Dicono di noi

Molti dicono di noi che non abbiamo speranza. Che a guardarci attentamente negli occhi si vede come il fondo di un pozzo riarso. Alcuni arrivano a credere che le nostre interiora siano di raffia, che le nostre gambe siano di stupido legno tarlato. Che, insomma, non siamo fatti di carne umana, ma di una mistura di plastiche.

Noi lasciamo che dicano. Spesso, anzi, accompagniamo i loro maligni commenti col sorriso di una cortesia penosa. Non ci lamentiamo neanche quando qualcuno di noi, nella notte, è prelevato dalla sua casa e portato chissà dove.

Sparisce come spariscono i sogni alla luce del mattino.

Non protestiamo se si alzano randelli sulle nostre teste a fracassarle o se vediamo qualcuno di noi crocifisso al muro di un sottopassaggio di periferia, fra i murales e le scritte ormai scolorite.

Questo nostro silenzio però, sembra esacerbare le persone. Questo nostro accettare la carneficina li mette di fronte ai loro stessi atti violenti. Non potendoli sopportare sono dunque portati a cancellarli con altra violenza.

Così il sangue si aggiunge al sangue in un carosello infernale e infinito.

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Informazioni su Carlo Congia

Si potrebbe dire molto di me, ma occorrerebbe farlo con parole inutili.

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