordo con l’essere, con la vita. E credo che il desiderio possa arrivare ad intervenire direttamente, senza la mediazione del nostro corpo, nel Cosmo, che la fede può smuovere le montagne; ci credo anche se non ci credesse nessun altro.

“Non posso rivivere il ricordo lacerante della vita di dolore che allora organizzai, inventandomi ogni giorno nuovi modi crudeli per far soffrire la piantina senza però ucciderla.

“Come in preda all’ossessione dovrò confessare che la sistemavo tutti i giorni vicina ma non raggiungibile dai raggi del sole con la premura e la crudeltà di allontanarla man mano che il sole avanzava.  L’innaffiavo appena perché non morisse circondandola di recipienti d’acqua e avevo inventato verosimili rumori di pioggia e di gocciole vicine a lei che però non sarebbero riusciti a rinfrescarla.

“Tentare e non concedere… Il mondo è una tavola imbandita per la Tentazione, con infiniti ostacoli nel cammino e con più varietà di barriere che di cose felici. Il mondo è di ispirazione tantalica: lo sviluppo di un immenso farsi desiderare che si chiama Cosmo, o meglio: la Tentazione.

Tutto quello che desidera un trifoglio e tutto ciò che desidera un uomo gli è offerto o negato. Anche io pensai: “tenta e nega”.  Il mio motto interiore, il mio tantalismo , era ideare le raffinate condizioni massime di sofferenza senza minacciare la vita, cercando al contrario la vita più intensa, la sensibilità più viva e appassionata per il dolore. E ottenni in tal modo che la tortura della privazione tantalica la facesse fremere.

“Non potevo più guardarla né toccarla; ero vinto dalla repulsione delle mie stesse azioni; (quando la strappai, in quella notte tanto nera nel mio animo, non avevo fatto caso a dove ero e il suo contatto mi fu quanto mai odioso). Il rumore della pioggia senza che potesse raggiungere la sua fresca umidità la faceva contorcere. Vergogna!

“Eletta tra milioni per un destino di martirio! Eletta ! Poverina! Oh!, il tuo dolore deve esplodere nel mondo. Quando ti strappai già eri eletta dalla mia ansia di torturarti.

 

QUARTO MOMENTO: L’AMICO

Vedemmo il suo amico Luis entrare nella stanza; e arrestarsi al centro, pallido, scrutandosi intorno con sguardo agitato.

«Venivo a farti uscire da qui perché ti distraessi. Però mi sono sentito minacciato da una sofferenza improvvisa. E’ dovuto al fatto che stai peggio?»

Lui, seduto, dato che passava le ore spiando la piantina disidratata e gelida abbandonata tra lui e la finestra, separata dalla pioggia e dai raggi del sole che un giorno o l’altro potevano innaffiarla o riscaldarla, rispose:

« Come sempre .»

In preda all’agitazione Luis gridò:

«Allora chi soffre, qui? Che sofferenza, che agonia! Esco a respirare.»

Lui , turbandosi, rosso dalla vergogna, rimase chino. Imprecava, guardando verso dove era uscito Luis: Felice lui, felice. Felice.

QUINTO MOMENTO: SORRIDERE DI NUOVO

La formula sostanziale, intima , di quello che lui stava miseramente facendo, era l’ambizione e l’ansia di ottenere la sostituzione del Tutto con il Nulla, di tutto quello che c’è, quello che ci fu, quello che ci sarà, di tutta la Realtà materiale e spirituale.
Credeva che il Cosmo, il Reale, non avrebbe potuto sopportare per molto tempo, vergognandosi, di consentire al suo interno una scena di tale abominio, esercitata sopra il primo regno dei viventi (il vegetale), il più fragile, attraverso il potere del maggiore e più dotato dei viventi: l’uomo che tiranneggia un misero trifoglio.
Era per questo che l’Uomo era apparso.

L’ irritazione di colui che rifiuta dopo che abbiamo offerto fa impazzire di perversione un uomo di pensiero superiore. Da li il martirio codardo, la ripugnante compiacenza del maggior potere che s’aggrava verso un essere minuscolo.

Il suo pensiero sapeva della uguale  possibilità del Nulla e dell’Essere, e credeva comprensibile e possibile una sostituzione del Tutto–Essere contro il Tutto–Nulla.

Egli, come il più alto gradino della Coscienza di Vita, come uomo e uomo di doti eccezionali, qui poteva con un elegante ultimo pensiero aver scoperto il meccanismo, il talismano che poteva determinare l’ opzione dell’ Essere per il Nulla, opzione o sostituzione o “spinta in fuori” dell’Essere per il Nulla. Perché veramente, ditemi se non è così, se non è vero che non c’è nessun elemento mentale che possa decidereche il Nulla o l’Essere siano in contrasto nella possibilità di scambiarsi alcuni valori; se non è totalmente possibile che il Nulla diventi Essere. Questo è sicuro, evidente, perché il mondo è o non è. Pero se è, è determinato da cause, e  così la sua fine , il suo non essere è causale, anche se il meccanismo cercato non determina la fine dell’ Essere, forse altro lo determinerebbe…

Se il donarsi il Mondo o il Nulla sono possibilità assolutamente uguali, in questo equilibrio o bilancia di Essere e Nulla, un filo, una goccia di rugiada, un sospiro, un desiderio, un idea possono essere capaci di accelerare l’alternativa fra un Mondo di Essere e un Mondo di Non Essere.

Verrà un giorno il Salvatore dell’Essere

( E lo dico, spiegando, teorizzando ciò che lui fece , però io non sono Lui)

Però Lei venne un giorno:

«Dimmi, che facesti quella notte? perché io sentii il rumore opaco dello sradicare di una piccola pianta , il suono della terra che copre lo strappo di una tenera radice . E’ questo ciò che sentii?»

E allora: egli si senti di nuovo normale, dopo un lungo pellegrinaggio in cerca di risposte, e si buttò in lacrime tra le braccia di Lei e l’amò di nuovo, immensamente come prima. Era un pianto che da dieci o dodici anni non riusciva a liberare, che cresceva nel suo cuore, che avrebbe voluto far esplodere il mondo, e ad avergli ricordato il piccolo grido, il mormorio sommesso del dolore della piantina, della sua  piccola radice strappata, fu questo! Ciò di cui aveva bisogno la sua natura  perché il pianto irrompendo, lavasse tutto il suo essere e lo riportasse ai giorni della pienezza del suo amore… un grido piccolo soffocato di radice dolorante tra la terra , così come potè decidere verso il Non Essere  tutta la Realtà, potè cambiare tutta la vita di Lui.

Io ci credo. E quello che  crede tutto il mondo è molto più del nostro credere in questo – chi si misura nel credere? – non mi dite , assurdo temerario nel credere. Qualsiasi donna crede che la vita dell’amato può dipendere dal marcire del garofano che gli diede se l’amato trascura di metterlo nell’acqua del vaso che lei gli regalò in passato.

Ogni madre crede che il figlio che parte con la sua benedizione è  protetto da ogni male. Ogni donna crede che ciò per cui prega con fervore è più forte del destino. Tutto è possibile  è il mio credo. Così,

Io ci credo

Non mi inganna il vocabolario tronfio del tranquillo pensiero di molto metafisici, con i loro giudizi fondati nei giudizi . Un Fatto, un fatto che impazzisca di umiliazione, di orrore, al Segreto, all’ Essere Mistero, il martirio dell’ Innocenza Vegetale per la personalizzazione superiore della Coscienza: l’ Uomo, per il potere massimo non meccanico. Un fatto tale, senza bisogno di verifica, meramente concepito da una coscienza umana , credo che possa sconvolgere al Non –Essere tutto ciò che è.

È concepito; dopo la Fine è potenzialmente causata; possiamo aspettarla. Però la miracolosa ricreazione di amore concepita in coppia dall’autore, lotterà forse con quella o trionferà più tardi dopo aver realizzato il Non – Essere. In verità l’ incessante psicologico coscienziale è una serie di cessazioni e ricreazioni più che un continuo.

Li ho visti amarsi un’altra volta; però non posso guardarlo o ascoltarlo senza un repentino orrore.

Magari non mi avesse mai fatto la sua terribile confessione.

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Informazioni su Carlo Congia

Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

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